giovedì 17 aprile 2014

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Giovedì santo

Faccio, voce del verbo dimenticare.
Faccio, voce del verbo correre.
Faccio, voce del verbo stancarsi.
Faccio, voce del verbo inorgoglirsi.

Prego, voce del Verbo di Dio.

Giovedì Santo, ritorno al mio sacerdozio ed una lettura provvidenziale di uno scritto di Jorge Mario Bergoglio mi riporta al centro con una domanda scomoda: alla sera sono sempre più stanco dopo mille corse pastorali, ma il mio cuore è affaticato dalla preghiera per quelle stesse persone per cui corro, per la mia gente d'università? Suggerisce il futuro Papa che come battezzato e come prete devo "trattare con Dio la salvezza della mia gente".

Una provocazione ed un augurio, una richiesta di conversione e di preghiera: affaticare il cuore, come Maria, perchè un prete sia prete dal cuore pieno, se necessario gonfio, ed ognuno di noi sia un cristiano capace della carità più alta, eucaristica, il dare la vita per il Regno. 

mercoledì 16 aprile 2014

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Il clima dello spogliatoio non lo fa solo Mourinho...

Uno dei luoghi dai quali sarò presto esclusa è… lo spogliatoio! 
Ci entro praticamente senza alcun motivo utile: i bambini si cambiano da soli, mentre chiacchierano, buttano i vestiti nella borsa, prendono tesserino e via a giocare; e direi che fanno più in fretta quando non intervengo... 
praticamente uguale al nostro...
e a centinaia di altri!
l’unico motivo per cui ci entro, lo so benissimo, è sedermi sulla panca, fare da tappezzeria e ascoltare le conversazioni tra bambini, che sono così interessanti… e so benissimo che è un piacere anche per molti altri genitori... Quei cinque-dieci minuti in cui puoi vederli come se non ci fossi, in cui sono proprio loro come sono nel mondo, dimentichi di te... e molto contenti! 
Potresti quasi immaginarteli tra 10 anni, come saranno... poi ti viene in mente come potresti essere tu e ti distrai, perdi in altri pensieri quel soffio di infanzia in crescita, ti viene in mente il tuo spogliatoio da piccola... è un attimo, sono pronti e ti guardano, beh, andiamo?  E tu rimetti il ricordo al suo posto, è ancora lì tutto intero, nel bene e nel male sei cambiata da allora, ma forse più in bene...

Ieri, uscendo dopo la ennesima discussione su Messi, uomo partita, sulla gara scolastica di ginnastica tra istituti comprensivi e sulla necessità di imparare a disegnare la bocca dei mostri, con i denti e tutto, il più grande si carica la borsa in spalla e mi dice, sai mamma io ho degli amici lì dentro…
Il più piccolo ha replicato, meno male, pensa se ci fossi solo e sempre io, che noia!


Ok, mi faranno fuori presto dallo spogliatoio, ma per fortuna c’è sempre il tragitto verso casa per ascoltarli…  e forse anche i loro ricordi si conserveranno interi!

martedì 15 aprile 2014

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E' buona la pizzetta?

Assieme alla mia famiglia, ai miei zii ed ai miei cugini siamo andati a casa di un nostro amico per festeggiare il suo compleanno. Mio cuginetto Matias mi indica immediatamente un grosso tavolo pieno di stuzzichini da gustare. Insieme ci avviciniamo al tavolo, lui prende subito una pizzetta. Da buon cugino maggiore mi sento quasi in dovere di assaggiarne anche una io! Sul tavolo noto delle fette di salame, chiedo a Matias se ne vuole una, lui che stava ancora mangiando la pizzetta mi risponde di no. Dopo pochi secondi sento la sua voce che mi chiede: "Padrino vorrei anche io il salame". In quel preciso momento arriva mia nonna, ci chiede se abbiamo assaggiato le pizzette e se sono buone. Subito mio cuginetto risponde "Si! Sono più buone di quelle di mamma perchè sono più morbide."; anche mia nonna assaggia una pizzetta e ci dice che avevamo ragione!

