mercoledì 17 marzo 2010

Il gioco dei mestieri

Il carnevale ha portato un cambiamento in casa nostra: una cesta di travestimenti in salotto!

Alla fine del carnevale ci siamo accorti che i costumi, da Bob Aggiustatutto per il più grande e da Soldato per il più piccolo, erano proprio belli… forse perché erano fatti con oggetti veri (il più grande aveva un casco da cantiere e una borsa porta attrezzi, rigorosamente usate e prestate da due nostri amici muratori; il più piccolo un cappello da alpino con molti buchi, spade di plastica e una cintura intrecciata da grande), forse perché si sono divertiti molto, insomma, era difficile metterli via per un anno intero…

Così sono rimasti con noi e sono diventati un po’ il gioco dei mestieri: facciamo che io ero e tu eri? E così si aggirano per la casa, soldati, superman (basta una mantellina rossa!), muratori, idraulici o carpentieri, cowboy e pistoleri (con i costumi dell’anno scorso…).

E forse il senso liberatorio del carnevale di epoca medioevale era proprio questo, essere qualcun altro per un giorno… per i bambini però oggi è ancora diverso: carnevale è un momento dell’anno in cui sperimentare ruoli diversi, a essere, a scegliere chi diventare. Allora, passato il momento della sfilata e del chiasso, possiamo tenerci il bello del carnevale, il vero significato: giocare a immedesimarsi in altri mestieri, ruoli, situazioni. E chissà che non aumenti anche la capacità di comprensione reciproca…

Ps. In salotto, perché lì, davanti ai divani, c’è spazio per fare il teatro, per giocare, tutto quello che si potrebbe fare anche in cameretta… ma in salotto c’è anche mamma che ci vede dalla cucina!

Il Signore freme per te






Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore
(Sal 144)







Per quanto "lento",
nel Signore ci sarebbe anche ira.
L'espressione del Salmo (non del Vangelo)
riflette una sensibilità tipica dell'Antico Testamento,
che va letto alla luce del Nuovo (letto, non abolito!).

Se esiste un'ira in Dio
non è forse nel senso che il Signore detesta il male
e non sopporta di vederci soffrire?

martedì 16 marzo 2010

Dammi da bere

UN AMICO parroco, 62 anni, che non smette di divertirsi e dialogare con i ragazzi, mi racconta una pagina di Vangelo.
ALL'INIZIO della quaresima incontra il gruppo di terza media, animatori compresi. E con naturalezza domanda loro: "Di che cosa avete voglia di parlare?". Dopo un paio di minuti, uno dei ragazzi chiede: "Don, come mai quando piango mi vergogno di farlo in pubblico?". Occhi spalancati, orecchie dritte e il dubbio di non aver capito bene: Un ragazzo di terza media confessa di piangere?! Ne parla davanti ai coetanei?! Nonostante la presenza delle "femmine"?!
IL DON prende la palla al balzo e rilancia: "Che ne dite allora se ci diciamo quand'è che ci è capitato di piangere?". Tutti accettano. Nessuno dei ragazzi ride o fa battute.
E si aprono i cuori:
"Mi capita di piangere se penso alla morte dei miei genitori".
"Sto malissimo quando mi dicono che sono grassa e faccio skifo".
"Soffro per gli insulti pesanti, quelli a sfondo sessuale, anche se faccio finta che non me ne frega niente...".
"Quando i miei si sono separati, ho pianto per due mesi tutte le sere..."


IMPROVVISAMENTE ci si guarda senza tenere conto delle solite etichette, dei ruoli in cui ciascuno è imbalsamato. Il duro, la secchiona, lo sfigato, la belloccia...non esistono più! O meglio, ciascuno continua a essere se stesso, ma gli altri scoprono cose che mai avrebbero immaginato. Perchè le lacrime detergono, rinnovano. Sono come la crema per togliersi il trucco dalla faccia. Fanno brillare gli occhi. E quando assaggi le lacrime, scopri che "sanno" di sale, hanno la vita dentro: riceverle è come fare una trasfusione di sangue. Lo insegna del resto la risurrezione di LAZZARO. Quando Gesù giunse al suo sepolcro, non poteva che piangere: il miracolo della risurrezione dell'amico inizia proprio dalle lacrime che il Signore ha versato per lui.

