sabato 28 febbraio 2015

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Distrazione

... vedi domenica scorsa! :-)

lunedì 23 febbraio 2015

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Solitudine

"Stava con le bestie selvatiche" (Mc 1,13)

Quella di Gesù non è una fuga né una ritirata strategica, ma la scelta – dettata dallo Spirito – di ripercorrere alcune tappe della storia della salvezza. Il suo inoltrarsi nel deserto per un tempo di quaranta giorni è un evidente richiamo al tempo dell’Esodo. Gesù che era stato solidale con l’umanità peccatrice con il battesimo al Giordano, continua ad esserlo sulla via della purificazione nel vagare del deserto. E se l’immersione nelle acque del fiume avevano rinnovato l’identità di Figlio di Gesù che lo associava al rapporto padre/figlio tra YHWH e il suo popolo (“dall’Egitto ho chiamato mio figlio”, Os 11,1), la nuova esperienza lo manifesta come il servo obbediente che si rende docile alla guida di Dio, laddove invece il popolo dalla dura cervice (Es 33,5) si era mostrato refrattario a seguire il Signore con cuore indiviso. Ed è chiaro che la solitudine serve a rivelare quello che siamo, ed è uno dei motivi per cui ci spaventa.
Si fa presto a dire che il deserto ci avvicina a Dio. È vero, ma rende più prossimi e persino tangibili i nostri demoni…
Matteo e Luca esplicitano il genere di tentazioni con cui Satana cerca di dissuadere Gesù dal suo proposito, mentre Marco rimane sul vago, eppure possiamo immaginare che la fragilità corporea è soltanto un grimaldello per scardinare le difese di chi vuole rimanere fedele al Signore. Satana non avrebbe dovuto inventarsi nulla, gli sarebbe bastato proiettare davanti a Gesù le immagini dei mesi successivi: il rifiuto dei suoi familiari, le incomprensioni dei discepoli, il tradimento di Giuda e il rinnegamento di Pietro. E poi, come un macigno conclusivo, la desolazione del Golgota. Io, lo ammetto, mi sarei scoraggiato subito. Gesù, invece, resiste e riesce a smascherare l’inganno. La proiezione continua e arriva alla tomba vuota. Satana si è evaporato, come la maggior parte delle nostre esagerate preoccupazioni (come è più schietto il piemontese che le chiama “paturnie”!). Sarà un tempo fecondo la nostra Quaresima, se ci aiuterà a distinguere quello che è reale da quello che non lo è, se porterà le cose alla loro giusta dimensione, se sarà una cura dimagrante dello spirito dove il nostro io cesserà di invadere ogni spazio lasciando che sia lo Spirito a prendere il sopravvento. Sarà, soprattutto, una solitudine abitata dalla presenza di Dio a noi stessi.

sabato 21 febbraio 2015

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Bianco

"Le sue vesti divennero splendenti, bianchissime" (Mc 9,3)

