sabato 20 dicembre 2014

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Turbamento

"A queste parole ella fu molto turbata" (Lc 1,29)

All’apparizione dell’angelo la reazione di Maria è tutt’altro che tranquilla, anzi san Luca ci dice che essa “fu molto turbata” (Lc 1,35), concetto che esprime attraverso una forma intensiva del verbo “tarassomai”, che significa appunto “essere sconvolto”. Questo dettaglio mi pare importante perché accomuna la reazione di Maria a quella di Zaccaria nell’analoga circostanza in cui riceve una visita angelica (cfr. Lc 1,12).
Il punto di partenza dei due personaggi è assolutamente simile, una normale reazione di paura nei confronti di un evento straordinario. Sarà il prosieguo della scena a definire la diversità dei personaggi e la differente apertura verso i piani divini. Essere sconvolta è un sentimento indegno per la Vergine? Non c’è alcun motivo di pensarlo, dato che persino il Quarto Vangelo, quello più incentrato sulla divinità di Gesù, non teme di fargli confessare di essere turbato nell’imminenza della propria morte (Gv 12,27) come già lo era stato a proposito di quella del suo amico Lazzaro (Gv 11,33).
Mi sembra, però, necessario distinguere le diverse forme di turbamento che sono attestate nei vangeli.
L’angoscia di Gesù nei confronti della morte è la naturale reazione della sua componente umana di fronte a un evento che rimane carico di mistero e di sofferenza. Un dolore altrettanto forte in grado di attanagliargli l’animo è quello provocato dal tradimento di Giuda (Gv 13,21).
I discepoli provano qualcosa di simile quando Gesù annuncia la sua prossima dipartita, perciò il Maestro si sente in dovere di rassicurarli con la garanzia del suo ritorno: “Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore” (Gv 14,27).
Il turbamento di Maria e Zaccaria pare invece provocato dall’incontro con il numinoso, una realtà trascendente che soverchia le forze umane. Non per nulla la medesima reazione è attestata nei discepoli quando vedono Gesù camminare sulle acque (Mc 6,50) o si trovano improvvisamente davanti al Risorto (Lc 24,38).
Quanta fatica per il Signore convincere gli uomini che l’incontro con lui non li distrugge, ma li salva!

sabato 13 dicembre 2014

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Gridare

"Io sono voce di uno che grida nel deserto" (Gv 1,23)

Il grido biblico è molto spesso esternazione di un disagio e di un bisogno pressante, che richiama l’attenzione con vivacità per essere ascoltato. Si grida verso Dio anche perché si concepisce una distanza che ci separa da lui, una distanza ovviamente non solo fisica. Se il grido è capace di coprire le distanze, si comprende bene perché Giovanni Battista si serva di questo strumento per diffondere la sua predicazione.
Il deserto è luogo inospitale, dove l’uomo non riesce a soggiornare a lungo perché mancano le risorse per sopravvivere, ma crea le condizioni perché un grido possa risuonare a lungo senza essere rapidamente soffocato da altre voci. Ovviamente non dobbiamo pensare alle distese sabbiose del Sahara, ma al deserto roccioso di Giuda, dove la voce si intrufola negli anfratti e risuona grazie all’eco. Che cosa spinge Giovanni a gridare, l’importanza del messaggio o l’ostinazione degli ascoltatori? È difficile escludere una delle due possibilità e oltretutto ci sono altri temi che si intersecano a questi. Per esempio il fatto che il grido è espressione di autenticità. Raramente si finge nell’urlare, è più facile simulare un riso o un pianto, piuttosto che un grido. A tal punto lo si considera rivelatore di verità che quando i detrattori di Gesù vogliono cercare di mettere a tacere la folla vociante che acclama il suo ingresso in Gerusalemme la risposta di Gesù è che grideranno le pietre (Lc 19,40).
A questa autenticità è spesso associata una forza prorompente che non può essere soffocata e che sgorgando da una sorgente profonda sprizza da tutti i pori. Così dobbiamo intendere, secondo Paolo, l’inabitazione dello Spirito nei nostri cuori che grida: “Abbà, Padre!” (Gal 4,6). La verità che non può essere taciuta va gridata sui tetti, proclamata nelle piazze, urlata ai quattro venti.
E come confessa Geremia, profeta dall’ugola potente, “nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo” (Ger 20,9).
È la Vita che esplode, nessuno la può arrestare.

