giovedì 6 novembre 2008

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I preti e noi

Dal febbraio scorso ogni mercoledì su Avvenire viene pubblicata la rubrica "Preti e noi" del professor Vittorino Andreoli, psichiatra veronese molto attento ai fenomeni sociali e culturali in cui ci muoviamo. Gli interventi sono arricchiti dai commenti degli stessi lettori, preti compresi, che contribuiscono ad allargare il dibattito sulla figura del sacerdote in relazione alle dinamiche del nostro tempo. La rubrica ha guadagnato molto interesse, anche per lo stile franco e affabile dello stesso Andreoli, che tra l'altro dice: "Non sono credente, ma voglio bene ai preti. Tutti devono voler loro bene. Sono figure importanti per tutti. E io voglio che siano felici". Una prospettiva interessante, vero? Uno studioso, un uomo di scienza, un "professionista" della psiche che si interessa dell'uomo che c'è in ogni prete, che ha stima della sua specifica missione e dei rapporti che stabilisce con gli altri (di cui Andreoli parla come "noi", mettendosi dentro, senza rimanere alla finestra).
Anche nella puntata pubblicata ieri su Avvenire, Andreoli, parlando di preti caricati da incombenze burocratiche, è preoccupato dalla situazione di quanti, lavorando più con le carte che con le persone, rischiano di deformare la propria identità perdendo il contatto pastorale con le anime loro affidate: "
L’importante è aver chiaro ciò che anche un non credente intuisce, e cioè che tra un foglio di carta e un’anima c’è una distanza abissale. E comunque, se proprio le carte occorre trattare, sarà bene allenarsi per saper scorgere da sotto le righe la vita delle anime. È questo il legame vitale per un sacerdote, questa la relazione che lo sospinge alle fonti. Tacerlo per buona creanza o per convenienza non è un servizio, non è un atto d’amore. E siccome io amo i preti, allora consentitemi di essere schietto: le carte non lo deformino, non lo soffochino."
L'avrete capito: per noi del seminario, questi sono stimoli preziosi...

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