Il colore bianco è quello che nella Bibbia appare il maggior numero di volte, 75 volte in totale, precedendo il blu (50) e il rosso (47). Conserva l’idea di purezza, di innocenza e di onestà che è presente anche nella nostra cultura. Però non si trova mai in opposizione al nero, mentre noi associamo istintivamente il contrasto bianco/nero a quello luce/tenebre, considerando il bianco il colore della luce e il nero quello dell’oscurità. L’unico caso in cui la Bibbia contrappone il bianco a un altro colore è il rosso: Isaia fa dire al Signore che anche se i nostri peccati fossero rossi come porpora o scarlatto, torneranno ad essere candidi come lana o neve (1,18).
È naturale, quindi, che il bianco sia il colore abbinato alla santità, soprattutto per caratterizzare le vesti immacolate di chi non si è contaminato e insozzato col peccato. E poiché la santità è per eccellenza un attributo divino, il bianco è anche il colore tipico di Dio. Questa simbologia appare con chiarezza nella scena della Trasfigurazione, dove Marco annota che le vesti di Gesù divennero bianchissime e che nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche (9,3). È proprio il fatto che questo colore non potrebbe essere ottenuto con mezzi umani a farci comprendere che siamo di fronte a un fenomeno di natura ultraterrena e che questo si riverbera sull’identità stessa di Gesù.
Dove c’è il bianco, molto spesso c’è Dio all’opera. Pertanto la veste dell’angelo che rotola via la pietra del sepolcro di Gesù non può essere che bianca (Mt 28,3) così come quella ricevuta direttamente da Dio dai santi dell’Apocalisse (6,11). Alla veste bianca viene anche attribuito un significato di gioia, come testimonia il Qohelet che augura giorni felici dicendo “Siano sempre candide le tua vesti” (9,8) e come conferma il ricco epulone che banchettava ogni giorno agghindato di bisso (Lc 16,19). Ma questo non significa che il bianco sia sempre letto in maniera positiva: il servo di Eliseo, il malvagio e profittatore Giezi, verrà punito con la lebbra per la sua avidità e si ritroverà ad essere “bianco come la neve” a causa della malattia (2Re 5,27).

sabato 14 febbraio 2015

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Segregazione

“Se ne starà solo, abiterà fuori dall’accampamento” (Lv 13,46).

Immagina di vedere la tua pelle avvizzire, di passare la mano sul braccio e sentire il contatto ruvido e urticante. Immagina il ribrezzo negli occhi di chi ti osserva, l’imbarazzo di doverti nascondere agli sguardi altrui. E il dolore di una carne che brucia. Ma a tutto questo aggiungici ancora l’isolamento, l’essere separato dalle persone che ami, dai luoghi in cui abitavi, dalla compagnia degli uomini. Tutti abbiamo bisogno degli altri, e chi sta male di più. Per questo leggere le indicazioni della legge mosaica sul modo di trattare i lebbrosi provoca lo stesso disgusto della malattia.
Ma perché si arriva a queste disposizioni inumane?
Ogni società deve fare i conti con i suoi tabù e le sue paure. Per il mondo ebraico la “lebbra” (che non pare coincidere con il morbo di Hansen che noi indichiamo con questo nome) rappresenta la malattia nel suo aspetto più vicino alla morte: la carne che imputridisce, il pallore delle macchie esangui sembrano il passo che precede immediatamente la dipartita e un lebbroso appare esteriormente come un cadavere che cammina. E la morte va esorcizzata, va tenuta lontana, non solo per una questione di quieto vivere, ma anche per il problema dell’impurità che è connessa alla morte e ai cadaveri. Un lebbroso sta fuori dall’accampamento – e poi dalle città – perché non deve veicolare la sua impurità.
Dopo Gesù la separazione non è più necessaria. E se questo vale nei confronti dell’impurità, a maggior ragione è valido verso la dimensione metaforica che assume successivamente l’impurità, quella del peccato. Anzi, l’impressione è che Gesù ha il potere di guarire dalle malattie proprio perché è più forte del peccato.
E dimostra di essere più forte dei demoni perché è superiore al potere del male.

sabato 7 febbraio 2015

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Indemoniati

"Gli portavano tutti i malati e gli indemoniati" (Mc 1,32)