Alla domanda di mia nonna "E' buona la pizzetta?" non ho risposto io. Sono rimasto a pensare, probabilmente da li a poco gli avrei detto che era buona anche se non mi ricordavo che gusto avesse. Io ho trangugiato la pizzetta pensando ad altro, alla fetta di salame che avrei mangiato dopo. A mio cuginetto piace molto il salame, ma non lo ha voluto perchè in quel momento era concentrato solo sulla sua morbida e gustosa pizzetta.

Da quando inizia l'avvento ogni giorno penso: non vedo l'ora che sia Natale! Nei quattro o cinque giorni prima dell'esame di biologia il pensiero andava alle 17 e 30 del 18 gennaio, l'ora in cui sarei uscito dall'aula nella quale facevo il test. Il martedì mattina a lezione penso che mancano "solo" tre giorni al week-end, la sera a cena con i miei mi lamento della giornata pesante che ho trascorso... e così non mi gusto il sorriso con cui mi saluta l'autista del pullman ogni fredda mattina di dicembre, non mi soffermo sulla bellezza di ciò che sto leggendo sui libri dell'università. Non colgo la bellezza di avere degli amici con cui parlare il martedì mattina, non faccio caso a quanto sia buona la pizza che mia mamma mi ha preparato per cena sapendo che avrei avuto una giornata faticosa.

Questo post mi ha fatto pensare: il mio cuginetto Matias sa che le pizzetta sono buonissime. E così l'ha gustata senza pensare ad altro ed era molto felice. Questa settimana è la settimana Santa! Io so, me lo ricordo dagli anni passati, che è una settimana ricchissima! Voglio provare a fare come Matias, mi gusto questi sette giorni senza pensare ad altro, senza avere dubbi, so che così sarò felice!


lunedì 14 aprile 2014

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De inutilitate Dei

Rivolgendosi alle monache benedettine, fra Timothy Radcliffe scrive: «negli ultimi anni, gli astronomi hanno esplorato i cieli in cerca di nuovi pianeti; fino a tempi molto recenti non erano in grado di vedere un pianeta direttamente, potevano però individuarlo grazie a un’oscillazione nell’orbita di una stella. Forse con coloro che seguono la Regola di Benedetto accade qualcosa di simile; solo che voi siete i pianeti che svelano quell’invisibile stella al centro del monastero. L’orbita misurata della vostra vita indica il mistero che non possiamo vedere direttamente. “Veramente tu sei un Dio nascosto, Dio d’Israele” (Is 45,15)».

Non ti vediamo, talvolta ti sentiamo, ma proprio come un pianeta invisibile ai nostri occhi, una stella che non possiamo vedere, te ne stai lì. Noi crediamo che solo col fare, solo con l’agire possiamo veramente essere utili e importanti agli occhi del nostro mondo; asteroidi senza orbita né meta, spinti dalla sete di carrierismo, di soldi, di valere qualcosa. Tu invece, fermo nella tua inutilità pragmatica (perché a nulla mi servi nella mia carriera, nella mia affermazione sportiva, nell’aumento del mio patrimonio economico) tu mi offri solo un centro, fisso, saldo, attorno a cui orbitare.

Signore, rendimi inutile!

sabato 12 aprile 2014

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Tenebre

"A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio" (Mt 27,45)

Le ultime ore della vita terrena di Gesù sono accompagnate da un fenomeno inquietante, l’oscurità che si abbatte sulla terra nelle ore in cui teoricamente dovrebbe esserci più luce. Siamo davanti ad un fenomeno atmosferico che in realtà assume un valore teologico, essendo le tenebre connesse all’assenza della luce, uno degli attributi divini (“Dio è luce e in lui non ci sono tenebre” dice 1Gv 1,5).
Che la morte venga associata alle tenebre non ci stupisce più di tanto, dal momento che l’oltretomba – il luogo dei morti – nell’antichità era spesso rappresentato come un luogo oscuro, che Giobbe chiama “la terra delle tenebre e dell’ombra di morte” (Gb 10,21).
Ma il buio pesto che cala durante la morte di Gesù è qualcosa di più terribile, assume i contorni di un evento cosmico. La terra ripiomba nell’oscurità delle sue origini, prima che Dio creasse la luce e grazie ad essa tutte le creature che la abitano. È come se in quegli istanti il mondo avesse perso la propria fisionomia, la propria identità. Rifiutando l’inviato di Dio, l’umanità torna nel caos primordiale, un disordine al tempo stesso materiale e spirituale. L’oscurità, infatti, si presenta come il risultato inevitabile dell’ostinazione nel male, come ebbe a dire Gesù stesso a coloro che lo arrestavano nel Getsemani: “questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre” (Lc 22,53).
L’umanità si condanna al buio quando elimina il suo Sole.

