sabato 24 gennaio 2015

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Ninive

"Alzati, va' a Ninive, la grande città, e annunzia loro quanto ti dico" (Gn 3,1)

Il problema di Giona è che non si coinvolge con Ninive e i suoi abitanti.
Predicare sventure per lui fa parte del mestiere, un compito sgradevole che si risparmierebbe volentieri, ma che una volta intrapreso vuole portare fino in fondo.
Di tutt’altra natura era Abramo come interlocutore di Dio, disposto a contrattare fino all’ultimo e ponendo persino istanze etiche al suo modo di agire (“Lungi da te il far morire il giusto con l’empio!” arriva a dire in Gen 18,25). Ed è proprio su una questione simile che Dio cerca di scuotere il profeta, ricordandogli che ci sono a Ninive centoventimila persone che non sanno distinguere tra la destra e la sinistra e una grande quantità di animali, che prima di distruggere è bene cercare di salvare. Ninive, quindi, ha un significato simbolico che possiamo cercare di decifrare. Nella prospettiva dell’autore del libro di Giona rappresenta quel mondo che non conosce la volontà di Dio e quindi non è in grado di metterla in pratica. Serve, dunque, qualcuno che faccia toccare loro con mano le nefandezze che hanno compiuto e li spinga alla conversione, anche sotto la minaccia del castigo.
L’esito positivo esprime una visione ottimistica sulla natura umana, gli uomini sono considerati peccatori non tanto per cattiva volontà, ma principalmente per ignoranza. Una volta che qualcuno li illumina, c’è speranza per tutti.
Una visione così ottimistica e universale (ben disposta anche verso gli animali!) non è frequente nella Bibbia e merita di essere sottolineata. Forse può dire qualcosa anche agli evangelizzatori di oggi, che verso il mondo esterno non possono limitarsi a tuonare giudizi ma farsi apostoli della paternità universale di Dio che non vuole che alcuno dei suoi figli perisca.

sabato 17 gennaio 2015

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Chiamare

"Allora il Signore chiamò: Samuele!" (1Sam 3,4

La scena di “vocazione” di Samuele si chiude con queste parole: “Il Signore fu con lui” (1Sam 3,19). A rigor di logica si sarebbe dovuto dire il contrario, cioè che Samuele entrò a servizio del Signore e non lo abbandonò più, e invece l’accento è tutto spostato sul fatto che il Signore accompagni Samuele lungo il suo cammino.
Se tralasciassimo questo aspetto, finiremmo per considerare la chiamata un semplice trattato di vassallaggio, dove noi cerchiamo di tutelarci sotto la potente ala protettrice del Signore sacrificando la nostra autonomia e indipendenza.
San Paolo, invece, ci dice esattamente il contrario: “Siete stati chiamati a libertà” (Gal 5,13). Dio, infatti, non intende spadroneggiare sulle nostre vite, ma aiutarci a crescere da uomini liberi e responsabili. Ed è per questo che l’apostolo aggiunge subito dopo che questa libertà non deve essere usata per vivere secondo la carne, ma secondo quello Spirito che abbiamo ricevuto. Paolo riprende il concetto in un altro passo: “Quelli che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato li ha giustificati; quelli che ha giustificato li ha anche glorificati” (Rm 8,30).
Il progetto è unico anche se passa per diverse tappe: Dio sceglie, chiama e rende giusti col suo perdono per poter vivere una vita da risorti ed essere partecipi della sua stessa gloria.

sabato 10 gennaio 2015

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Immersione

"Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato da Giovanni" (Mc 1,9)

