giovedì 11 marzo 2010

Dare il superfluo

Soprattutto al cambio di stagione, ma è comprensibile, trovo alla porta della canonica sacchi e borse di vestiti usati. La maggior parte è inservibile, il resto è Provvidenza per i poveri.

Il sacco che ho trovato martedì mi interroga: vestiti lisi, qualcuno sporco, nulla di presentabile.

Cosa è diventato per noi superfluo? L’inutile, l’inutilizzato, l’inutilizzabile? Il prossimo, povero, è solo più una discarica di quel che non ci serve o dei nostri sensi di colpa per quello che abbiamo?

Superfluo significa non essenziale, ed allora il superfluo che dobbiamo per giustizia è tutto quell’amore che gratuitamente abbiamo ricevuto in più, quel tracimare di Provvidenza e di Grazia che ogni giorno ci investe, quell’esserci costante di Dio ad ogni nostra celebrazione, un esserci esagerato, copioso, sovrabbondante.

Se non ci rendiamo conto prima di tutto di questo, saremmo noi a diventare presto superflui nel Regno dei Cieli.

Ascoltare la Parola




"Ascoltate la mia voce, e io sarò il vostro Dio" (Ger 7,23-28)





Come dice una preghiera della Comunità di Bose
la Parola di Dio può essere

letta ma non accolta, 
meditata ma non amata,
pregata ma non custodita, 
contemplata ma non realizzata 
 
Non lo scrivo per farti sentire mancante,
ma per farti provare un nuovo appetito.

mercoledì 10 marzo 2010

Vestiti, usciamo!

Sveglia bimbi, è ora di alzarsi!

Il risveglio non è proprio rapido, ma, prima il più piccolo, poi il più grande, si alzano.
Allora, dico al più grande, i vestiti di ieri sono sporchi, ti scegli tu pantaloni e maglia dall’armadio? E aggiungi le mutande!

Il più grande si apre l’armadio e sceglie: i colori fanno a pugni, almeno al mio occhio cromatico, per lui è l’accostamento migliore; al più piccolo chiedo, li scegli tu o faccio io? La risposta è variabile, oggi li prenderò io i vestiti; e ci avviamo tutti in bagno per lavarci e vestirci.

Ho deciso di far scegliere loro i vestiti: mi sembra un piccolo passo verso l’autonomia personale, ma molto utile per loro. Ovviamente ci sono alcune piccole regole: dopo 2 giorni i vestiti si cambiano, per quanto belli e preferiti siano! La decisione di scelta deve essere rapida; per quanto possibile ci si veste da soli. Anche per me ci sono alcune regole: non vieto nessun accostamento di colore! E non posso imporre nessun vestito… eccetto il cappello quando fa freddo!

Così capita che la camicia rossa, a righe blu, sta piegata nel cassetto e il più piccolo non vuole metterla mai… però capita solo a quella, chissà perché; capita anche che ci siano 2 o 3 maglie del più grande così consumate, che non credo potranno passare nel guardaroba del più piccolo… Soprattutto non capita quasi mai di avere discussioni sui vestiti, sul vestirsi da soli, sul non mi piace!

Mi sembra importante fare la loro autonomia lasciando che ogni giorno si esercitino su un pezzetto delle loro possibilità, finchè non le avranno sperimentate tutte… ne riparliamo quando saranno adolescenti?

Legge dell'Amore




"Osserverete le leggi e le metterete in pratica" (Dt 4,1.5-9)





Facciamo fatica
a considerare le leggi
"dalla nostra parte".

E siamo certo d'accordo:
il criterio di ogni precetto
è la legge dell'Amore.

Ma normalmente (è bene non illudersi)
non trasgrediamo le leggi per amore.

martedì 9 marzo 2010

Scuola di vita

Qualche giorno fa, Fabio, 17 anni, mi racconta un episodio personale. Assieme a due classi dell'ultimo anno del Liceo, partecipa ad un cineforum presso il Carcere di Saluzzo. L'attività extra-curriculare prevede dopo la visione del film un momento di scambio tra giovani e detenuti. Si parla delle difficoltà della vita. Che fare quando le cose vanno male? Fuggire per cercare la felicità altrove o provare ad affrontare i problemi? Il clima dell'incontro si fa sempre più disteso e confidenziale e così - improvvisa - arriva la fatidica domanda: Chi di voi è felice?