sabato 6 dicembre 2014

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Vangelo

"Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio" (Mc 1,1)

È inevitabile che per la maggior parte di noi il termine “vangelo” evochi immediatamente i quattro libretti che aprono il NT e che riportano detti e fatti compiuti da Gesù. Così, quando leggiamo il versetto introduttivo di Marco, “Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio” (1,1) pensiamo che sia lecito interpretarlo come il principio di un libro che si chiama vangelo.
Il problema è che questo uso comune del termine “vangelo” diviene tale solo dopo la diffusione dei vangeli. In altre parole, prima di Marco non esistono i vangeli e quindi l’autore non può presupporre che la gente sappia già di cosa si tratta…
Il suo scritto si apre con la definizione di Gesù come “Figlio di Dio”, una dichiarazione che rimanda a quella del centurione romano davanti al Crocifisso al termine della narrazione (Mc 15,39) e che segna il punto di arrivo nella scoperta della sua identità. Quanto poi alla tematica della conversione, essa ritorna sia nella predicazione di Giovanni Battista, che “proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati” (Mc 1,4), sia in quella di Gesù che annunciava: “il Regno di Dio è vicino, convertitevi e credete nel vangelo” (1,15). Non c’è soluzione di continuità in questo mistero di salvezza. Un antico proverbio dice che il riso nasce nell’acqua e muore nel vino, ma del vangelo si potrebbe dire che nasce nell’acqua e muore nel sangue di Gesù. L’inizio del vangelo è in quel gesto di pentimento che gli uomini compiono al Giordano riconoscendo e confessando i loro peccati, ma la vera remissione si avrà soltanto nel sangue di Gesù sparso sulla croce, il sangue dell’alleanza versato per molti (Mc 14,24).
Ciò significa che il vangelo va sempre preso nella sua totalità: nel suo abbracciare un mistero di gioia e di sofferenza, nel suo estendersi tra questa vita e quella futura, nel suo comprendere una risposta umana e un’iniziativa divina che la precede.

martedì 2 dicembre 2014

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I frutti del ritiro spirituale

Questa mattina, inaspettatamente, mi sono trovato senza aver più nulla da poter studiare, anche volendo. Senza aver nessun impegno, anche sforzandomi per cercarlo.
Ed allora ho pensato al ritiro dei 4 amori vissuto lo scorso week-end che aveva come tema "mangia prega ama".

Perché parlare di cibo ad un ritiro spirituale? ... Era la mia domanda primo della scorsa settimana.
Non avevo una risposta precisa, però sapevo che qualche collegamento doveva esserci, tra mangiare e la fede. Il rapporto con il cibo e uno dei problemi più radicati da un po' di anni a questa parte.
" il cibo è nutrimento, riconoscere di non poter bastare a se stessi per vivere... mangiare è condivisione, relazione... nutrirsi è indispensabile, cristiano" ... Queste sono le frasi che mi risuonano.
"Mangiare è cristiano. Chi sa mangiare bene, sa amare bene"...
Non sono riuscito a capire il senso più profondo di questa frase, ma intuisco che sia incredibilmente vera.

Solitamente sono troppo impegnato a fare cose "importantissime" e non posso anche dedicare attenzione a cose così poco importanti, come gustarmi una chiacchierata con un amico,come riempirmi dell'energia che nasce da una relazione oppure mangiare un buon dolce in compagnia...come amare, dedicare attenzioni agli altri.
Sta mattina mi sono nutrito, senza mangiare. Il tempo dedicato a preparare un buonissimo tiramisù per mia nonna e i miei cugini che non vedevo da tempo, perché ci sono cose molto più utili ed importanti rispetto all'amore ed al dedicare delle attenzioni per gli altri, mi ha riempito il cuore (gli avanzi della crema mi hanno riempito la pancia).
Spesso mi impegno molto, mi scervello per capire come poter amare le persone che mi sono accanto, cerco di capire cosa posso fare di straordinario dimenticandomi di essere fatto di carne, di sensazioni, emozioni. Queste sono la via che Dio ci ha dato per amarci.