venerdì 11 aprile 2014

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L'arbitro ha bisogno di aiuto

L'arbitro di una partita di calcio corre avanti e indietro nel campo per 90 minuti. E' chiamato a prendere decisioni, senza aver a disposizione troppo tempo per pensare. Per cercare di non sbagliare nelle proprie scelte un buon "giudice di gara" dovrebbe cercare di non farsi condizionare da antipatie e simpatie verso una o l'altra squadra, verso l'uno o l'altro giocatore. Un arbitro saggio può chiedere l'aiuto di un guardalinee che spesso, non si sa bene come, riesce ad interpretare le situazioni di gioco meglio di un arbitro. Certo conforntandosi con il guardalinee la partita si interrompe per un momento. Questo però permette all'arbitro di non sbagliare. Subito i calciatori potrebbero arrabbiarsi, non convinti della decisione; ma guardando i replay a fine gara noteranno la giustizia della decisione.

Lo scorso anno mi è capitato di iniziare a studiare per un esame difficile. Non avevo troppo tempo a disposizione, ero consapevole che sarebbe stata una sfida impegnativa. Il primo giorni di studio era stato un disastro, arrivai la sera insoddisfatto. Per di più dovetti anche andare ad una riunione, era l'ultima cosa che avevo voglia di fare in quel momento! Il secondo giorno di studio fù peggio del primo se possibile ed a metà di quel pomeriggio sarei anche dovuto andare al compleanno del mio cuginetto. Non ne avevo voglia! Decisi che la soluzione giusta era quella di continuare a studiare, anche se ero stanchissimo. In quel momento decisi che la strada giusta era quella di stare sui libri in modo intenso, togliendo ogni altro impegno, anche nei restanti giorni che mi separavano dall'esame. Avrei lasciato solamente lo studio. Questa si che era la soluzione giusta, infatti per un giorno o due le cose andarono decisamente meglio, la qualità dello studio migliorò. Continuando in questo modo il quinto giorno ero però molto stanco e giù di morale, non avevo più voglia di stare sui libri sempre e solo. "Sono sicuro che sia il modo giusto di fare, ha funzionato così bene in questi giorni!" pensavo tra me e me. "Da quando ho preso questa strada lo studio va decisamente meglio!". Arrivai al giorno prima dell'esame certamente preparato e felice di sostenerlo, non per quel che avevo studiato, solamente perchè da quel giorno avrei potuto riprendere altre attività nella mia vita.

Un anno dopo mi sono ritrovato in uno scenario simile. Avevo un esame da preparare, nuovamente molto impegnativo e alcuni altre faccende negli stessi giorni. Una persona che tiene molto a me, un caro amico, questa volta mi consiglia ( forse è più giusto dire obbliga, infatti purtoppo non potevo non accettare il suggerimento) di non eliminare gli altri impegni! Questo mi faceva sentire ancora peggio, pensavo che non sarei mai riuscito a prepararmi bene per l'esame. In quel momento non ero per nulla sereno. Dopo tre o quattro giorni in cui savo sui libri il più possibile, lasciando in ogni caso spazio agli altri impegni, mi accorsi che sapevo bene gli argomenti che avevo studiato e per di più ero riuscito a portare avanti le altre "faccende" che avevo da sbrigare. Questo mi faceva stare bene, riuscivo inoltre ad appassionarmi di più alla materia all'esame.

Ecco come fanno i guardalinee a dare buoni consigli! Proprio perchè non sono coinvolti emotivame ed influenzati dai calciatori, come capita agli arbitri, riescono a vedere le azioni da lontano, in modo più chiaro, come il mio caro amico. Mostrano una "nuova via" al giudice di gara che in quel momento sente troppo la tensione, non ha il sangue freddo e la lucidità necessaria per prendere la giusta soluzione. Questo confronto, come quello con il mio amico, richiede di "sprecare" un po' di tempo e pazienza subito per prendere la decisione che permette alla partita, alla mia vita, di proseguire nel modo più giusto, bello!

giovedì 10 aprile 2014

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Voltarsi dall'altra parte

Venerdì sera, chiesa del centro storico, proprio davanti al rettorato dell'Università un gruppo di universitari regala alla città un momento di preghiera davanti a Gesù insieme alla comunità parrocchiale: porte aperte, la luce che illumina l'ostensorio, un semplice invito a fermarsi e farsi avvolgere da Lui. Ma quest'ultimo venerdì si è inserita una piccola grande novità: un mendicante. 