Il parroco conclude il racconto con gli occhi lucidi:
"Sai Mario, finito l'incontro di gruppo, tutti abbiamo capito che niente sarebbe stato come prima".


Se donassi le tue lacrime, niente sarebbe come prima.

Medico delle anime e dei corpi






"Vuoi guarire?" (Gv 5,1-16)








La domanda sembra retorica.
In realtà, devi conoscere che stai male.
Scoprire la tua malattia.
Smettere di provarne vergogna.
Farti aiutare dalla persona giusta.
E lasciarti curare.

Ti spaventa tutto questo?
Ti basta la sua Grazia:

Dio ti sta salvando adesso.

lunedì 15 marzo 2010

QUATTRO: l’ira. Una serpe in seno.

La passione dell’ira è certamente collegata alla difficoltà di accettare gli altri per quello che sono. E a volte basta molto poco: un modo di fare inopportuno, un piccolo gesto sgarbato, una parola mal detta possono innescare un meccanismo che ci riempie di irritazione e di nervoso. E questo riguarda spesso le persone che ci sono più vicine: il marito o la moglie, i figli o i genitori, i colleghi di lavoro o i vicini di casa. Pensate quante liti furibonde avvengono nei condomini: gli altri con le loro caratteristiche diventano insopportabili e non si è capaci di un confronto sereno per trovare delle soluzioni. L’unica soluzione è distruggere l’altro (verbalmente, ma talora anche fisicamente). E le assemblee di condomino si trasformano in risse spaventose.
Lasciare spazio all’ira è devastante, soprattutto a quell’ira covata dentro che si gonfia inarrestabilmente. Bisognerebbe avere un duplice coraggio: da una parte quello di esprimersi, di confrontarsi, di far presente all’altro quello che ci sembra che non funzioni, anziché tenerselo dentro e arrabbiarsi sempre di più; dall’altra ci vorrebbe anche il coraggio (e l’umiltà) di accettare un rimprovero, un’osservazione, una correzione, senza per questo sentirsi minacciati dall’altro e dunque in dovere di reagire violentemente. Ma non è facile: quante volte, per esempio, sono dinamiche di questo tipo che provocano una crisi matrimoniale. Una certa cosa del coniuge non ci va, ma non viene esplicitata e affrontata e allora ci si riempie progressivamente sempre più di collera fino a quando non arriverà la classica goccia che farà traboccare il classico vaso. Ma a questo punto è facile che anche il vaso si rompa e non ci sia più modo di rimettere i cocci insieme.
Qualche volta invece, e forse anzi abbastanza spesso, l’ira più che agli altri è collegata a noi stessi. In questi casi l’altro, magari il primo che ci capita davanti, serve da pretesto: proiettiamo su di lui la nostra insoddisfazione interiore e sfoghiamo sul malcapitato quanto ci disturba di noi stessi. Se prima si trattava di una incapacità ad accettare l’altro, ora si tratta di una incapacità ad accettare noi stessi: sempre c’è una fatica nel rapporto con la realtà e i suoi aspetti disturbanti.
In tutti i casi però, bisogna aggiungere, l’ira non solo distrugge il rapporto con la persone con cui siamo in collera, ma inquina tutta la nostra vita: è un pensiero che ci rode dentro sempre e non ci dà mai tregua. Scrive ancora Evagrio: «il rancore turba l’intelletto nel momento della preghiera. I pensieri irosi sono piccoli di vipera e divorano il cuore che li ha generati». Lasciar spazio all’ira è tenersi una serpe in seno.

Cammina




 "Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino" (Gv 4,43-54)





Ci sono persone che si fidano più delle proprie emozioni
che delle parole del Vangelo.
Espressioni come "mi sento/non mi sento",
"mi piace/non mi piace",
"secondo me"
rischiano di avere un peso specifico enorme
nelle scelte delle persone.

Fidati del Vangelo,
cogli una parola capace di metterti in movimento.
E cammina,
cammina fiducioso
.

sabato 13 marzo 2010

IV Domenica di Quaresima

Dal Vangelo secondo Luca (15,1-3; 11-32)

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».