"L'unico pericolo che sento veramente e quello di non riuscire più a sentire niente"
Questi sono un po' di pensieri che mi sono venuti in mente tra un biscotto inzuppato nel caffè ed un cucchiaio di crema.

sabato 29 novembre 2014

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Sapere

"Non sapete quando sarà il momento preciso" (Mc 13,33)

Sul tema della conoscenza, la Bibbia ha delle pagine straordinarie, tra le quali mi piace ricordare quelle della risposta di Dio a Giobbe. Dopo averlo lasciato sfogare nei suoi lamenti contro il Cielo, l’Onnipotente seppellisce il povero Giobbe sotto una raffica di domande sui segreti del mondo a cui ovviamente egli non è in grado di rispondere e lo schernisce in maniera beffarda: “Certo tu lo sai, perché allora eri già nato e il numero dei tuoi giorni è assai grande!” (Gb 38,21).
I piani di Dio hanno una complessità che sfugge alla comprensione dell’uomo e dobbiamo rassegnarci all’idea che la nostra conoscenza è sempre parziale e non abbraccia la totalità del progetto, tanto meno i tempi in cui si realizza.
Gesù, però, non ci rimprovera per questa ignoranza che è intrinsecamente legata alla nostra natura umana. Il fatto che non sappiamo quando verrà il momento del ritorno del padrone (e quindi del Signore, cfr. Mc 13,33) non rappresenta una colpa, ma è un invito a essere vigilanti e tenere desta l’attenzione.
Quando si entra in un banco di nebbia è buona norma rallentare la velocità ed essere più prudenti, perché il pericolo può presentarsi all’improvviso e nessuno sa se tra cinquecento metri troveremo la strada sgombra o un veicolo fermo. A maggior ragione nessuno di noi può essere certo di cosa lo aspetta domani, a quale destino andrà incontro.
Ma questo non significa essere fatalisti, non è detto che dobbiamo subire passivamente gli eventi futuri senza regolarci di conseguenza. Di solito si dice che la nebbia è causa di incidenti, ma forse dovremmo riconoscere che la vera causa è la condotta scriteriata di noi automobilisti che ci illudiamo di poter continuare a viaggiare come quando abbiamo la situazione sotto controllo.
E così è nella vita: a mettere a rischio la nostra salvezza non è l’ignoranza del giorno in cui incontreremo il Signore, ma la presunzione di poterci comportare come se davvero disponessimo noi del tempo che ci è stato dato.

sabato 22 novembre 2014

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Giudice

"Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, siederà sul trono della sua gloria" (Mt 25,31).

Gli Italiani non hanno di solito un buon rapporto con la magistratura e ce ne sono alcuni che addirittura si sentono perseguitati dai giudici. Per questo l’idea che il Signore sia presentato dalla Scrittura come giudice non deve solleticarli molto. Ma occorre capire che per molti ebrei devoti la speranza di un Dio giusto giudice fosse l’unico appiglio a cui aggrapparsi in un contesto di generale vessazione da parte dei potenti che sembravano non dover rendere conto a nessuno delle loro prevaricazioni.
La prima novità che riscontriamo nel NT sotto questo aspetto è che il giudizio divino viene esercitato da Gesù come prerogativa messianica.
Tuttavia il giudizio è un’attività differita, che avrà luogo alla fine dei giorni e non durante il ministero terreno del Messia, come Giovanni Battista aveva ipotizzato (Mt 3,10). Significa che c’è ancora tempo, ma non bisogna prendere la cosa sottogamba. Il solenne affresco del vangelo di questa domenica dimostra che il giudizio divino comporta una separazione tra chi riceve la punizione e chi il premio per il proprio comportamento.
Questo è perfettamente in linea con ciò che Gesù aveva detto in Mt 16,27, che cioè il Figlio dell’uomo sarebbe venuto nella sua gloria a rendere a ciascuno secondo le proprie azioni. Se spulciamo ancora in questo vangelo, però, notiamo che la condanna non si abbatte soltanto su coloro che hanno trascurato le necessità dei piccoli, di coloro cioè che Gesù chiama “miei fratelli” (Mt 25,40): anche l’incredulità nei suoi confronti verrà giudicata negativamente e alcune città della Galilea – Corazin, Betsaida e Cafarnao – dovranno rendere conto della freddezza con cui hanno accolto il Salvatore (Mt 11,21-24).
Perché, dunque, il cristiano non dovrebbe temere il giudizio?
Paolo ci vuole rassicurare che Cristo, morto per noi, non ci condanna, ma intercede per noi (Rm 8,34). Di fatto, Dio non condanna nessuno, semplicemente prende atto delle scelte che noi abbiamo fatto, pro o contro di lui.