Proprio davanti alla porta, appena più in basso, in ginocchio sul selciato o seduto sul primo gradino prova ad approfittare dell'occasione per raccogliere qualche cosa di più. 

L'atteggiamento delle persone che passano per la via è uno spaccato di vangelo vivente: chi lo nota da lontano fa di tutto per non incrociare il suo sguardo e, quindi, non guarda cosa accade all'interno della chiesa, altri lo vedono all'ultimo, proprio mentre stanno per guardare cosa accade in quella chiesa insoltamente aperta di sera... anche loro lo vedono, volgono lo sguardo altrove, affrettano il passo. 

Vangelo vivente ed incarnato: se non vuoi incrociare lo sguardo del povero non incroci neppure la presenza reale di Gesù in mezzo a noi. Chissà se non sia una buona suggestione in questi ultimi giorni di quaresima, in attesa di vederlo tra noi il Cristo risorto?

martedì 8 aprile 2014

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Punto.


 
 
Così dice il Signore Dio: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele.
 Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio.
 Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nella vostra terra. Saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò». Oracolo del Signore Dio.

 (Ez 37, 12-14)



L'ho detto e lo farò.

Punto.

Non si può dire che il Dio che parla a Ezechiele tentenni nelle sue affermazioni.

Non è proprio sempre così nei libri dell'Antico Testamento. Talvolta anche Dio cambia idea: lo fa quando prima Abramo, poi Mosè, lo persuadono a non punire i suoi figli per i loro peccati.

Ma quando si tratta di salvezza, no.
Quando Dio ci promette la Vita, non lascia alcun margine di dubbio sulla serietà delle sue intenzioni.

Non posso banalizzare più di tanto la serietà di Dio verso di me.

Di fronte a questa parola così netta, così chiara, non c'è spazio per il forse: o quello che mi dice è vero, e allora mi cambia la vita; o non è vero, ma allora cambia per un altro verso la vita.
O sì, o no.

Il linguaggio dell'amore è semplice, anche nella punteggiatura.

Parla con frasi che solo un bambino nella fede, con la sua fiduciosa, disarmata disponibilità, può comprendere ed accogliere, e ricambiare.


sabato 5 aprile 2014

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Piangere

"Gesù scoppiò in pianto" (Gv 11,35)

Quando Gesù volge lo sguardo su Gerusalemme che si rinchiude nella propria incredulità scoppia in un pianto che esprime rabbia e frustrazione perché ogni tentativo di ricondurre alla ragione i suoi abitanti non ha raggiunto lo scopo (Lc 19,41).
L’altra occasione in cui troviamo Gesù in lacrime è l’episodio della morte dell’amico Lazzaro. È quantomeno curioso che proprio Giovanni, l’evangelista che sottolinea con maggior vigore la divinità di Gesù, ci offra degli inequivocabili segnali di umanità e debolezza nel suo stare in mezzo alla gente: stanco e assetato nell’incontro con la samaritana, oppresso dal dolore per la scomparsa di un amico (Gv 11,35).
Senza nulla togliere alla reale umanità di Gesù, occorre comunque notare che queste manifestazioni esteriori dei suoi sentimenti non sono mai uno sfogo incontrollato. Anche quando piange, Gesù non perde mai di vista la situazione e non si abbandona alla disperazione: “L’azione salvifica del Cristo risulta collocata su un piano del tutto diverso da quello delle sue reazioni emotive… non si può parlare di semplice sensibilità esistenziale, ma di uno sguardo superiore, eppure pienamente partecipe della sofferenza umana” (A.Miranda).
Le lacrime di Gesù non sono semplicemente le lacrime di un uomo che soffre nel vedere una famiglia disgregata dalla morte, ma quelle di un Dio compartecipe al nostro lutto e apparentemente impotente. La risposta divina non è tanto nella risurrezione di Lazzaro, una soluzione soltanto provvisoria al nostro pianto, quanto in quella di Gesù che ci spinge a guardare oltre con fiducia.
Del resto Gesù non ha mai detto che non si debba o che non valga la pena piangere per qualcuno, ma che un giorno sarà tolto ogni motivo per piangere.

venerdì 4 aprile 2014

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Il tallone d'Achille, il mio punto di forza!