Dei 20 detenuti presenti, 20 alzano la mano. Dei 50 ragazzi presenti...solo 4 la alzano. PANICO! Come mai, neanche di fronte a delle persone carcerate, un gruppo di giovani di 17 e 18 anni riesce a percepire il bene che c'è nella propria vita? I carcerati sono sorpresi. I giovani, molto di più. Chi ha alzato la mano racconta il motivo della propria felicità. Un uomo dice: "Mia figlia ha la vostra età. Sta per affrontare l'esame di maturità e questo le permetterà di realizzare scolasticamente un traguardo importante".
Un giovane detenuto: "Ho ancora parecchi anni da scontare, ma mi è nata da poco una bambina. Questo mi fa felice! Il poterla vedere...Sapere che sta bene...".
Un altro ancora: "Tra pochi mesi uscirò dal carcere. Posso ricominciare. Ci sono delle persone che mi aspettano. E' un'opportunità importante..!".

Qualcuno dei ragazzi prende la parola. La tristezza e la gioia possono dipendere da un'interrogazione che va bene o che va male. Da una delusione inaspettata. Da quel pezzo...che ti manca sempre. E se c'è qualcosa di buono, potrebbe sempre "rompersi".
Poi uno studente aggiunge: "Io sono felice perchè mi sento amato e non credo che questo dipenda da un singolo episodio, da un'emozione che va e che viene. Mi sento amato e so che io posso ri-amare oggi, come domani, come sempre".


E tu, amico?
Tu, che sei dentro l'adolescenza o che l'hai superata da molti anni,
tu che vivi libero o in qualche prigione,
che mi dici di te?

Se un carcerato sa dare speranza a un giovane,
forse siamo di fronte a un adulto che sta superando a pieni voti il suo esame di maturità.

Miserere





"Quante volte dovrò perdonargli?" (Mt 18,21-35)
  





Non è questione di volontarismo
Non può dipendere solo dalle mie risonanze emotive
Non c'è ragionamento così invincibile da convincere un cuore ferito
Non basta conoscere il Vangelo


Forse se non hai memoria in te
di un'esperienza di vera misericordia,
è difficile offrire  perdono ad altri.

Ma ti capiterà di cadere, no?
E allora ti auguro di incontrare qualcuno che ti ridoni vita.

(o forse credi di essere migliore degli altri?)

lunedì 8 marzo 2010

QUATTRO: l’ira. Rabbia e vendetta.

Il quarto pensiero è l’ira. L’ira è qualcosa che ha a che fare da una parte con la nostra aggressività e, dall’altra, con il nostro rapporto con gli altri. Per quanto riguarda l’aggressività vale certamente quello che dicevamo relativamente alla sessualità: l’aggressività è una forza buona, anzi fondamentale per molte cose della nostra vita. L’aggressività serve a esprimere se stessi, a realizzare i nostri desideri e i nostri obiettivi, a resistere di fronte alle difficoltà, a lottare contro le tentazioni, a stabilire dei limiti e dei confini. Eppure, come ogni altra realtà di questo mondo, può essere usata male, tanto perché ne facciamo troppo poco uso, quanto perché non siamo capaci di gestirla e lasciamo che si impossessi totalmente di noi.

Questo è precisamente il caso dell’ira. Evagrio dice che «l’ira è una passione furibonda, che con facilità fa uscire di mente quelli che afferra, inferocisce l’anima e fa evitare ogni compagnia». Giovanni Cassiano raffina l’analisi distinguendo tre specie di collera: «la prima è quella che avvampa interiormente; … la seconda è quella che prorompe in parole e gesti; … la terza è quella che non viene smaltita in breve ora, ma coltivata per giorni e giorni».
La prima specie è dunque un moto interiore al quale non corrisponde però un’espressione esterna: è una collera sotto controllo. Ci si arrabbia, ma ci si trattiene.

La seconda invece è una collera che trova espressione in gesti e parole. Sappiamo bene quanto questo possa essere pericoloso: non solo per i gesti che possono diventare addirittura azioni omicide, ma anche per le parole. Parole dette sotto la pressione della collera di un momento possono provocare delle ferite che faticheranno molto a rimarginarsi o addirittura distruggere una relazione.
Ma certamente la specie più pericolosa di collera è la terza. Essa non trova espressione subito, ma solamente perché cerca il modo e il tempo più adatto per manifestarsi: «la vendetta è un piatto che deve essere gustato freddo», dice il proverbio. E man mano che il tempo passa questi pensieri interni di rancore e risentimento possono farsi sempre più intensi e architettare astutamente e malignamente progetti vendicativi: è il male scientemente premeditato. Ed è quello che ci fa più impressione perché può arrivare a livelli terribili (non voglio citarne nessuno, ma pensate ad alcuni delitti di cui hanno parlato molto le cronache di questi ultimi tempi). Qui si manifesta tutta la diabolicità dell’ira.

