domenica 29 marzo 2015

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Good night and good luck



Ogni cosa ha il suo tempo, anche i blog.
Colgo l'occasione per ringraziare chi in questi anni ha accolto con pazienza questi commenti alla Parola della domenica. La speranza è che siano serviti a riflettere e a maturare l'amore per la Parola.
Un augurio di cuore a tutti gli internauti.
Good night & good luck!

sabato 28 marzo 2015

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Abbandonare

"Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Mc 15,34)

La cifra particolare del racconto della Passione di Marco sembra essere la progressiva solitudine che Gesù deve affrontare nel lungo cammino verso il Calvario. L’inizio di questo isolamento comincia molto lontano, quando Gesù si distacca da un ambiente familiare che lo ritiene pazzo (Mc 3,21) e che nella sinagoga di Nazaret lo contesta apertamente (Mc 6,3). Anche i discepoli, coloro che hanno lasciato tutto per seguire Gesù (Mc 10,28), nel momento decisivo della prova – nel Getsemani – si rivelano pusillanimi: “Allora tutti, abbandonatolo, fuggirono” (Mc 14,50).
Nell’ora della croce Gesù emette un grido che non riteniamo blasfemo solamente perché è citazione di un salmo: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15,34).
C’è un certo imbarazzo nel trovare queste parole sulla bocca del Salvatore, parole che sembrano in aperto contrasto con le promesse divine di Dt 31,6: “Il Signore tuo Dio cammina con te, non ti lascerà e non ti abbandonerà”.
La morte di Gesù viene interpretata come la morte del giusto, colui che ha confidato nel Signore e dal quale avrebbe dovuto essere liberato. Quando queste condizioni non si verificano, ecco che gli avversari diventano trionfanti e beffardi: “Dio lo ha abbandonato: inseguitelo e prendetelo perché non ha chi lo liberi” (Sal 71,11). Ma nel caso di Gesù occorre esaminare la faccenda fino in fondo: davvero Dio lo ha abbandonato?
Quando Simon Pietro terrà il discorso di Pentecoste davanti ai pellegrini di Gerusalemme, applicherà a Gesù un altro salmo, quello in cui Davide afferma che non avrebbe conosciuto la corruzione del sepolcro. Pietro ha buon gioco nel dimostrare che la Risurrezione ha dato prova che Gesù è colui che Dio non ha abbandonato negli inferi, né la sua carne subì la corruzione (At 2,31).
L’intervento divino può andare anche oltre i limiti della morte ed è anzi attraverso l’esperienza della desolazione massima che Gesù può abbracciare tutta l’umanità sofferente e restituirla a un destino di gloria eterna al cospetto di Dio.

sabato 21 marzo 2015

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Impazienza

"Adesso l'anima mia è turbata" (Gv 12,27)

Gesù confessa che la sua anima è “turbata”, una traduzione più corretta forse sarebbe “sconvolta”.
Non si tratta soltanto dell’angoscia dell’uomo di fronte alla propria morte, seppure aggravata dalle circostanze che la renderanno particolarmente dolorosa.
Gesù è del tutto consapevole di affrontare un combattimento epico. Gesù è sconvolto “ora” (v.27) perché “ora” avviene il giudizio su questo mondo (v.31).
Si noti che nel vangelo di Giovanni Gesù non ha mai compiuto alcun esorcismo: il grande esorcismo avviene con la sua morte in croce, che mette in fuga il diavolo dal mondo. Si può comprendere, quindi, come Gesù sia teso in questo momento verso la meta che lo attende. Il punto verso cui sta viaggiando è il momento atteso dalla storia. Sarà il giudizio della croce, non nel senso in cui a volte lo relega la devozione, alludendo alle sofferenze che noi infliggiamo all’amato Gesù crocifisso con i nostri piccoli o grandi peccati, ma in un significato ben più ampio. Davanti alla croce avviene la separazione tra figli delle tenebre e figli della luce, una distinzione che non è operata dal destino, ma dalla libera scelta di ciascuno di noi. Credere o non credere in questo inviato di Dio che invece di operare con potenza si lascia inchiodare sulla croce per la nostra salvezza?