Parlare di indemoniati oggi appare un tema bizzarro, come un discorso su streghe e folletti, ma i vangeli ci mettono continuamente a confronto con questa realtà (almeno quelli sinottici, perché Giovanni glissa del tutto sull’argomento).
Le giornate di Gesù sembrano equamente suddivise tra un tempo di predicazione e uno di guarigioni, che a volte concernono malattie fisiche ma spesso hanno di mira l’espulsione di un demonio. Può stupire, quindi, che a fronte di una presenza così massiccia di demòni e indemoniati non venga fornita alcuna spiegazione circa la loro origine. Per gli evangelisti sono semplicemente un dato di fatto.
Non è neppure chiaro che tipo di legame ci sia tra la possessione diabolica e le infermità. Da un lato, infatti, appaiono come realtà distinte verso le quali Gesù opera in maniera differente, guarendo (greco: therapeuo) le malattie e scacciando (greco: ekballo) i demoni. Dall’altro pare comunque esserci qualche connessione perché i demòni sono in grado di rendere mute e cieche le persone (Mt 12,22) e di procurare disagi simili a quelli dell’epilessia (Mt 17,15). Interessante anche il commento di Gesù dopo aver risanato una donna con la schiena curva che non riusciva a raddrizzarsi: è una figlia di Abramo che Satana teneva prigioniera (Lc 12,16).
Perciò è chiaro che la possessione diabolica non è semplicemente un problema di ordine spirituale, ma investe la persona nella sua globalità.
C’è una diffusa tendenza a interpretare questi passi in chiave attualizzante che rischia di travisare la portata di questo confronto, ad esempio quando l’indemoniato viene assimilato al peccatore abituale che non si riesce più a trattenere neppure con le catene delle norme e coi legacci del rispetto per gli altri. Le escandescenze, incluse quelle dei tifosi, hanno poco a che vedere con questa faccenda e le possessioni non vanno confuse con la violenza in genere. Un atteggiamento prudente si guarderà tanto dal trascurare le macchinazioni di Satana quanto dal vederlo all’opera in ogni realtà di male.

sabato 31 gennaio 2015

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Profeta

"Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, un profeta pari a me" (Dt 18,15)

Mosè aveva un posto speciale nella tradizione giudaica, una posizione a cui il suo successore Giosuè non si avvicina minimamente. Nel popolo di Israele si creerà l’attesa di qualcuno che possa rinverdire i fasti del grande legislatore e condurre il popolo alla meta definitiva. Questa speranza messianica si fondava sulla promessa fatta da Dio stesso a Mosè di suscitare un profeta pari a lui (Dt 18,15).
Un chiaro esempio di attesa messianica collegata alla figura del profeta si trova nel Quarto Vangelo, quando gli inviati da Gerusalemme interrogano il Battista e gli domandano se egli sia “il” profeta. Giovanni negò di esserlo e in questo non c’è contraddizione con quanto dice Gesù in Mt 11,9, cioè che Giovanni era un profeta e, anzi, più di un profeta. Ciò che viene negato è l’identificazione con quel tipo di profeta. Infatti questa identificazione viene riservata a Gesù, come dichiara apertamente Pietro negli Atti degli apostoli. Nel discorso che egli tiene dopo avere guarito lo storpio alla porta del tempio (At 3,12-26) cita questo passo del Deuteronomio e applica a Cristo le funzioni che spettavano a questa figura messianica e richiama il popolo alla necessità di ascoltare le sue parole che ora sono proclamate dai suoi discepoli.
Cosa può voler dire per noi che Gesù è “il” profeta? Egli non solo proclama le parole di Dio, ma è anche il Verbo stesso di Dio. In lui Dio, che aveva parlato per mezzo dei profeti, ha parlato a noi per mezzo del suo Figlio (Eb 1,1-2). E se Mosè si aspettava di essere obbedito in quanto inviato di Dio, quanto più dovremo dare ascolto agli insegnamenti di Gesù, che “in confronto a Mosè è stato giudicato degno di una gloria tanto maggiore quanto l’onore del costruttore della casa supera quello della casa stessa” (Eb 3,3).

sabato 24 gennaio 2015

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Ninive

"Alzati, va' a Ninive, la grande città, e annunzia loro quanto ti dico" (Gn 3,1)