sabato 15 novembre 2014

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Decentramento

"Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato" (1Pt 4,9)

* Solennità della chiesa locale in Piemonte e Valle d'Aosta

La solennità della Chiesa locale ci offre uno spunto di riflessione per comprendere meglio la natura della Chiesa. Non si tratta, infatti, di una concessione al particolarismo che dilaga ai nostri tempi, ma della celebrazione di un mistero che risale a Gesù stesso, che ha voluto la sua unica chiesa fondata su Pietro, ma è presente ovunque i credenti invocano il suo nome. Osserviamo, per inciso, che mentre i particolarismi locali tendono a rivendicare una certa autonomia dal centro, le chiese locali sono perfettamente consapevoli di costituire un’unica Chiesa.
Le lettere di Paolo, testimonianza assai preziosa dell’autocomprensione delle comunità cristiane delle origini, ci trasmettono lo straordinario equilibrio che l’apostolo seppe raggiungere nella mediazione tra realtà universale e locale della Chiesa. La maggior parte delle sue lettere è rivolta a singole comunità che, a causa delle difficoltà delle comunicazioni, facevano fatica a tenersi in contatto le une con le altre. Eppure anche in questo contesto Paolo le educa a non sentirsi entità isolate, ma a ricordarsi di essere un organismo che cresce collettivamente.
Così, scrivendo ai Corinzi, Paolo saluta la Chiesa di Dio che è a Corinto, ma subito dopo si rivolge a “tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo” (1Cor 1,2). Ed è significativo che a una comunità litigiosa al proprio interno l’apostolo ricordi l’armonia tra tutte le chiese.
Una lezione che potrebbe essere utile anche ai nostri giorni.

sabato 8 novembre 2014

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Tempio

"Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe" (Gv 2,14)

All’interno della religione giudaica l’istituzione del tempio rivestiva un ruolo centrale e al tempo stesso problematico. È del tutto comprensibile che, in maniera simile a quanto facevano gli altri popoli, anche gli Ebrei incentrassero il loro culto in un santuario che veniva concepito come la “casa” della divinità e non per nulla anche la Bibbia in alcuni casi indica il tempio con il nome di “beth”, cioè “casa” (ad es. 2Sam 7,5-7) o di “hekal”, vale a dire “palazzo” (ad es. Ger 7,4).
Ma per il Dio di Israele la faccenda assume dei contorni particolari perché Egli è il Dio invisibile, che neppure al suo servo ha mostrato direttamente la sua faccia (Es 33,20). Nel tempio di Gerusalemme, quindi, non abita Dio stesso, ma risiede la sua gloria, che in qualche modo lo rappresenta. Eppure anche questa limitazione non cancellò gli scrupoli di coloro che temevano di sminuire la sua grandezza relegandolo in uno spazio angusto. Lo stesso re Salomone, al momento dell’inaugurazione del tempio che fece edificare, riconosce che per Dio è impossibile abitare sulla terra, perché neppure i cieli sono in grado di contenerlo (1Re 8,27). La naturale conseguenza di questa elevata trascendenza della divinità è la percezione del tempio come luogo particolarmente carico di santità.
L’azione dimostrativa compiuta da Gesù all’inizio del suo ministero – secondo la versione di Giovanni – o verso la sua conclusione – in base a quanto riferiscono i sinottici – sembra appunto volta a preservare la santità del luogo, messa a rischio dai commerci che vi erano connessi.
Come in altre occasioni della sua predicazione, Gesù appare preoccupato di salvaguardare i diritti di Dio dagli abusi degli uomini che tendono a prevaricare negli spazi che non competono loro.
E come già detto a proposito della moneta del tributo (Mt 22,21), occorre rendere a Dio ciò che gli appartiene.