Forse non è questa la nostra esperienza comune, ma penso che tutti quanti ci siamo confrontati con un’ira che covava dentro di noi verso qualcun altro, anche senza arrivare a conseguenze così devastanti.

La risposta giusta? Quella più semplice.



 "Padre mio, se il profeta ti avesse ordinato una gran cosa, non l’avresti forse eseguita?" (2Re 5,1-15a)



A volte crediamo di dover affidare a cose complicate la soluzione dei nostri problemi. Saremmo disposti a fare di tutto per cambiare, tranne quella cosa .
Piccola, semplice, evidente.

Non bloccarti.
Chiedi la grazia di cambiare ,
e l'umiltà di ricominciare (adesso).

Io pregherò per te. E tu fai lo stesso.

sabato 6 marzo 2010

III Domenica di Quaresima

Dal vangelo secondo Luca (13,1-9)

In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

Specchio riflesso!

Una mattina della settimana, in bagno, prima di svegliare i bambini, ore 6.30.

Mi guardo allo specchio, non è possibile che dopo aver dormito, abbia una aria così pesta! Va bene, mi sono alzata stanotte un paio di volte; va bene, ieri sera ho ancora studiato dopo cena, ma tanto, se non studiavo, avrei letto e fatto tardi lo stesso; va bene, è stata una settimana molto impegnativa (anche se l’ultima settimana tranquilla deve essere stata durante le vacanze di Natale…); va bene tutto, ma si vede anche tutto dal mio aspetto! Pur scoraggiata, eseguo il cursus di pulizia e cura, riepilogando la giornata a venire: bene, la prossima mezz’ora di relax sarà dopo le 22… meglio se stasera vado a letto presto, e vado a svegliare i bambini.

Mi siedo sul pavimento e inizio a chiamarli; il più piccolo mi guarda; poi esce dalle coperte e viene a sedersi in braccio e mi saluta: “Mamma, mammuccia, come sei bella!”.

Avevo dimenticato di guardarmi nell’altro specchio: quello dell’amore delle persone che ci vogliono bene.

La fatica dell'età adulta

 


"Figlio, tu sei sempre con me" (Lc 15,1-3.11-32)





Diario 6

La parabola del figliol prodigo (io continuo a chiamarla così)!
Mi piacerebbe sempre pensarmi al posto del figlio minore. Forse lo sono stato. Ma adesso barerei se non accettassi di riconoscermi più vicino al fratello maggiore. Quello antipatico, insomma. Di lui mi spaventa quello che dal mio punto di vista è il peccato più grave: la mancanza di gratitudine. Tremo ad immaginarmi un adulto deluso e incarognito. Arrabbiato con il mondo e con Dio.

Una cosa mi solleva: un Padre che ti supplica di entrare alla festa. E poi azzardo un'aggiunta al testo (d'altra parte la parabola rimane aperta, senza un finale scritto). Io continuerei così: a un certo punto, al Padre si unisce la richiesta di mio fratello. Anche lui, saputo che non voglio entrare in casa, esce ad offrirmi la sua RELAZIONE. E tenta di aprirmi gli occhi: Dio è la mia eredità.

Non sono poche le persone che devo ringraziare per avermi fatto sperimentare, nella fraternità, l'amorevolezza dell'unico Padre!

Anche tu, caro lettore, hai dei fratelli da ringraziare?

venerdì 5 marzo 2010

I miei amici diciottenni

Carissimi,
la settimana scorsa in Seminario Minore ho guidato un gruppo di diciottenni nell'esperienza degli esercizi spirituali, una proposta a cui sono da tempo affezionato. Continuo a credere che sia importante offrire a questi giovani che si avviano all'età adulta la possibilità di stare con il Signore e di maturare in ascolto della sua Parola scelte forti e vere, che incideranno sulla loro vita futura e sulla sorte della Chiesa e della società in cui vivono.