Il problema di Giona è che non si coinvolge con Ninive e i suoi abitanti.
Predicare sventure per lui fa parte del mestiere, un compito sgradevole che si risparmierebbe volentieri, ma che una volta intrapreso vuole portare fino in fondo.
Di tutt’altra natura era Abramo come interlocutore di Dio, disposto a contrattare fino all’ultimo e ponendo persino istanze etiche al suo modo di agire (“Lungi da te il far morire il giusto con l’empio!” arriva a dire in Gen 18,25). Ed è proprio su una questione simile che Dio cerca di scuotere il profeta, ricordandogli che ci sono a Ninive centoventimila persone che non sanno distinguere tra la destra e la sinistra e una grande quantità di animali, che prima di distruggere è bene cercare di salvare. Ninive, quindi, ha un significato simbolico che possiamo cercare di decifrare. Nella prospettiva dell’autore del libro di Giona rappresenta quel mondo che non conosce la volontà di Dio e quindi non è in grado di metterla in pratica. Serve, dunque, qualcuno che faccia toccare loro con mano le nefandezze che hanno compiuto e li spinga alla conversione, anche sotto la minaccia del castigo.
L’esito positivo esprime una visione ottimistica sulla natura umana, gli uomini sono considerati peccatori non tanto per cattiva volontà, ma principalmente per ignoranza. Una volta che qualcuno li illumina, c’è speranza per tutti.
Una visione così ottimistica e universale (ben disposta anche verso gli animali!) non è frequente nella Bibbia e merita di essere sottolineata. Forse può dire qualcosa anche agli evangelizzatori di oggi, che verso il mondo esterno non possono limitarsi a tuonare giudizi ma farsi apostoli della paternità universale di Dio che non vuole che alcuno dei suoi figli perisca.

sabato 17 gennaio 2015

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Chiamare

"Allora il Signore chiamò: Samuele!" (1Sam 3,4

La scena di “vocazione” di Samuele si chiude con queste parole: “Il Signore fu con lui” (1Sam 3,19). A rigor di logica si sarebbe dovuto dire il contrario, cioè che Samuele entrò a servizio del Signore e non lo abbandonò più, e invece l’accento è tutto spostato sul fatto che il Signore accompagni Samuele lungo il suo cammino.
Se tralasciassimo questo aspetto, finiremmo per considerare la chiamata un semplice trattato di vassallaggio, dove noi cerchiamo di tutelarci sotto la potente ala protettrice del Signore sacrificando la nostra autonomia e indipendenza.
San Paolo, invece, ci dice esattamente il contrario: “Siete stati chiamati a libertà” (Gal 5,13). Dio, infatti, non intende spadroneggiare sulle nostre vite, ma aiutarci a crescere da uomini liberi e responsabili. Ed è per questo che l’apostolo aggiunge subito dopo che questa libertà non deve essere usata per vivere secondo la carne, ma secondo quello Spirito che abbiamo ricevuto. Paolo riprende il concetto in un altro passo: “Quelli che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato li ha giustificati; quelli che ha giustificato li ha anche glorificati” (Rm 8,30).
Il progetto è unico anche se passa per diverse tappe: Dio sceglie, chiama e rende giusti col suo perdono per poter vivere una vita da risorti ed essere partecipi della sua stessa gloria.

sabato 10 gennaio 2015

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Immersione

"Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato da Giovanni" (Mc 1,9)