Spesso nelle traduzioni dal vangelo mi faccio prendere dal dubbio: meglio mantenere il linguaggio tecnico tradizionale o cercare di rendere l'idea con termini più semplici e oggi ritenuti profani?
Se parlo del battesimo di Gesù o della sua immersione è la stessa cosa perché il verbo greco "baptizo" significa appunto "immergere".
Per questa volta opterò per il termine generico perché mi dà modo di porre una sottolineatura che non è altrettanto evidente con l'altra scelta. Si tratta della forma passiva del verbo. E' chiaro che Gesù fu battezzato, nessuno si battezza da solo. Meno evidente è l'idea di essere immerso, perché questa invece è un'azione che di solito si compie di propria iniziativa. Invece mi pare importante rimarcare la passività di Gesù in questa scena. Ma si noti che questo non significa enfatizzare il ruolo di Giovanni Battista, perché in realtà è soltanto un agente che opera a nome di qualcun altro.
Il vero protagonista del battesimo di Gesù è lo Spirito. Il Gesù che viene immerso dallo Spirito nelle acque del Giordano è il Gesù che immediatamente dopo (v.12) lo Spirito sospinge (ma letteralmente "scaccia") nel deserto.
Il cristiano che viene battezzato nel nome di (cioè da) Padre, Figlio e Spirito è un uomo o una donna che ha acconsentito a porre la propria vita nelle mani della Trinità.
Dove mi condurrà, non lo posso sapere.
L'importante è essere nelle mani di Dio.

sabato 3 gennaio 2015

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Tenda

"Ha posto la sua tenda in mezzo a noi" (Gv 1,14)

Campeggiatori di tutto il mondo, rallegratevi: Dio ha deciso di porre la sua tenda in mezzo a noi e non di costruirsi un palazzo.
Umorismo a parte, dovremmo ragionare seriamente sul fatto che il popolo eletto non è quello che ha pianificato la torre di Babele, ma un insieme di tribù che hanno vissuto a lungo con stile nomadico sotto le tende.
E quando il re Davide si stabilizza in Gerusalemme e ne fa la capitale del suo regno, concedendosi il lusso di un palazzo in legno di cedro, si fa persino uno scrupolo per l’arca dell’Alleanza, costretta ad abitare ancora sotto una tenda. Vorrebbe, allora, costruire un tempio per ospitarla, ma il Signore gli manda a dire per mezzo del profeta Natan che non ha alcuna intenzione di diventare un sedentario su richiesta di un uomo… (cfr. 2Sam 7,6-7).
Anche quando ormai i tempi delle tende saranno solo più un ricordo sbiadito per gli Israeliti, assistiamo a una sorta di idealizzazione della tenda, che funge da rifugio che sottrae alla foga degli elementi naturali, così che il Signore può essere indicato come “riparo dalla tempesta, ombra contro il caldo” (Is 25,4).
Alla Sapienza, poi, Dio ordina di fissare la sua tenda in Giacobbe (Sir 24,8) esprimendo così un duplice concetto, la presenza di questa emanazione divina in mezzo al popolo eletto, ma anche la mobilità che la caratterizza, invitando gli Israeliti ad essere sempre disposti a mettersi in marcia per seguire il Signore ovunque voglia condurli.

mercoledì 31 dicembre 2014

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Pienezza

"Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio" (Gal 4,4)

Il mistero dell’Incarnazione viene descritto da Paolo come un evento che ha luogo nella pienezza del tempo. È un espressione significativa su cui vale la pena soffermarsi un attimo.
Anzitutto parlare di pienezza vuol dire rifarsi a un pregresso. Sebbene Paolo sia critico, soprattutto nella lettera ai Galati, sul valore attuale delle usanze giudaiche, non rinnega affatto la portata della storia di salvezza che precede la venuta di Cristo. Se c’è una pienezza è perché prima c’è stato un tempo che l’ha preparata. Dio ha guidato i passi del suo popolo, lo ha accompagnato nei momenti difficili e lo ha liberato dalla schiavitù introducendolo nella terra promessa.
In cosa consiste, allora, la novità della pienezza? Con l’Incarnazione, scrive Benedetto XVI, “l’Eterno entra nel tempo e lo rinnova in radice, liberando l’uomo dal peccato e rendendolo figlio di Dio”. La nostra condizione, quindi, è assai più favorevole rispetto alle generazioni precedenti, ma richiede anche l’impegno a vivere traendone le conseguenze. A una pienezza del dono deve corrispondere una pienezza della risposta, una volta che siamo diventati consapevoli di ciò che ci è stato dato. Il dono è l’adozione a figli, che rappresenta la pienezza della nostra identità. Di me stesso posso dire molte cose, che riguardano la mia età, i miei gusti, i miei desideri,…
Ma la verità su di me viene essenzialmente dalla realtà di figlio di Dio, perché è ciò che dà un senso a tutto quello che sono. Nessuna vita è vuota quando è piena di Dio.