sabato 14 marzo 2015

1

Condannare

"Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo" (Gv 3,17)

Nel corso del dialogo con Nicodemo, Gesù afferma esplicitamente di non essere venuto a condannare. Il verbo che viene usato in questa circostanza (“krino”) di per sé significa semplicemente “giudicare”, ma dal contesto si evince che si tratta per certo di un giudizio negativo, perciò è corretto renderlo con “condannare”. In effetti Gesù non è venuto per eseguire una condanna, ma perché il mondo fosse salvato per mezzo di lui (Gv 3,17). Dunque qui abbiamo un’altra coppia di opposti secondo il punto di vista tanto caro a Giovanni: condannare & salvare.
Questo atteggiamento è palese in uno dei brani evangelici più famosi, quello della donna sorpresa in adulterio e sottoposta al giudizio di Gesù. Davanti all’invito di scagliare contro di lei la prima pietra, a condizione di essere senza peccato, tutti i suoi accusatori abbandonano il campo. Gesù domanda alla donna se nessun l’abbia condannata e, preso atto dell’assenza di giudici, conclude: “Neanche io ti condanno: va’ e d’ora in poi non peccare più!” (Gv 8,11).
Ma se Gesù è venuto a salvare, da dove viene la condanna?
Il prologo di questo vangelo lascia intendere che la condanna è da comprendere in realtà come auto-condanna da parte degli uomini, laddove si dice che il Figlio venne nel mondo ma i suoi non l’hanno accolto (Gv 1,11). La condanna consiste nell’escludersi dalla vita che Gesù viene a portare. È per questo che Gesù in Gv 5,29 può contrapporre una risurrezione per la vita a una risurrezione per la condanna. In quanto giudice, Gesù si limita a prendere atto delle scelte che noi abbiamo liberamente effettuato.
Il giudizio, quindi, consiste soltanto nel far venire alla luce le nostre scelte. In questo senso Gesù può dire di essere venuto per un giudizio (cfr. Gv 9,39), esattamente come aveva previsto il vecchio Simeone dicendo di lui che sarebbe stato un segno di contraddizione per svelare i pensieri di molti cuori (Lc 2,34-35). Il temuto giudizio finale, in fondo, comincia già oggi, dalle scelte che facciamo e da quelle che non abbiamo il coraggio di fare perché ognuno riceverà quello che ha dimostrato di volere. Il problema è che spesso neppure noi sappiamo quello che vogliamo e allora è meglio chiedere consiglio a quello Spirito che abita dentro di noi perché ci faccia desiderare in grande.

sabato 7 marzo 2015

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Segni

"Molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome" (Gv 2,23)

Il quarto vangelo non parla mai di miracoli o prodigi da parte di Gesù, ma semplicemente di “segni”, che possono inserirsi in questa categoria soltanto in senso molto lato.
Ben più complicato, invece, sarebbe stabilire il loro numero. Tradizionalmente si parla di sette segni, dalle nozze di Cana alla risurrezione di Lazzaro, ma il numero pare convenzionale e dobbiamo comunque tenere presente ciò che afferma l’evangelista: “Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono scritti in questo libro” (Gv 20,30).
Ma la difficoltà più grande rimane comunque capire che cos’è un segno secondo questo vangelo. Nella nostra lingua corrente si tratta di un elemento che indica o manifesta qualcos’altro, ma è chiaro che in questo contesto assume un significato specifico. I segni, infatti, sono azioni di carattere soprannaturale che rivelano l’identità divina di Gesù. Naturalmente possono avere proprietà differenti, riguardare una guarigione o un intervento sulla natura, nascere da un’iniziativa personale di Gesù o come risposta a una richiesta che gli viene fatta. Ciò che comunque li accomuna è che il segno non è fine a se stesso ma serve a rivelare l’identità di Gesù per poter credere in lui.
Ma qui si aggiunge un’ambiguità. Da un lato, infatti, Gesù offre i segni come strumento che aiuta ad avere fede nella sua persona, dall’altro li ritiene un elemento estremamente secondario per giungere alla fede, di cui sarebbe meglio poter fare a meno. Così leggiamo in Gv 2,23-25 che Gesù è assai diffidente nei confronti di coloro che credono nel suo nome “vedendo i segni che egli compiva”. Poco oltre, in Gv 4,48, farà una solenne lavata di capo al funzionario regio che gli chiedeva la guarigione del figlio dicendo: “Se non vedete segni e prodigi, voi non credete”.
Pertanto il valore e la funzione dei segni vengono relativizzati in quanto non rappresentano lo specifico della missione di Gesù.