Spesso nelle traduzioni dal vangelo mi faccio prendere dal dubbio: meglio mantenere il linguaggio tecnico tradizionale o cercare di rendere l'idea con termini più semplici e oggi ritenuti profani?
Se parlo del battesimo di Gesù o della sua immersione è la stessa cosa perché il verbo greco "baptizo" significa appunto "immergere".
Per questa volta opterò per il termine generico perché mi dà modo di porre una sottolineatura che non è altrettanto evidente con l'altra scelta. Si tratta della forma passiva del verbo. E' chiaro che Gesù fu battezzato, nessuno si battezza da solo. Meno evidente è l'idea di essere immerso, perché questa invece è un'azione che di solito si compie di propria iniziativa. Invece mi pare importante rimarcare la passività di Gesù in questa scena. Ma si noti che questo non significa enfatizzare il ruolo di Giovanni Battista, perché in realtà è soltanto un agente che opera a nome di qualcun altro.
Il vero protagonista del battesimo di Gesù è lo Spirito. Il Gesù che viene immerso dallo Spirito nelle acque del Giordano è il Gesù che immediatamente dopo (v.12) lo Spirito sospinge (ma letteralmente "scaccia") nel deserto.
Il cristiano che viene battezzato nel nome di (cioè da) Padre, Figlio e Spirito è un uomo o una donna che ha acconsentito a porre la propria vita nelle mani della Trinità.
Dove mi condurrà, non lo posso sapere.
L'importante è essere nelle mani di Dio.

sabato 3 gennaio 2015

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Tenda

"Ha posto la sua tenda in mezzo a noi" (Gv 1,14)

Campeggiatori di tutto il mondo, rallegratevi: Dio ha deciso di porre la sua tenda in mezzo a noi e non di costruirsi un palazzo.
Umorismo a parte, dovremmo ragionare seriamente sul fatto che il popolo eletto non è quello che ha pianificato la torre di Babele, ma un insieme di tribù che hanno vissuto a lungo con stile nomadico sotto le tende.
E quando il re Davide si stabilizza in Gerusalemme e ne fa la capitale del suo regno, concedendosi il lusso di un palazzo in legno di cedro, si fa persino uno scrupolo per l’arca dell’Alleanza, costretta ad abitare ancora sotto una tenda. Vorrebbe, allora, costruire un tempio per ospitarla, ma il Signore gli manda a dire per mezzo del profeta Natan che non ha alcuna intenzione di diventare un sedentario su richiesta di un uomo… (cfr. 2Sam 7,6-7).
Anche quando ormai i tempi delle tende saranno solo più un ricordo sbiadito per gli Israeliti, assistiamo a una sorta di idealizzazione della tenda, che funge da rifugio che sottrae alla foga degli elementi naturali, così che il Signore può essere indicato come “riparo dalla tempesta, ombra contro il caldo” (Is 25,4).
Alla Sapienza, poi, Dio ordina di fissare la sua tenda in Giacobbe (Sir 24,8) esprimendo così un duplice concetto, la presenza di questa emanazione divina in mezzo al popolo eletto, ma anche la mobilità che la caratterizza, invitando gli Israeliti ad essere sempre disposti a mettersi in marcia per seguire il Signore ovunque voglia condurli.

mercoledì 31 dicembre 2014

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Pienezza

"Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio" (Gal 4,4)

Il mistero dell’Incarnazione viene descritto da Paolo come un evento che ha luogo nella pienezza del tempo. È un espressione significativa su cui vale la pena soffermarsi un attimo.
Anzitutto parlare di pienezza vuol dire rifarsi a un pregresso. Sebbene Paolo sia critico, soprattutto nella lettera ai Galati, sul valore attuale delle usanze giudaiche, non rinnega affatto la portata della storia di salvezza che precede la venuta di Cristo. Se c’è una pienezza è perché prima c’è stato un tempo che l’ha preparata. Dio ha guidato i passi del suo popolo, lo ha accompagnato nei momenti difficili e lo ha liberato dalla schiavitù introducendolo nella terra promessa.
In cosa consiste, allora, la novità della pienezza? Con l’Incarnazione, scrive Benedetto XVI, “l’Eterno entra nel tempo e lo rinnova in radice, liberando l’uomo dal peccato e rendendolo figlio di Dio”. La nostra condizione, quindi, è assai più favorevole rispetto alle generazioni precedenti, ma richiede anche l’impegno a vivere traendone le conseguenze. A una pienezza del dono deve corrispondere una pienezza della risposta, una volta che siamo diventati consapevoli di ciò che ci è stato dato. Il dono è l’adozione a figli, che rappresenta la pienezza della nostra identità. Di me stesso posso dire molte cose, che riguardano la mia età, i miei gusti, i miei desideri,…
Ma la verità su di me viene essenzialmente dalla realtà di figlio di Dio, perché è ciò che dà un senso a tutto quello che sono. Nessuna vita è vuota quando è piena di Dio.