Conoscenza, questa sconosciuta!

Ripartiamo da Gen 2, 15-16: la traduzione che è letta qui tenta di costruire il testo come doveva suonare ad un orecchio ebraico: conoscenza del bene e del male diventa esperimento di tutte le cose che stanno tra il bene e il male, tutte le sfumature. Ma di quale conoscenza stiamo parlando? L’ebraico ha però 2 parole per indicare la conoscenza: dat, che indica la conoscenza empirica, ottenuta per esperimento, simile a quella che fa il neonato che porta le cose alla bocca per conoscerle, ma che facciamo anche noi per esperienza diretta delle cose; e ockmà, conoscenza acquisita attraverso la fiducia accordata per testimonianza ad altri, conoscenza che implica l’affidamento, la fiducia in chi trasmette la conoscenza. La sfumatura di senso è cruciale… *

Istituto Superiore di Scienze Religiose, Fossano, intervallo della lezione di Teologia Fondamentale.

È interessante quella cosa che hai chiesto, sull’educazione dei bambini… sulla conoscenza, non ci avevo mai pensato che in fondo i bambini iniziano a conoscere con il dat
E che noi adulti dovremmo educarli a conoscere secondo l’ockmà, a fidarsi di noi, nel percorso di conoscenza… però ho trovato ancora più interessante la precisazione sull’affidamento reciproco… che iniziare a conoscere come ockmà implica un affidamento, una fiducia reciproca, mia verso il bambino, ma anche del bambino verso di me: insomma, se il bambino o il ragazzo non si affida al genitore, un genitore può dare tutto l’esempio che vuole, ma ne cava poco…
Senti però, io non ho figli, ma come può essere che un bambino perda la fiducia nel genitore? In fondo il genitore è pur sempre il primo riferimento…
Infatti è qui che, secondo me, il discorso non è più tanto biunivoco… insomma se tu genitore riesci a fidarti di tuo figlio, fin da piccolo, lasciandogli fare le cose che può fare, insegnandogli le cose che è in grado di fare al momento in cui può riuscirci, senza spingerlo e lasciandolo provare e sbagliare, standogli accanto comunque, allora il bambino vede la tua fiducia e può imitarti, inizia il percorso reciproco… altrimenti non ha buoni esempi da imitare...
Ah! E tu ci riesci a fare tutte queste cose?
Insomma, farle tutte insieme sarebbe da 30, spero di arrivare alla sufficienza…

*trascrizione degli appunti: non so se la grafia delle parole ebraiche sia corretta, ma accetto volentieri correzioni ad hoc!

A mani vuote





"O Dio, abbi pietà di me peccatore" (Lc 18,9-14)






Due uomini entrano in "chiesa" a pregare.

Uno si sente molto in forma,
ha un notevole senso di autostima,
esprime gratitudine a Dio, e disprezzo per chi sbaglia.
Ha una risonanza emotiva decisamente positiva.

L'altro non riesce quasi a parlare.
Ha vergogna di sè.
Si sente povero e soffre nell'intimo.
Ma chiede pietà a Dio, senza mezzi termini.

Quest'ultimo torna a casa giustificato.
Mentre il primo
- che non ha bisogno della misericordia di Dio -
torna a casa tale e quale a prima.

Quando preghi ciò che conta
non è se sei stato bravo
o ti sei sentito bene
o hai avvertito molta pace...


Ciò che conta è consegnare la tua miseria.
Senza paura.

venerdì 12 marzo 2010

Tempo libero

Eminenza, mi confidava un parroco, non si trovano più collaboratori. Ma come è possibile, chiedo, non ci sono persone buone e competenti che si possano mettere a servizio? Sì, mi risponde il confratello, ma non hanno più tempo libero.

Cari amici, non abbiamo davvero più tempo libero? Tutto è produrre, correre, vacanze tutto compreso, senza pause, senza soste? Forse, come cristiani, dovremmo aiutarci a vedere le cose, ancora una volta, in modo rivoluzionario. E se provassimo a liberare il tempo, per dare spazio all’Eterno?

Con una grande ed affettuosa benedizione.