domenica 28 dicembre 2014

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Vegliardi

"Era molto avanzata in età" (Lc 2,36)

In italiano il suffisso –ardo denota spesso una connotazione negativa, ma il termine “vegliardo” è una delle rare eccezioni di valore positivo ed è dovuta alla derivazione dal francese “vieillard”, che non risente delle nostre ubbie e indica un anziano che ispira autorità e rispetto.
La Scrittura tiene in grande considerazione le persone di età avanzata e assegna un posto d’onore ai ventiquattro vegliardi che nell’Apocalisse circondano il trono di Dio e gli tributano onori (Ap 4,4). Ma anche Simeone ed Anna occupano una posizione di prestigio e sono tra i primi a poter celebrare le lodi del Salvatore.
Teniamo presente che nel mondo antico, soprattutto quando la risurrezione non veniva ancora presa in considerazione, la longevità era ritenuta una sorta di speciale benedizione accordata da Dio a coloro di cui approvava l’operato. Ma nel caso di Simeone ed Anna possiamo tranquillamente affermare che la benevolenza di Dio si esprime molto più nell’incontro con Gesù che non nella lunghezza dei giorni sulla terra. Approssimandosi il tempo della loro dipartita, i due vegliardi godono della consolazione di contemplare ciò che avevano annunciato. Nella prospettiva dell’evangelista Luca, essi rappresentano quell’Israele fedele che è giunto sulla soglia di una nuova era, di cui Gesù in fasce costituisce l’alba.
In loro si condensano tutte le speranze precedenti che affidano al Bambino il loro carico di aspettative e cedono il passo alla novità che avanza.

venerdì 26 dicembre 2014

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Dove cerco il Dio che si è fatto uomo?

In queste settimane di avvento mi è capitato di leggere una storiella che poi ho sfruttato utilizzandola per una preghiera con i ragazzi del dopocresima e per il biglietto degli auguri di Natale. Nel racconto si incontrano le storie di vari personaggi. Marco, deluso dalla vita, decide di suicidarsi gettandosi da un ponte. Luca, che sta passando casualmente da quelle parti a piedi perchè gli si è rotta la macchina, lo vede ed urla al poliziotto dal lato opposto del fiume di gettarsi a salvare Marco. Gianni, l'unico poliziotto del paese che sa nuotare, era di servizio per via di una malattia di un collega.
Marco è salvo, la storia si conclude in paradiso, San Pietro brinda assieme ai meccanici che hanno messo fuori servizio la macchina di Luca ed agli altri complici di questo "piano ben riuscito".

Quest'anno ho provato a "prepararmi" bene al Natale. Ma più si avvicinava e più la voglia di festeggiarlo andava altrove. All'inizio cercavo qualcuno a cui dare la colpa, non trovando nessuno ho deciso di rassegnarmi a quello che sarebbe stato un Natale non eccezionale. 
Ed arriva la mattina del 25 (ieri), fantastico! Scarto i regali, poi vado a messa e dopo un piacevole pranzo con i parenti, gustando le lasagne favolose che ha preparato mia zia.
Con mia mamma decido di andare a trovare la perpetua\ sacrestana Marta, che da pochi giorni si trova all'ospizio, sola. Lei tutte le mattine apre e chiude la chiesa, legge le letture, ma spesso quando qualcuno le si avvicina risponde malamente, a volte neppure ricambia i saluti. Il mio pensiero è stato "beh, una buona azione a Natale la faccio, da bravo cristiano...è il minimo...". 