sabato 28 febbraio 2015

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Distrazione

... vedi domenica scorsa! :-)

lunedì 23 febbraio 2015

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Solitudine

"Stava con le bestie selvatiche" (Mc 1,13)

Quella di Gesù non è una fuga né una ritirata strategica, ma la scelta – dettata dallo Spirito – di ripercorrere alcune tappe della storia della salvezza. Il suo inoltrarsi nel deserto per un tempo di quaranta giorni è un evidente richiamo al tempo dell’Esodo. Gesù che era stato solidale con l’umanità peccatrice con il battesimo al Giordano, continua ad esserlo sulla via della purificazione nel vagare del deserto. E se l’immersione nelle acque del fiume avevano rinnovato l’identità di Figlio di Gesù che lo associava al rapporto padre/figlio tra YHWH e il suo popolo (“dall’Egitto ho chiamato mio figlio”, Os 11,1), la nuova esperienza lo manifesta come il servo obbediente che si rende docile alla guida di Dio, laddove invece il popolo dalla dura cervice (Es 33,5) si era mostrato refrattario a seguire il Signore con cuore indiviso. Ed è chiaro che la solitudine serve a rivelare quello che siamo, ed è uno dei motivi per cui ci spaventa.
Si fa presto a dire che il deserto ci avvicina a Dio. È vero, ma rende più prossimi e persino tangibili i nostri demoni…
Matteo e Luca esplicitano il genere di tentazioni con cui Satana cerca di dissuadere Gesù dal suo proposito, mentre Marco rimane sul vago, eppure possiamo immaginare che la fragilità corporea è soltanto un grimaldello per scardinare le difese di chi vuole rimanere fedele al Signore. Satana non avrebbe dovuto inventarsi nulla, gli sarebbe bastato proiettare davanti a Gesù le immagini dei mesi successivi: il rifiuto dei suoi familiari, le incomprensioni dei discepoli, il tradimento di Giuda e il rinnegamento di Pietro. E poi, come un macigno conclusivo, la desolazione del Golgota. Io, lo ammetto, mi sarei scoraggiato subito. Gesù, invece, resiste e riesce a smascherare l’inganno. La proiezione continua e arriva alla tomba vuota. Satana si è evaporato, come la maggior parte delle nostre esagerate preoccupazioni (come è più schietto il piemontese che le chiama “paturnie”!). Sarà un tempo fecondo la nostra Quaresima, se ci aiuterà a distinguere quello che è reale da quello che non lo è, se porterà le cose alla loro giusta dimensione, se sarà una cura dimagrante dello spirito dove il nostro io cesserà di invadere ogni spazio lasciando che sia lo Spirito a prendere il sopravvento. Sarà, soprattutto, una solitudine abitata dalla presenza di Dio a noi stessi.

sabato 21 febbraio 2015

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Bianco

"Le sue vesti divennero splendenti, bianchissime" (Mc 9,3)