domenica 28 dicembre 2014

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Vegliardi

"Era molto avanzata in età" (Lc 2,36)

In italiano il suffisso –ardo denota spesso una connotazione negativa, ma il termine “vegliardo” è una delle rare eccezioni di valore positivo ed è dovuta alla derivazione dal francese “vieillard”, che non risente delle nostre ubbie e indica un anziano che ispira autorità e rispetto.
La Scrittura tiene in grande considerazione le persone di età avanzata e assegna un posto d’onore ai ventiquattro vegliardi che nell’Apocalisse circondano il trono di Dio e gli tributano onori (Ap 4,4). Ma anche Simeone ed Anna occupano una posizione di prestigio e sono tra i primi a poter celebrare le lodi del Salvatore.
Teniamo presente che nel mondo antico, soprattutto quando la risurrezione non veniva ancora presa in considerazione, la longevità era ritenuta una sorta di speciale benedizione accordata da Dio a coloro di cui approvava l’operato. Ma nel caso di Simeone ed Anna possiamo tranquillamente affermare che la benevolenza di Dio si esprime molto più nell’incontro con Gesù che non nella lunghezza dei giorni sulla terra. Approssimandosi il tempo della loro dipartita, i due vegliardi godono della consolazione di contemplare ciò che avevano annunciato. Nella prospettiva dell’evangelista Luca, essi rappresentano quell’Israele fedele che è giunto sulla soglia di una nuova era, di cui Gesù in fasce costituisce l’alba.
In loro si condensano tutte le speranze precedenti che affidano al Bambino il loro carico di aspettative e cedono il passo alla novità che avanza.

venerdì 26 dicembre 2014

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Dove cerco il Dio che si è fatto uomo?

In queste settimane di avvento mi è capitato di leggere una storiella che poi ho sfruttato utilizzandola per una preghiera con i ragazzi del dopocresima e per il biglietto degli auguri di Natale. Nel racconto si incontrano le storie di vari personaggi. Marco, deluso dalla vita, decide di suicidarsi gettandosi da un ponte. Luca, che sta passando casualmente da quelle parti a piedi perchè gli si è rotta la macchina, lo vede ed urla al poliziotto dal lato opposto del fiume di gettarsi a salvare Marco. Gianni, l'unico poliziotto del paese che sa nuotare, era di servizio per via di una malattia di un collega.
Marco è salvo, la storia si conclude in paradiso, San Pietro brinda assieme ai meccanici che hanno messo fuori servizio la macchina di Luca ed agli altri complici di questo "piano ben riuscito".

Quest'anno ho provato a "prepararmi" bene al Natale. Ma più si avvicinava e più la voglia di festeggiarlo andava altrove. All'inizio cercavo qualcuno a cui dare la colpa, non trovando nessuno ho deciso di rassegnarmi a quello che sarebbe stato un Natale non eccezionale. 
Ed arriva la mattina del 25 (ieri), fantastico! Scarto i regali, poi vado a messa e dopo un piacevole pranzo con i parenti, gustando le lasagne favolose che ha preparato mia zia.
Con mia mamma decido di andare a trovare la perpetua\ sacrestana Marta, che da pochi giorni si trova all'ospizio, sola. Lei tutte le mattine apre e chiude la chiesa, legge le letture, ma spesso quando qualcuno le si avvicina risponde malamente, a volte neppure ricambia i saluti. Il mio pensiero è stato "beh, una buona azione a Natale la faccio, da bravo cristiano...è il minimo...". 