Marta ci vede entrare, le prime parole che ci dice sono "Non ci credo mica che siete qui per me!". Le stringo la mano e le dico "Senti, siamo proprio qui, per te".
Marta inizia a parlarci, di come adesso si stia riposando, dei giorni passati all'ospedale del paese vicino. Ci racconta che nonostante un po' di diabete non si è fatta mancare una fetta di panettone.
Incredibile! Non avevo mai visto Marta sorridere, ne mugugnare più di due parole di fila. Invece adesso era lei, che aveva passato il giorno di Natale in una casa di cura, senza parenti ne amici, a tenere viva la conversazione. Scherzando e ridendo cercava il nostro sguardo, me ne accorgevo ma "non riuscivo a reggerlo".

Ripensando alla storiella di Marco ho pensato "cavolo, Marta è andata all'ospedale per una complicazione respiratoria e oggi, in una casa di cura sembrava una persona completamente nuova! Che grande che sei Dio!". Poi, andando a correre, è tornato fuori il mio egoismo di questi giorni:" eh a me cosa cambia se lei è così felice?". 
Io sono andato all'ospizio per fare del bene a Marta, una persona sola, il giorno di Natale...mi sono invece ritrovato inondato del suo amore! Non so per quale motivo, ma da quel momento, dentro di me ho trovato una sensazione di tranquillità e pace.
Cavolo ho passato tutto l'avvento a cercare di capire in quale modo strano, pazzesco, eccezionale avrebbe potuto farsi presente nella mia vita Dio. Il Dio che si è fatto uomo, che ha deciso di salvare il suicida Marco con l'aiuto di Luca e Gianni, mi fa sentire tutto il suo amore attraverso le persone che mi mette accanto! 

sabato 20 dicembre 2014

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Turbamento

"A queste parole ella fu molto turbata" (Lc 1,29)

All’apparizione dell’angelo la reazione di Maria è tutt’altro che tranquilla, anzi san Luca ci dice che essa “fu molto turbata” (Lc 1,35), concetto che esprime attraverso una forma intensiva del verbo “tarassomai”, che significa appunto “essere sconvolto”. Questo dettaglio mi pare importante perché accomuna la reazione di Maria a quella di Zaccaria nell’analoga circostanza in cui riceve una visita angelica (cfr. Lc 1,12).
Il punto di partenza dei due personaggi è assolutamente simile, una normale reazione di paura nei confronti di un evento straordinario. Sarà il prosieguo della scena a definire la diversità dei personaggi e la differente apertura verso i piani divini. Essere sconvolta è un sentimento indegno per la Vergine? Non c’è alcun motivo di pensarlo, dato che persino il Quarto Vangelo, quello più incentrato sulla divinità di Gesù, non teme di fargli confessare di essere turbato nell’imminenza della propria morte (Gv 12,27) come già lo era stato a proposito di quella del suo amico Lazzaro (Gv 11,33).
Mi sembra, però, necessario distinguere le diverse forme di turbamento che sono attestate nei vangeli.
L’angoscia di Gesù nei confronti della morte è la naturale reazione della sua componente umana di fronte a un evento che rimane carico di mistero e di sofferenza. Un dolore altrettanto forte in grado di attanagliargli l’animo è quello provocato dal tradimento di Giuda (Gv 13,21).
I discepoli provano qualcosa di simile quando Gesù annuncia la sua prossima dipartita, perciò il Maestro si sente in dovere di rassicurarli con la garanzia del suo ritorno: “Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore” (Gv 14,27).
Il turbamento di Maria e Zaccaria pare invece provocato dall’incontro con il numinoso, una realtà trascendente che soverchia le forze umane. Non per nulla la medesima reazione è attestata nei discepoli quando vedono Gesù camminare sulle acque (Mc 6,50) o si trovano improvvisamente davanti al Risorto (Lc 24,38).
Quanta fatica per il Signore convincere gli uomini che l’incontro con lui non li distrugge, ma li salva!

sabato 13 dicembre 2014

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Gridare

"Io sono voce di uno che grida nel deserto" (Gv 1,23)