Il colore bianco è quello che nella Bibbia appare il maggior numero di volte, 75 volte in totale, precedendo il blu (50) e il rosso (47). Conserva l’idea di purezza, di innocenza e di onestà che è presente anche nella nostra cultura. Però non si trova mai in opposizione al nero, mentre noi associamo istintivamente il contrasto bianco/nero a quello luce/tenebre, considerando il bianco il colore della luce e il nero quello dell’oscurità. L’unico caso in cui la Bibbia contrappone il bianco a un altro colore è il rosso: Isaia fa dire al Signore che anche se i nostri peccati fossero rossi come porpora o scarlatto, torneranno ad essere candidi come lana o neve (1,18).
È naturale, quindi, che il bianco sia il colore abbinato alla santità, soprattutto per caratterizzare le vesti immacolate di chi non si è contaminato e insozzato col peccato. E poiché la santità è per eccellenza un attributo divino, il bianco è anche il colore tipico di Dio. Questa simbologia appare con chiarezza nella scena della Trasfigurazione, dove Marco annota che le vesti di Gesù divennero bianchissime e che nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche (9,3). È proprio il fatto che questo colore non potrebbe essere ottenuto con mezzi umani a farci comprendere che siamo di fronte a un fenomeno di natura ultraterrena e che questo si riverbera sull’identità stessa di Gesù.
Dove c’è il bianco, molto spesso c’è Dio all’opera. Pertanto la veste dell’angelo che rotola via la pietra del sepolcro di Gesù non può essere che bianca (Mt 28,3) così come quella ricevuta direttamente da Dio dai santi dell’Apocalisse (6,11). Alla veste bianca viene anche attribuito un significato di gioia, come testimonia il Qohelet che augura giorni felici dicendo “Siano sempre candide le tua vesti” (9,8) e come conferma il ricco epulone che banchettava ogni giorno agghindato di bisso (Lc 16,19). Ma questo non significa che il bianco sia sempre letto in maniera positiva: il servo di Eliseo, il malvagio e profittatore Giezi, verrà punito con la lebbra per la sua avidità e si ritroverà ad essere “bianco come la neve” a causa della malattia (2Re 5,27).

sabato 14 febbraio 2015

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Segregazione

“Se ne starà solo, abiterà fuori dall’accampamento” (Lv 13,46).

Immagina di vedere la tua pelle avvizzire, di passare la mano sul braccio e sentire il contatto ruvido e urticante. Immagina il ribrezzo negli occhi di chi ti osserva, l’imbarazzo di doverti nascondere agli sguardi altrui. E il dolore di una carne che brucia. Ma a tutto questo aggiungici ancora l’isolamento, l’essere separato dalle persone che ami, dai luoghi in cui abitavi, dalla compagnia degli uomini. Tutti abbiamo bisogno degli altri, e chi sta male di più. Per questo leggere le indicazioni della legge mosaica sul modo di trattare i lebbrosi provoca lo stesso disgusto della malattia.
Ma perché si arriva a queste disposizioni inumane?
Ogni società deve fare i conti con i suoi tabù e le sue paure. Per il mondo ebraico la “lebbra” (che non pare coincidere con il morbo di Hansen che noi indichiamo con questo nome) rappresenta la malattia nel suo aspetto più vicino alla morte: la carne che imputridisce, il pallore delle macchie esangui sembrano il passo che precede immediatamente la dipartita e un lebbroso appare esteriormente come un cadavere che cammina. E la morte va esorcizzata, va tenuta lontana, non solo per una questione di quieto vivere, ma anche per il problema dell’impurità che è connessa alla morte e ai cadaveri. Un lebbroso sta fuori dall’accampamento – e poi dalle città – perché non deve veicolare la sua impurità.
Dopo Gesù la separazione non è più necessaria. E se questo vale nei confronti dell’impurità, a maggior ragione è valido verso la dimensione metaforica che assume successivamente l’impurità, quella del peccato. Anzi, l’impressione è che Gesù ha il potere di guarire dalle malattie proprio perché è più forte del peccato.
E dimostra di essere più forte dei demoni perché è superiore al potere del male.

sabato 7 febbraio 2015

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Indemoniati

"Gli portavano tutti i malati e gli indemoniati" (Mc 1,32)