Achille, considerato l'eroe per eccellenza, era figlio di Pelèo, re dei Mirmìdoni e della ninfa Teti. Alla sua nascita, la madre che voleva renderlo immortale, lo immerse per tre volte nelle acque del fiume Stige tenendolo per un tallone, che però rimase l'unica parte vulnerabile del suo corpo perché non immersa.
Un giorno un oracolo profetizzò a Teti che Achille sarebbe rimasto ucciso durante una guerra, che si sarebbe combattuta contro la città di Troia.

Anche io ho un "tallone d'Achille", un punto debole. Quante volte ho pensato a come sarebbe tutto estremamente più semplice senza. Non lo svelo a nessuno, non mi piace l'idea che gli altri mi vedano "debole". Voglio cercare di essere perfetto agli occhi dei miei conoscenti, di non aver bisogno degli altri ma di essere semplicemente nella condizione di aiutare le persone che mi sono attorno, loro si piene di problemi. Ed allora, con grande fatica, nascondo il mio punto debole, non ci penso.
Puntualmente però questa "parte debole" inizia a bruciare, alle volte il dolore è fortissimo. In questi momenti non sono nella condizione di aiutare gli altri, ma non posso dirlo, che figura ci faccio? Anche se avrei un estremo bisogno di un amico che mi curi e mi allevi il dolore. Che figura avrebbe fatto l'eroe Achille se avesse detto che in fondo lui poteva morire? ...

... Magari, semplicemente, non sarebbe morto. Se Achille avesse detto ai suoi compagni che anche lui era mortale, non lo avrebbero lasciato combattere da solo sicuri che non potesse essere ucciso. Avrebbero tenuto uno sguardo verso di lui e lo avrebbero aiutato vedendolo in difficoltà, attaccato in quella sua parte del corpo così delicata. Certo, non lo avrebbero più creduto
un mito, immortale, ma in fondo non lo era. 
Eh se io riuscissi con grande difficoltà a svelare ad alcune persone il mio punto debole? I miei amici non mi crederebbero più "immortale", ma in fondo non lo sono. Invece avrebbero lo sguardo rivolto verso di me, sarebbero pronti a soccorrermi ed a inondarmi delle loro attenzioni e del loro amore per non farmi "morire". Quella parte che vorrei eliminare di me, diventerebbe il punto di accesso attraverso il quale le persone che mi vogliono bene potrebbero trasmettermi il loro amore! Ecco che ho scoperto un punto di forza: il mio tallone d'Achille!

 Eh se io riuscissi con grande difficoltà a svelare a Dio il mio tallone d'Achille? Potrebbe essere la porta d'accesso che Dio ha per raggiungermi?!

giovedì 3 aprile 2014

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Chi semina Dio raccoglie paradiso

Hai dei dubbi sulla tua vocazione? Hai paura di dire di sì al Signore? Permettimi di condividere un regalo di compleanno di pochi giorni fa... 

"Tanti auguri Baluca!!!!! come stai? io mi sento mortalmente in colpa..perchè mille volte in questi anni ho pensato di venirti a trovare, di scriverti per sapere come stavi e per farti sapere di me. Tante altre volte avrei avuto il bisogno di parlare con te per affrontare alcune situazioni di ansia, stress, rabbia della vita di tutti i giorni. Altre volte ancora avrei voluto parlarti di fede, nei periodi di certezza ma soprattutto di dubbio. Tutto questo per farti solo capire che per quanto io sia “sparita” in un certo senso, ti ho sempre pensato in tante occasioni, mi mancano davvero le nostre chiacchierate anche se dall’ultima sono passati mille anni. Ti voglio tantissimo bene, buon compleanno!"