sabato 1 novembre 2014

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Separazione

"Questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato" (Gv 6,39)

Il timore di essere separati da coloro che si amano e che condividono la stessa speranza è al centro della questione che i Tessalonicesi posero a Paolo circa il destino di coloro che erano trapassati prima del ritorno definitivo di Cristo: in qual modo avrebbero partecipato al suo Regno e come si sarebbe ricostituita la comunione precedente? L’apostolo risponde a questo interrogativo rassicurando la comunità cristiana, poiché la separazione è soltanto temporanea e nell’incontro con Cristo i vivi non avranno nessun privilegio rispetto ai morti, dato che questi sarebbero risorti prima che tutti fossero rapiti in cielo per essere definitivamente in compagnia del Signore (cfr. 1Ts 4,13-18).
Da questo scritto emerge come una delle principali preoccupazioni dei primi credenti fosse il rischio di una duplice separazione: quella dal Salvatore e quella dal resto della comunità cristiana. Ciò che rende più complicato per noi accettare la sfida della risurrezione è la nostra dimensione temporale. Noi concepiamo il tempo come qualcosa che rende ancora più forte la separazione dai nostri defunti, dal momento che il trascorrere dei mesi e degli anni affievolisce i ricordi e ci allontana giorno per giorno da ciò che abbiamo condiviso con loro. Ma il tempo è anche una realtà che ci riavvicina progressivamente a loro, perché ogni giorno che passa approssima il momento in cui saremo riuniti. Per quello che concerne la separazione da Cristo, invece, il discorso è ancora più esplicito. Paolo si domanda con una certa enfasi retorica chi potrà separarci dall’amore di Cristo e constata che né morte né vita possono di fatto allontanarci dal nostro vero bene (Rm 8,39). La condizione del cristiano è tale che nessuna di queste situazioni può separarlo dal Signore: “Infatti, se noi viviamo, viviamo per il Signore e se moriamo, moriamo per il Signore. Quindi, sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore” (Rm 14,8).
Badiamo, dunque, a non creare noi quella distanza che nessun elemento può interporre tra noi e Dio.

domenica 26 ottobre 2014

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Secondo

"Il secondo poi è simile a quello" (Mt 22,39)

Arrivare secondo corrisponde, quasi sempre, a una sconfitta. Medaglia d’argento, va bene, ma alla fine la gente si ricorda solo del primo.
A volte, comunque, può capitare che sia il secondo a vincere: basta vedere il caso di Giacobbe che soffia la primogenitura a Esaù, pur essendo nato dopo. Ed è certo che la seconda venuta di Gesù, quella definitiva, sarà ancora più importante della prima. Ma quando si fa una classifica, la legge del primo pigliatutto sembra inesorabile, perciò essere in cima alla lista sembra essere un privilegio fondamentale.
Il primo dei comandamenti lo conosciamo tutti e non c’era bisogno della petulanza del leguleio che interrogasse Gesù sull’argomento. Il problema, semmai, è il secondo. Perché, di fatto, nessuno glielo ha chiesto. E come avrebbero potuto? Chi lo vuole un comandamento di scorta? Tanto più che di fronte al compito di amare Dio con tutto il cuore, l’anima e la mente, di tempo libero per cercarsi altri impegni ne resta ben poco! L’iniziativa, quindi, parte da Gesù, che vede la necessità di non lasciare incompleto quel grande comandamento, quasi di blindarlo da possibili mistificazioni. Possibile? Possibile eccome quando l’amore di Dio si disincarna e non passa più per le nostre misere strade umane. Rischio ben individuato da san Giovanni, che domanda come si possa amare Dio che non si vede senza amare il fratello che invece si vede (1Gv 4,20). Segno evidente che qualcuno si era appunto rifugiato nel suo nido spirituale dimenticandosi di chi gli viveva accanto. Ora, il secondo spunta proprio per questo, per rivendicare i diritti di chi poteva sentirsi escluso dal primo comandamento.
È il fratello povero, quello simile all’altro (Mt 22,39), ma può vantare ugualmente la paternità divina: è uscito dalla bocca di Dio in Lv 19,18, e adesso – grazie a Gesù – i due fratelli viaggiano in coppia e non c’è l’uno senza l’altro.