Parlare di indemoniati oggi appare un tema bizzarro, come un discorso su streghe e folletti, ma i vangeli ci mettono continuamente a confronto con questa realtà (almeno quelli sinottici, perché Giovanni glissa del tutto sull’argomento).
Le giornate di Gesù sembrano equamente suddivise tra un tempo di predicazione e uno di guarigioni, che a volte concernono malattie fisiche ma spesso hanno di mira l’espulsione di un demonio. Può stupire, quindi, che a fronte di una presenza così massiccia di demòni e indemoniati non venga fornita alcuna spiegazione circa la loro origine. Per gli evangelisti sono semplicemente un dato di fatto.
Non è neppure chiaro che tipo di legame ci sia tra la possessione diabolica e le infermità. Da un lato, infatti, appaiono come realtà distinte verso le quali Gesù opera in maniera differente, guarendo (greco: therapeuo) le malattie e scacciando (greco: ekballo) i demoni. Dall’altro pare comunque esserci qualche connessione perché i demòni sono in grado di rendere mute e cieche le persone (Mt 12,22) e di procurare disagi simili a quelli dell’epilessia (Mt 17,15). Interessante anche il commento di Gesù dopo aver risanato una donna con la schiena curva che non riusciva a raddrizzarsi: è una figlia di Abramo che Satana teneva prigioniera (Lc 12,16).
Perciò è chiaro che la possessione diabolica non è semplicemente un problema di ordine spirituale, ma investe la persona nella sua globalità.
C’è una diffusa tendenza a interpretare questi passi in chiave attualizzante che rischia di travisare la portata di questo confronto, ad esempio quando l’indemoniato viene assimilato al peccatore abituale che non si riesce più a trattenere neppure con le catene delle norme e coi legacci del rispetto per gli altri. Le escandescenze, incluse quelle dei tifosi, hanno poco a che vedere con questa faccenda e le possessioni non vanno confuse con la violenza in genere. Un atteggiamento prudente si guarderà tanto dal trascurare le macchinazioni di Satana quanto dal vederlo all’opera in ogni realtà di male.

sabato 31 gennaio 2015

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Profeta

"Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, un profeta pari a me" (Dt 18,15)

Mosè aveva un posto speciale nella tradizione giudaica, una posizione a cui il suo successore Giosuè non si avvicina minimamente. Nel popolo di Israele si creerà l’attesa di qualcuno che possa rinverdire i fasti del grande legislatore e condurre il popolo alla meta definitiva. Questa speranza messianica si fondava sulla promessa fatta da Dio stesso a Mosè di suscitare un profeta pari a lui (Dt 18,15).
Un chiaro esempio di attesa messianica collegata alla figura del profeta si trova nel Quarto Vangelo, quando gli inviati da Gerusalemme interrogano il Battista e gli domandano se egli sia “il” profeta. Giovanni negò di esserlo e in questo non c’è contraddizione con quanto dice Gesù in Mt 11,9, cioè che Giovanni era un profeta e, anzi, più di un profeta. Ciò che viene negato è l’identificazione con quel tipo di profeta. Infatti questa identificazione viene riservata a Gesù, come dichiara apertamente Pietro negli Atti degli apostoli. Nel discorso che egli tiene dopo avere guarito lo storpio alla porta del tempio (At 3,12-26) cita questo passo del Deuteronomio e applica a Cristo le funzioni che spettavano a questa figura messianica e richiama il popolo alla necessità di ascoltare le sue parole che ora sono proclamate dai suoi discepoli.
Cosa può voler dire per noi che Gesù è “il” profeta? Egli non solo proclama le parole di Dio, ma è anche il Verbo stesso di Dio. In lui Dio, che aveva parlato per mezzo dei profeti, ha parlato a noi per mezzo del suo Figlio (Eb 1,1-2). E se Mosè si aspettava di essere obbedito in quanto inviato di Dio, quanto più dovremo dare ascolto agli insegnamenti di Gesù, che “in confronto a Mosè è stato giudicato degno di una gloria tanto maggiore quanto l’onore del costruttore della casa supera quello della casa stessa” (Eb 3,3).

sabato 24 gennaio 2015

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Ninive

"Alzati, va' a Ninive, la grande città, e annunzia loro quanto ti dico" (Gn 3,1)

