Forse molti di noi hanno avuto la possibilità (e in punta di piedi oso dire la grazia) di stare vicini a una persona cara che va verso la morte, di accompagnarla in questo ultimo misterioso passaggio della vita. E forse allora queste parole di Marie de Hennezel potranno avere una particolare risonanza nel nostro cuore. Ma sono parole che possono far pensare molto anche chi non ha ancora avuto una esperienza di questo genere.
«Dopo avere per anni assistito gli infermi nei loro ultimi istanti, non ho appreso niente di più sulla morte, ma la mia fiducia nella vita non ha fatto che crescere. … Quando non si può più fare nulla, tuttavia si può ancora amare e sentirsi amati, e molti moribondi, nel momento di lasciare la vita, ci hanno lanciato questo messaggio struggente: non ignorate la vita, non ignorate l’amore. Gli ultimi istanti della vita di un essere amato possono essere l’occasione di spingersi con lui il più in là possibile. Quanti di noi colgono questa occasione? Invece di guardare in faccia la realtà dell’approssimarsi della morte, ci comportiamo come se non dovesse arrivare, mentiamo al’altro, mentiamo a noi stessi, e invece di dirci l’essenziale, invece di scambiare parole d’amore, di gratitudine, di perdono, invece di appoggiarci gli uni agli altri per attraversare quel momento incomparabile che è la morte di una persona amata, chiamando a raccolta tutta la saggezza, l’ironia, e l’amore di cui un essere umano è capace per affrontare la morte, ecco che quel momento unico ed esistenziale della vita è contrassegnato dal silenzio e dalla solitudine. … La veglia paziente e calma accanto ai moribondi mi è sempre sembrata favorire una sorta di meditazione sulla vita e sulla morte, uno stato di preghiera, di dialogo intimo con ciò che c’è di più profondo in noi, quello che alcuni chiamano Dio, ma che preferisco chiamare l’essenza di ogni cosa, il Reale estremo» (M. de Hennezel, La morte amica, Rizzoli, Milano 1997).
A queste splendide riflessioni ne aggiungerei una soltanto: non trattenere, ma con fiducia lasciare andare, consegnare. Per chi muore: non tentare di trattenere la vita, ma lasciarla andare, consegnarla nelle mani del Padre di Gesù (il Reale estremo preferisco chiamarlo così). «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (23,46). Per chi assiste chi muore: non tentare di trattenere per sé l’altro, ma lasciarlo andare, consegnarlo e aiutarlo a lasciarsi andare, a partire, a consegnarsi nelle mani del Padre di Gesù.