sabato 18 ottobre 2014

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Tributo

"E' lecito o no pagare il tributo a Cesare?" (Mt 22,17)

C’è differenza tra il tributo a Cesare e le nostre tasse. Per noi pagare i balzelli è un dovere civico che rientra nei dettami di una Costituzione che in qualche modo condividiamo, almeno fino a quando permane un regime democratico. I Giudei del tempo di Gesù erano costretti a versare l’obolo a una nazione occupante che faceva il bello e il cattivo tempo senza tenere in nessun conto l’opinione dei sottoposti.
Ma c’è anche una questione specifica che differenzia ulteriormente il tributo evangelico dalla tassazione degli stati moderni. Solo in rari casi le tasse pongono problemi etici al contribuente (al più ci domandiamo dove vadano a finire tutti questi soldi…): una significativa eccezione sono le spese militari che spingono alcuni all’obiezione fiscale mirata. Nel contesto giudaico le cose vanno diversamente perché la signoria su Israele è riconosciuta soltanto al Signore e pagare un tributo all’imperatore romano non è soltanto una spiacevole incombenza economica, ma un implicito riconoscimento della sua figura come padrone.
All’epoca di Gesù l’intransigenza di alcuni su questo aspetto era totale, mentre l’impressione è che Gesù stesso sia più possibilista. Il diritto di riscuotere tasse da parte di sovrani stranieri non viene escluso per principio, ma si afferma la superiorità dei diritti di Dio che non possono essere sottoposti a quelli dell’autorità terrena. Di fatto Gesù non intende fondare uno stato teocratico come cercheranno di fare gli zeloti di allora e di oggi. E questo perché il Regno dei cieli non si presenta come il sovvertimento dell’ordine politico attuale, ma come una realtà prevalentemente spirituale che prevede il rinnovamento delle persone e non delle istituzioni, quindi non necessariamente incompatibile con strutture politiche esistenti.
Perciò, se proprio vogliamo prendere spunto da questo vangelo per invitare alla ribellione contro i tributi, dobbiamo prendere bene la mira, evitando il facile bersaglio della Tesoreria di Stato e rivolgendoci piuttosto agli altri “padroni” che dominano sulle nostre vite.

sabato 11 ottobre 2014

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Abito

"Amico, come mai sei entrato qui senza l'abito nuziale?" (Mt 22,12)

Nella nostra società è pacifico che un certo modo di vestire corrisponde spesso a un certo modo di pensare.
Un dark veste sempre di scuro e un hare krishna predilige i colori accesi come l’arancione.
Un dandy veste di qualsiasi colore, purché sia firmato.
Non si tratta semplicemente di gusti, ma sovente c’è una filosofia dietro queste scelte, nella piena convinzione che il vestito sia un’espressione di sé e un messaggio lanciato al mondo (qui si potrebbero citare i messaggi sulle t-shirt, dove il confine tra il genio e il cattivo gusto è assai labile).
Ma se pensassimo che la questione è tipicamente moderna saremmo in grave errore. Basta ricordare l’episodio della Trasfigurazione, dove le vesti bianchissime di Gesù sono un chiaro indizio della sua natura divina.
L’abito non farà il monaco, ma può fare il Dio. Ecco perché la questione dell’abito nuziale, comunque la si voglia declinare nello specifico, ha a che fare con l’essenza di colui che (non) lo porta. L’invitato di turno non è sintonizzato con la festa a cui sta partecipando, l’esteriorità tradisce una lontananza affettiva. Ed è curioso che gli abiti, talvolta usati come schermo per nascondere gli inestetismi di una pancetta prominente o di gambe irrimediabilmente storte, questa volta mettano in luce il nostro intimo. Curioso, appunto, perché Adamo ed Eva si vergognavano della loro nudità davanti a Dio, al punto che egli dovette procurare loro delle tuniche di pelle per coprirsi (Gen 3,21). È l’ambiguità del segno, certo, ma è anche l’ambiguità della natura umana che a volte fa di tutto per apparire e a volte si nasconde in ogni modo.
Salvo poi scoprire che non è possibile nascondersi agli occhi di Dio (Sir 39,19).