Il problema di Giona è che non si coinvolge con Ninive e i suoi abitanti.
Predicare sventure per lui fa parte del mestiere, un compito sgradevole che si risparmierebbe volentieri, ma che una volta intrapreso vuole portare fino in fondo.
Di tutt’altra natura era Abramo come interlocutore di Dio, disposto a contrattare fino all’ultimo e ponendo persino istanze etiche al suo modo di agire (“Lungi da te il far morire il giusto con l’empio!” arriva a dire in Gen 18,25). Ed è proprio su una questione simile che Dio cerca di scuotere il profeta, ricordandogli che ci sono a Ninive centoventimila persone che non sanno distinguere tra la destra e la sinistra e una grande quantità di animali, che prima di distruggere è bene cercare di salvare. Ninive, quindi, ha un significato simbolico che possiamo cercare di decifrare. Nella prospettiva dell’autore del libro di Giona rappresenta quel mondo che non conosce la volontà di Dio e quindi non è in grado di metterla in pratica. Serve, dunque, qualcuno che faccia toccare loro con mano le nefandezze che hanno compiuto e li spinga alla conversione, anche sotto la minaccia del castigo.
L’esito positivo esprime una visione ottimistica sulla natura umana, gli uomini sono considerati peccatori non tanto per cattiva volontà, ma principalmente per ignoranza. Una volta che qualcuno li illumina, c’è speranza per tutti.
Una visione così ottimistica e universale (ben disposta anche verso gli animali!) non è frequente nella Bibbia e merita di essere sottolineata. Forse può dire qualcosa anche agli evangelizzatori di oggi, che verso il mondo esterno non possono limitarsi a tuonare giudizi ma farsi apostoli della paternità universale di Dio che non vuole che alcuno dei suoi figli perisca.

sabato 17 gennaio 2015

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Chiamare

"Allora il Signore chiamò: Samuele!" (1Sam 3,4

La scena di “vocazione” di Samuele si chiude con queste parole: “Il Signore fu con lui” (1Sam 3,19). A rigor di logica si sarebbe dovuto dire il contrario, cioè che Samuele entrò a servizio del Signore e non lo abbandonò più, e invece l’accento è tutto spostato sul fatto che il Signore accompagni Samuele lungo il suo cammino.
Se tralasciassimo questo aspetto, finiremmo per considerare la chiamata un semplice trattato di vassallaggio, dove noi cerchiamo di tutelarci sotto la potente ala protettrice del Signore sacrificando la nostra autonomia e indipendenza.
San Paolo, invece, ci dice esattamente il contrario: “Siete stati chiamati a libertà” (Gal 5,13). Dio, infatti, non intende spadroneggiare sulle nostre vite, ma aiutarci a crescere da uomini liberi e responsabili. Ed è per questo che l’apostolo aggiunge subito dopo che questa libertà non deve essere usata per vivere secondo la carne, ma secondo quello Spirito che abbiamo ricevuto. Paolo riprende il concetto in un altro passo: “Quelli che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato li ha giustificati; quelli che ha giustificato li ha anche glorificati” (Rm 8,30).
Il progetto è unico anche se passa per diverse tappe: Dio sceglie, chiama e rende giusti col suo perdono per poter vivere una vita da risorti ed essere partecipi della sua stessa gloria.

sabato 10 gennaio 2015

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Immersione

"Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato da Giovanni" (Mc 1,9)

Spesso nelle traduzioni dal vangelo mi faccio prendere dal dubbio: meglio mantenere il linguaggio tecnico tradizionale o cercare di rendere l'idea con termini più semplici e oggi ritenuti profani?
Se parlo del battesimo di Gesù o della sua immersione è la stessa cosa perché il verbo greco "baptizo" significa appunto "immergere".
Per questa volta opterò per il termine generico perché mi dà modo di porre una sottolineatura che non è altrettanto evidente con l'altra scelta. Si tratta della forma passiva del verbo. E' chiaro che Gesù fu battezzato, nessuno si battezza da solo. Meno evidente è l'idea di essere immerso, perché questa invece è un'azione che di solito si compie di propria iniziativa. Invece mi pare importante rimarcare la passività di Gesù in questa scena. Ma si noti che questo non significa enfatizzare il ruolo di Giovanni Battista, perché in realtà è soltanto un agente che opera a nome di qualcun altro.
Il vero protagonista del battesimo di Gesù è lo Spirito. Il Gesù che viene immerso dallo Spirito nelle acque del Giordano è il Gesù che immediatamente dopo (v.12) lo Spirito sospinge (ma letteralmente "scaccia") nel deserto.
Il cristiano che viene battezzato nel nome di (cioè da) Padre, Figlio e Spirito è un uomo o una donna che ha acconsentito a porre la propria vita nelle mani della Trinità.
Dove mi condurrà, non lo posso sapere.
L'importante è essere nelle mani di Dio.