Il grido biblico è molto spesso esternazione di un disagio e di un bisogno pressante, che richiama l’attenzione con vivacità per essere ascoltato. Si grida verso Dio anche perché si concepisce una distanza che ci separa da lui, una distanza ovviamente non solo fisica. Se il grido è capace di coprire le distanze, si comprende bene perché Giovanni Battista si serva di questo strumento per diffondere la sua predicazione.
Il deserto è luogo inospitale, dove l’uomo non riesce a soggiornare a lungo perché mancano le risorse per sopravvivere, ma crea le condizioni perché un grido possa risuonare a lungo senza essere rapidamente soffocato da altre voci. Ovviamente non dobbiamo pensare alle distese sabbiose del Sahara, ma al deserto roccioso di Giuda, dove la voce si intrufola negli anfratti e risuona grazie all’eco. Che cosa spinge Giovanni a gridare, l’importanza del messaggio o l’ostinazione degli ascoltatori? È difficile escludere una delle due possibilità e oltretutto ci sono altri temi che si intersecano a questi. Per esempio il fatto che il grido è espressione di autenticità. Raramente si finge nell’urlare, è più facile simulare un riso o un pianto, piuttosto che un grido. A tal punto lo si considera rivelatore di verità che quando i detrattori di Gesù vogliono cercare di mettere a tacere la folla vociante che acclama il suo ingresso in Gerusalemme la risposta di Gesù è che grideranno le pietre (Lc 19,40).
A questa autenticità è spesso associata una forza prorompente che non può essere soffocata e che sgorgando da una sorgente profonda sprizza da tutti i pori. Così dobbiamo intendere, secondo Paolo, l’inabitazione dello Spirito nei nostri cuori che grida: “Abbà, Padre!” (Gal 4,6). La verità che non può essere taciuta va gridata sui tetti, proclamata nelle piazze, urlata ai quattro venti.
E come confessa Geremia, profeta dall’ugola potente, “nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo” (Ger 20,9).
È la Vita che esplode, nessuno la può arrestare.

sabato 6 dicembre 2014

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Vangelo

"Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio" (Mc 1,1)

È inevitabile che per la maggior parte di noi il termine “vangelo” evochi immediatamente i quattro libretti che aprono il NT e che riportano detti e fatti compiuti da Gesù. Così, quando leggiamo il versetto introduttivo di Marco, “Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio” (1,1) pensiamo che sia lecito interpretarlo come il principio di un libro che si chiama vangelo.
Il problema è che questo uso comune del termine “vangelo” diviene tale solo dopo la diffusione dei vangeli. In altre parole, prima di Marco non esistono i vangeli e quindi l’autore non può presupporre che la gente sappia già di cosa si tratta…
Il suo scritto si apre con la definizione di Gesù come “Figlio di Dio”, una dichiarazione che rimanda a quella del centurione romano davanti al Crocifisso al termine della narrazione (Mc 15,39) e che segna il punto di arrivo nella scoperta della sua identità. Quanto poi alla tematica della conversione, essa ritorna sia nella predicazione di Giovanni Battista, che “proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati” (Mc 1,4), sia in quella di Gesù che annunciava: “il Regno di Dio è vicino, convertitevi e credete nel vangelo” (1,15). Non c’è soluzione di continuità in questo mistero di salvezza. Un antico proverbio dice che il riso nasce nell’acqua e muore nel vino, ma del vangelo si potrebbe dire che nasce nell’acqua e muore nel sangue di Gesù. L’inizio del vangelo è in quel gesto di pentimento che gli uomini compiono al Giordano riconoscendo e confessando i loro peccati, ma la vera remissione si avrà soltanto nel sangue di Gesù sparso sulla croce, il sangue dell’alleanza versato per molti (Mc 14,24).
Ciò significa che il vangelo va sempre preso nella sua totalità: nel suo abbracciare un mistero di gioia e di sofferenza, nel suo estendersi tra questa vita e quella futura, nel suo comprendere una risposta umana e un’iniziativa divina che la precede.

martedì 2 dicembre 2014

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I frutti del ritiro spirituale

Questa mattina, inaspettatamente, mi sono trovato senza aver più nulla da poter studiare, anche volendo. Senza aver nessun impegno, anche sforzandomi per cercarlo.
Ed allora ho pensato al ritiro dei 4 amori vissuto lo scorso week-end che aveva come tema "mangia prega ama".