Svuotarsi





"Qual è il primo di tutti i comandamenti?" 
(Mc 12,28-34)





Mi sorprende accorgermi di quante persone si sentano poco amate.
Ma ancora di più, mi colpisce ascoltare molti giovani
che temono di non essere capaci di amare,
che non riescono a innamorarsi di qualcosa o di qualcuno.

Tutti in realtà hanno il cuore attaccato a qualcosa:
denaro, comodità, beni materiali,
il lavoro, la casa, lo sport,
se stessi, il proprio tormento, i sogni e le aspirazioni.

Per amare, bisogna sempre svuotarsi un po'...

giovedì 11 marzo 2010

Dare il superfluo

Soprattutto al cambio di stagione, ma è comprensibile, trovo alla porta della canonica sacchi e borse di vestiti usati. La maggior parte è inservibile, il resto è Provvidenza per i poveri.

Il sacco che ho trovato martedì mi interroga: vestiti lisi, qualcuno sporco, nulla di presentabile.

Cosa è diventato per noi superfluo? L’inutile, l’inutilizzato, l’inutilizzabile? Il prossimo, povero, è solo più una discarica di quel che non ci serve o dei nostri sensi di colpa per quello che abbiamo?

Superfluo significa non essenziale, ed allora il superfluo che dobbiamo per giustizia è tutto quell’amore che gratuitamente abbiamo ricevuto in più, quel tracimare di Provvidenza e di Grazia che ogni giorno ci investe, quell’esserci costante di Dio ad ogni nostra celebrazione, un esserci esagerato, copioso, sovrabbondante.

Se non ci rendiamo conto prima di tutto di questo, saremmo noi a diventare presto superflui nel Regno dei Cieli.

Ascoltare la Parola




"Ascoltate la mia voce, e io sarò il vostro Dio" (Ger 7,23-28)





Come dice una preghiera della Comunità di Bose
la Parola di Dio può essere

letta ma non accolta, 
meditata ma non amata,
pregata ma non custodita, 
contemplata ma non realizzata 
 
Non lo scrivo per farti sentire mancante,
ma per farti provare un nuovo appetito.

mercoledì 10 marzo 2010

Vestiti, usciamo!

Sveglia bimbi, è ora di alzarsi!

Il risveglio non è proprio rapido, ma, prima il più piccolo, poi il più grande, si alzano.
Allora, dico al più grande, i vestiti di ieri sono sporchi, ti scegli tu pantaloni e maglia dall’armadio? E aggiungi le mutande!

Il più grande si apre l’armadio e sceglie: i colori fanno a pugni, almeno al mio occhio cromatico, per lui è l’accostamento migliore; al più piccolo chiedo, li scegli tu o faccio io? La risposta è variabile, oggi li prenderò io i vestiti; e ci avviamo tutti in bagno per lavarci e vestirci.

Ho deciso di far scegliere loro i vestiti: mi sembra un piccolo passo verso l’autonomia personale, ma molto utile per loro. Ovviamente ci sono alcune piccole regole: dopo 2 giorni i vestiti si cambiano, per quanto belli e preferiti siano! La decisione di scelta deve essere rapida; per quanto possibile ci si veste da soli. Anche per me ci sono alcune regole: non vieto nessun accostamento di colore! E non posso imporre nessun vestito… eccetto il cappello quando fa freddo!

Così capita che la camicia rossa, a righe blu, sta piegata nel cassetto e il più piccolo non vuole metterla mai… però capita solo a quella, chissà perché; capita anche che ci siano 2 o 3 maglie del più grande così consumate, che non credo potranno passare nel guardaroba del più piccolo… Soprattutto non capita quasi mai di avere discussioni sui vestiti, sul vestirsi da soli, sul non mi piace!

Mi sembra importante fare la loro autonomia lasciando che ogni giorno si esercitino su un pezzetto delle loro possibilità, finchè non le avranno sperimentate tutte… ne riparliamo quando saranno adolescenti?

Legge dell'Amore




"Osserverete le leggi e le metterete in pratica" (Dt 4,1.5-9)





Facciamo fatica
a considerare le leggi
"dalla nostra parte".

E siamo certo d'accordo:
il criterio di ogni precetto
è la legge dell'Amore.

Ma normalmente (è bene non illudersi)
non trasgrediamo le leggi per amore.
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