sabato 4 ottobre 2014

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Scartare

"La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d'angolo" (Mt 21,42)

Nell’estate del 1504 veniva esposta in piazza della Signoria a Firenze il Davide di Michelangelo, salutato entusiasticamente dal Vasari come la vittoria della scultura moderna su quella antica, un gigante di oltre cinque metri che l’artista scolpì in quasi tre anni e che ancora oggi attira decine di migliaia di visitatori ammaliati dalla perfezione delle sue forme. Ma è la storia che sta a monte che ci interessa. Per realizzare il suo capolavoro, Michelangelo si fece assegnare un blocco di marmo di Carrara che giaceva da tempo nei magazzini, dopo essere stato sbrecciato da Agostino di Duccio che aveva iniziato la sua opera lasciandola presto incompiuta.
Ecco quindi la morale: per realizzare la sua statua più famosa, Michelangelo si servì della pietra scartata dai costruttori. Una sfida intrigante, nevvero? L’idea che da un masso ritenuto inservibile si possa ricavare qualcosa di eccezionale è perfettamente in linea con quanto afferma il salmo 118: “La pietra scartata dai costruttori è diventata la pietra d’angolo”. Noi non sappiamo esattamente a chi o che cosa si riferisse il salmista, ma ci è chiaro che già i primi cristiani applicarono questo detto a Gesù, colui che rifiutato dai capi del suo popolo diventa il primogenito della nuova creazione (Col 1,18).
Per noi è più rassicurante pensare che il rifiuto di Gesù sia solo il frutto di incomprensione, ma dobbiamo considerare anche il caso di chi lo respinge perché lo ha compreso, ma non lo vuole accettare. Ribellarsi alla salvezza è un atto drammatico, ma non impossibile, come già avvenne ai tempi del profeta Geremia, quando si domanda sbigottito: “Hanno rigettato la parola del Signore, quale sapienza possono avere?” (8,9).
Per fortuna il Signore non rigetta noi.

giovedì 2 ottobre 2014

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Dipendenza da volontariato

Una studentessa ci scrive:

"L'anno scorso grazie al prezioso consiglio di Alessandro [un educatore professionale che collabora all'Ufficio], sono finita in quel meraviglioso posto che è l'ASAI
Lì ho scoperto degli amici, un rifugio ma soprattutto tante gratificazioni personali.
All'ASAI l'anno passato sono entrata in contatto con quello che è la realtà di persone che confidano nell'aiuto di terzi e personalmente ritengo che la possibilità di offrire il nostro aiuto sia un'occasione che non va sprecata.
Il mio compito è stato quello di aiutare dei bambini a svolgere i compiti e di distrarli un po' con divertenti attività ludiche.
Mi sono inventata di tutto! dagli origami ai disegni da colorare e mi sono divertita molto anch'io!
in altre ore invece ho partecipato, anche attivamente, a delle lezioni di italiano per bambini delle scuole meie che esendo stranieri avevano bisogno di perfezionare il loro italiano. 
Anche quest'anno e con estremo piacere, presterò servizio presso l'asai, unendo anche un tirocinio universitario della durata di 300 ore.
Adesso che so di poter utilizzare il mio tempo regalando un sorriso agli altri, credo di poter affermare che il volontariato crea dipendenza! 
Con affetto,
D."

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