Marta ci vede entrare, le prime parole che ci dice sono "Non ci credo mica che siete qui per me!". Le stringo la mano e le dico "Senti, siamo proprio qui, per te".
Marta inizia a parlarci, di come adesso si stia riposando, dei giorni passati all'ospedale del paese vicino. Ci racconta che nonostante un po' di diabete non si è fatta mancare una fetta di panettone.
Incredibile! Non avevo mai visto Marta sorridere, ne mugugnare più di due parole di fila. Invece adesso era lei, che aveva passato il giorno di Natale in una casa di cura, senza parenti ne amici, a tenere viva la conversazione. Scherzando e ridendo cercava il nostro sguardo, me ne accorgevo ma "non riuscivo a reggerlo".

Ripensando alla storiella di Marco ho pensato "cavolo, Marta è andata all'ospedale per una complicazione respiratoria e oggi, in una casa di cura sembrava una persona completamente nuova! Che grande che sei Dio!". Poi, andando a correre, è tornato fuori il mio egoismo di questi giorni:" eh a me cosa cambia se lei è così felice?". 
Io sono andato all'ospizio per fare del bene a Marta, una persona sola, il giorno di Natale...mi sono invece ritrovato inondato del suo amore! Non so per quale motivo, ma da quel momento, dentro di me ho trovato una sensazione di tranquillità e pace.
Cavolo ho passato tutto l'avvento a cercare di capire in quale modo strano, pazzesco, eccezionale avrebbe potuto farsi presente nella mia vita Dio. Il Dio che si è fatto uomo, che ha deciso di salvare il suicida Marco con l'aiuto di Luca e Gianni, mi fa sentire tutto il suo amore attraverso le persone che mi mette accanto! 

sabato 20 dicembre 2014

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Turbamento

"A queste parole ella fu molto turbata" (Lc 1,29)

All’apparizione dell’angelo la reazione di Maria è tutt’altro che tranquilla, anzi san Luca ci dice che essa “fu molto turbata” (Lc 1,35), concetto che esprime attraverso una forma intensiva del verbo “tarassomai”, che significa appunto “essere sconvolto”. Questo dettaglio mi pare importante perché accomuna la reazione di Maria a quella di Zaccaria nell’analoga circostanza in cui riceve una visita angelica (cfr. Lc 1,12).
Il punto di partenza dei due personaggi è assolutamente simile, una normale reazione di paura nei confronti di un evento straordinario. Sarà il prosieguo della scena a definire la diversità dei personaggi e la differente apertura verso i piani divini. Essere sconvolta è un sentimento indegno per la Vergine? Non c’è alcun motivo di pensarlo, dato che persino il Quarto Vangelo, quello più incentrato sulla divinità di Gesù, non teme di fargli confessare di essere turbato nell’imminenza della propria morte (Gv 12,27) come già lo era stato a proposito di quella del suo amico Lazzaro (Gv 11,33).
Mi sembra, però, necessario distinguere le diverse forme di turbamento che sono attestate nei vangeli.
L’angoscia di Gesù nei confronti della morte è la naturale reazione della sua componente umana di fronte a un evento che rimane carico di mistero e di sofferenza. Un dolore altrettanto forte in grado di attanagliargli l’animo è quello provocato dal tradimento di Giuda (Gv 13,21).
I discepoli provano qualcosa di simile quando Gesù annuncia la sua prossima dipartita, perciò il Maestro si sente in dovere di rassicurarli con la garanzia del suo ritorno: “Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore” (Gv 14,27).
Il turbamento di Maria e Zaccaria pare invece provocato dall’incontro con il numinoso, una realtà trascendente che soverchia le forze umane. Non per nulla la medesima reazione è attestata nei discepoli quando vedono Gesù camminare sulle acque (Mc 6,50) o si trovano improvvisamente davanti al Risorto (Lc 24,38).
Quanta fatica per il Signore convincere gli uomini che l’incontro con lui non li distrugge, ma li salva!