Oltre alla predicazione e ai momenti di preghiera vissuti insieme, ho accolto i ragazzi che hanno chiesto di potermi parlare personalmente: sono incontri belli in cui ascoltare le loro storie e incoraggiarli a una risposta sempre più generosa a Dio. Un altro momento che sento fondamentale è il momento del dialogo a gruppi in cui ciascuno può esprimersi con sincerità, offrendo le proprie domande, senza nascondere dubbi su temi di fede e di morale. E tutte le volte mi scopro “infiammato” da questi confronti: voglio bene a questi giovani e desidero che possano dare ali alla propria libertà, senza lasciarsi trascinare dalla massa, ma scegliendo con intelligenza e passione di aderire alla chiamata fondamentale che il Signore offre a ciascuno: la santità, la felicità secondo il cuore di Dio.

Sento il bisogno di ringraziare il Signore e ciascuno di quei giovani per l'esperienza vissuta insieme e anche attraverso questo post desidero confermare loro la mia preghiera per il cammino che stanno conducendo.

Con una grande e affettuosa benedizione

Se dormi in chiesa




"Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!" (Mt 21,33-43.45)




Diario 5

Ogni giorno, dopo l'eucaristia, rimango con i miei compagni in cappella. Quaranta minuti di preghiera personale, in ascolto della Parola del giorno. Nel riverbero della liturgia che è stata celebrata.

Non raramente mi sorprendo "assonnato" come i discepoli nel Getsemani. Ci sono ragioni di povertà personale, di stanchezza. E la consapevolezza anche che la preghiera (fuori dalla retorica) non è così connaturale, spontanea, facile. Peraltro, solo in essa riesco a sperimentare la vera pace e la compagnia di Gesù.

Ora - non so bene per quale meccanismo - le pagine che più favoriscono in me la stanchezza e l'assopimento sono proprio quelle più complicate, quelle su cui si stende l'ombra della croce. C'è un mistero di buio, di oscurità che attraversa la vicenda del discepolo. E da questa scena io vorrei sparire. FUGGIRE. Vorrei riscrivere la mia parte.

Quando gli occhi faticano, allora provo a inginocchiarmi e a fissare la croce.
Mi aiuta molto. 

p.s. Anche don Mario ogni tanto si addormenta!

giovedì 4 marzo 2010

La gioia dell’orizzonte

Dal mercoledì delle ceneri anche le nostre chiese sono in veste quaresimale, essenziali, senza fiori, solo qualche pianta.

Con felice intuizione chi si occupa di questo servizio, nascosto ma essenziale, ha riservato alla cappella dell’adorazione tutti i fiori che le persone ci portano o lasciano in occasione di un funerale.

Questa settimana è un fiorire di primavera e l’accostamento con la Chiesa grande è un capolavoro di teologia!

Non digiuniamo che per preparare la gioia del banchetto del cielo, faccio la strada in salita per guardare lontano ad un orizzonte di vita eterna, mi sporgo verso il mio prossimo perché in Lui, sofferente, incontro la guarigione che viene da quel Gesù che si è incarnato in quelle piaghe.

Mi affaccio al tabernacolo e scopro un’esplosione di vita profumata: sì, la Resurrezione l’aspetto, non è una favola. La vedo, l’annuso. Mi piace.

Gesù tra i poveri




 "C’era un uomo ricco" (Lc 16,19-31)





Diario 4

La povertà! Un prete deve essere povero?
Sì! Come ogni battezzato d'altra parte.
Senza fermarmi a letture metaforiche/spiritualistiche/fantasiose della povertà (più parole usi, più giustificazioni stai cercando!), devo ammettere che la parola povertà richiama in me un senso profondo di libertà e contemporaneamente una grande paura. I preti non sono poveri: lo sappiamo tutti. Non servono gli scandali che arrivano (non raramente purtroppo!) dai fatti di cronaca e da esperienze personali.

Vorrei custodire in me l'intenzione sincera della povertà. E d'altra parte, di uomini e donne che hanno scelto una vita semplice ho avuto esperienza (non uso l'espressione "vita sobria" perchè la percepisco sofisticata, addirittura ipocrita).

Su una questione però non posso ingannarmi. La vita che condurrò non sarà povera: mangio abbondantemente, sto al caldo, ho una macchina, vado in vacanza...Se questa è povertà!! Ma posso cercare i poveri, diventarne AMICO e trovare tra essi quel Gesù che dico di voler seguire.
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