Perché parlare di cibo ad un ritiro spirituale? ... Era la mia domanda primo della scorsa settimana.
Non avevo una risposta precisa, però sapevo che qualche collegamento doveva esserci, tra mangiare e la fede. Il rapporto con il cibo e uno dei problemi più radicati da un po' di anni a questa parte.
" il cibo è nutrimento, riconoscere di non poter bastare a se stessi per vivere... mangiare è condivisione, relazione... nutrirsi è indispensabile, cristiano" ... Queste sono le frasi che mi risuonano.
"Mangiare è cristiano. Chi sa mangiare bene, sa amare bene"...
Non sono riuscito a capire il senso più profondo di questa frase, ma intuisco che sia incredibilmente vera.

Solitamente sono troppo impegnato a fare cose "importantissime" e non posso anche dedicare attenzione a cose così poco importanti, come gustarmi una chiacchierata con un amico,come riempirmi dell'energia che nasce da una relazione oppure mangiare un buon dolce in compagnia...come amare, dedicare attenzioni agli altri.
Sta mattina mi sono nutrito, senza mangiare. Il tempo dedicato a preparare un buonissimo tiramisù per mia nonna e i miei cugini che non vedevo da tempo, perché ci sono cose molto più utili ed importanti rispetto all'amore ed al dedicare delle attenzioni per gli altri, mi ha riempito il cuore (gli avanzi della crema mi hanno riempito la pancia).
Spesso mi impegno molto, mi scervello per capire come poter amare le persone che mi sono accanto, cerco di capire cosa posso fare di straordinario dimenticandomi di essere fatto di carne, di sensazioni, emozioni. Queste sono la via che Dio ci ha dato per amarci.

"L'unico pericolo che sento veramente e quello di non riuscire più a sentire niente"
Questi sono un po' di pensieri che mi sono venuti in mente tra un biscotto inzuppato nel caffè ed un cucchiaio di crema.

sabato 29 novembre 2014

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Sapere

"Non sapete quando sarà il momento preciso" (Mc 13,33)

Sul tema della conoscenza, la Bibbia ha delle pagine straordinarie, tra le quali mi piace ricordare quelle della risposta di Dio a Giobbe. Dopo averlo lasciato sfogare nei suoi lamenti contro il Cielo, l’Onnipotente seppellisce il povero Giobbe sotto una raffica di domande sui segreti del mondo a cui ovviamente egli non è in grado di rispondere e lo schernisce in maniera beffarda: “Certo tu lo sai, perché allora eri già nato e il numero dei tuoi giorni è assai grande!” (Gb 38,21).
I piani di Dio hanno una complessità che sfugge alla comprensione dell’uomo e dobbiamo rassegnarci all’idea che la nostra conoscenza è sempre parziale e non abbraccia la totalità del progetto, tanto meno i tempi in cui si realizza.
Gesù, però, non ci rimprovera per questa ignoranza che è intrinsecamente legata alla nostra natura umana. Il fatto che non sappiamo quando verrà il momento del ritorno del padrone (e quindi del Signore, cfr. Mc 13,33) non rappresenta una colpa, ma è un invito a essere vigilanti e tenere desta l’attenzione.
Quando si entra in un banco di nebbia è buona norma rallentare la velocità ed essere più prudenti, perché il pericolo può presentarsi all’improvviso e nessuno sa se tra cinquecento metri troveremo la strada sgombra o un veicolo fermo. A maggior ragione nessuno di noi può essere certo di cosa lo aspetta domani, a quale destino andrà incontro.
Ma questo non significa essere fatalisti, non è detto che dobbiamo subire passivamente gli eventi futuri senza regolarci di conseguenza. Di solito si dice che la nebbia è causa di incidenti, ma forse dovremmo riconoscere che la vera causa è la condotta scriteriata di noi automobilisti che ci illudiamo di poter continuare a viaggiare come quando abbiamo la situazione sotto controllo.
E così è nella vita: a mettere a rischio la nostra salvezza non è l’ignoranza del giorno in cui incontreremo il Signore, ma la presunzione di poterci comportare come se davvero disponessimo noi del tempo che ci è stato dato.

sabato 22 novembre 2014

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Giudice

"Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, siederà sul trono della sua gloria" (Mt 25,31).