Chi semina Dio raccoglie Paradiso, già qui... avanti con coraggio amico mia, amica mia.

martedì 1 aprile 2014

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Sono Io!


Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo (Lc 24,16)




Come è possibile?

Come si può non riconoscere una persona che amiamo, che ci ama e non fa nulla, proprio nulla per camuffarsi?
Quante volte i volti più importanti della mia vita mi stanno davanti, gli occhi amati mi guardano e mi cercano, ed io non li vedo nemmeno?
O peggio, me ne accorgo, so che ci sono ma le serietà della mia vita continuano a giocarsi a livello del pavimento, da cui i miei occhi non sanno staccarsi?

E' l'esperienza che fa Gesù Risorto.
Avrebbe tanta voglia di dirmi: sono proprio io! Sono proprio qui!

E' una brutta cosa non essere riconosciuti.
Bruttissima.
Ne faccio esperienza quando l'amore che dono, che rischio, che spreco non viene nemmeno riconosciuto dalla persona amata.
L'amore corre sempre il rischio di passare inosservato, di essere frainteso, addirittura di essere brutalmente cestinato.

E' l'ultima fatica di Gesù.
Vinta la morte, deve ancora guarire la cecità dei miei occhi, il gelo del mio cuore.

Sono proprio io! Sono proprio qui! Voglio accendere la vita dentro di te, sono risorto per questo!
Ma stolto e tardo di cuore, quand'è che ci crederai?

lunedì 31 marzo 2014

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Diometro

“Vorrei diventare sacerdote” “Ma tu sei bravo, sei intelligente! Come ti viene in mente? Ti credevo diverso!”. “Vorrei diventare suora missionaria!” “Ma cosa fai, sprechi la tua vita? Ci sono molti altri modi per aiutare, e per far vedere quanti vali!”. “Entrerò in monastero..” “Cosa?? Butti via così tutti gli sforzi dei tuoi genitori, i tuoi sogni, la tua vita? Sei pazzo!”.

Tutti abbiamo (e abbiamo bisogno di) un sogno su noi stessi; molti hanno un desiderio su di noi; Dio ha un sogno su di noi. Il metro che troppo spesso usiamo per la nostra vita è quello dell’IO: l’affermazione di sé, la felicità dei propri genitori, il non deludere le aspettative che chi ci sta intorno si è creato e ci ha addossato. E poi c’è Dio: il suo sogno usa un altro metro, quello della felicità che nasce dentro, e che dà frutti fuori: l’Amore! Se usiamo l’IOmetro rischiamo di cadere nella tentazione di non scegliere l’amore, ma il conveniente, l’utile, ciò che ci si aspetta da noi. Il DIOmetro scardina questa prospettiva, senza scardinare i nostri sogni, ma anzi rendendoli fecondi: una vita a misura di vero uomo, a portata di Dio!

sabato 29 marzo 2014

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Cecità

"Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: Siamo ciechi anche noi?" (Gv 9,40)

Se la vista rappresenta la conoscenza, la tenebra è metafora dell’ignoranza.
“Cieco”, quindi, è colui che non conosce e, nello specifico, chi non conosce la volontà di Dio. La più dura requisitoria di Gesù nei confronti delle guide spirituali di Israele è caratterizzata dalla continua ripetizione dell’epiteto “cieco” per indicare i capi religiosi del suo tempo e ne troviamo esempi lampanti in Mt 23,16-26. Se la cecità costituisce un serio problema per chi deve provvedere solo a se stesso, la questione si complice enormemente quando si deve badare ad altri. “Sono ciechi e guide di ciechi”, dice Gesù a proposito dei farisei che si scandalizzano di lui, “E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso” (Mt 15,14).
In una situazione analoga, i farisei domandano beffardamente a Gesù se devono reputarsi ciechi (Gv 9,40). La risposta di Gesù è tanto laconica quanto gelida: se fossero ciechi, potrebbero essere guariti; la loro presunzione, invece, li rende irrecuperabili. La nostra lingua distingue molto bene le due condizioni. Un conto è essere ciechi e un altro essere accecati. Dall’orgoglio, dalla vanità, dall’ignoranza, dalla presunzione.
E il bello è che per guarire non servirebbe neppure un miracolo, basterebbe togliersi di dosso gli occhiali deformanti che ci siamo ostinati a voler portare…