Gli Italiani non hanno di solito un buon rapporto con la magistratura e ce ne sono alcuni che addirittura si sentono perseguitati dai giudici. Per questo l’idea che il Signore sia presentato dalla Scrittura come giudice non deve solleticarli molto. Ma occorre capire che per molti ebrei devoti la speranza di un Dio giusto giudice fosse l’unico appiglio a cui aggrapparsi in un contesto di generale vessazione da parte dei potenti che sembravano non dover rendere conto a nessuno delle loro prevaricazioni.
La prima novità che riscontriamo nel NT sotto questo aspetto è che il giudizio divino viene esercitato da Gesù come prerogativa messianica.
Tuttavia il giudizio è un’attività differita, che avrà luogo alla fine dei giorni e non durante il ministero terreno del Messia, come Giovanni Battista aveva ipotizzato (Mt 3,10). Significa che c’è ancora tempo, ma non bisogna prendere la cosa sottogamba. Il solenne affresco del vangelo di questa domenica dimostra che il giudizio divino comporta una separazione tra chi riceve la punizione e chi il premio per il proprio comportamento.
Questo è perfettamente in linea con ciò che Gesù aveva detto in Mt 16,27, che cioè il Figlio dell’uomo sarebbe venuto nella sua gloria a rendere a ciascuno secondo le proprie azioni. Se spulciamo ancora in questo vangelo, però, notiamo che la condanna non si abbatte soltanto su coloro che hanno trascurato le necessità dei piccoli, di coloro cioè che Gesù chiama “miei fratelli” (Mt 25,40): anche l’incredulità nei suoi confronti verrà giudicata negativamente e alcune città della Galilea – Corazin, Betsaida e Cafarnao – dovranno rendere conto della freddezza con cui hanno accolto il Salvatore (Mt 11,21-24).
Perché, dunque, il cristiano non dovrebbe temere il giudizio?
Paolo ci vuole rassicurare che Cristo, morto per noi, non ci condanna, ma intercede per noi (Rm 8,34). Di fatto, Dio non condanna nessuno, semplicemente prende atto delle scelte che noi abbiamo fatto, pro o contro di lui.

sabato 15 novembre 2014

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Decentramento

"Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato" (1Pt 4,9)

* Solennità della chiesa locale in Piemonte e Valle d'Aosta

La solennità della Chiesa locale ci offre uno spunto di riflessione per comprendere meglio la natura della Chiesa. Non si tratta, infatti, di una concessione al particolarismo che dilaga ai nostri tempi, ma della celebrazione di un mistero che risale a Gesù stesso, che ha voluto la sua unica chiesa fondata su Pietro, ma è presente ovunque i credenti invocano il suo nome. Osserviamo, per inciso, che mentre i particolarismi locali tendono a rivendicare una certa autonomia dal centro, le chiese locali sono perfettamente consapevoli di costituire un’unica Chiesa.
Le lettere di Paolo, testimonianza assai preziosa dell’autocomprensione delle comunità cristiane delle origini, ci trasmettono lo straordinario equilibrio che l’apostolo seppe raggiungere nella mediazione tra realtà universale e locale della Chiesa. La maggior parte delle sue lettere è rivolta a singole comunità che, a causa delle difficoltà delle comunicazioni, facevano fatica a tenersi in contatto le une con le altre. Eppure anche in questo contesto Paolo le educa a non sentirsi entità isolate, ma a ricordarsi di essere un organismo che cresce collettivamente.
Così, scrivendo ai Corinzi, Paolo saluta la Chiesa di Dio che è a Corinto, ma subito dopo si rivolge a “tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo” (1Cor 1,2). Ed è significativo che a una comunità litigiosa al proprio interno l’apostolo ricordi l’armonia tra tutte le chiese.
Una lezione che potrebbe essere utile anche ai nostri giorni.