domenica 30 novembre 2008

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Prima Domenica d'Avvento

La video omelia di don Paolo Padrini...in due parti! Niente è perfetto in questo mondo (figuriamoci YouTube!)





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La Parola del giorno

Cari amici, da oggi e per tutto il tempo d'Avvento, offriremo il commento alla liturgia del giorno curato dai seminaristi della nostra comunità. Sul sito della diocesi troverete un'intera pagina curata dal Seminario: oltre al commento della Parola del giorno, una preghiera, link e altri riferimenti che possono aiutarci a vivere con attesa e vigilanza l'incontro con il Signore che viene. Sul blog, naturalmente, la possibilità di aggiungere i vostri commenti, per arricchirci vicendevolmente.
Buon cammino!


«Vegliate: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà» (Mc 13,35)

Sembra che anche la comunità a cui l’evangelista si rivolge sia stata colta dalla frenesia della puntualità: quel Signore che aveva promesso di tornare è in ritardo, sembra essersi dimenticato o addirittura pare averci ingannati.

“Non vale la pena aspettare ancora! Possiamo fermarci, riposarci un poco, dedicarci a quanto la vita ci propone, distogliendo il cuore da Colui che ci chiede di essere il centro della nostra vita... Interroghiamo le stelle per sapere dove risiede la nostra fortuna e il senso della nostra vita!”.
E ci siamo convinti che, se non è il destino, siamo proprio noi a doverci costruire la nostra fortuna e la nostra felicità.

Ma il Signore ci mette in guardia: ciascuno con il proprio ruolo, con i propri doni e le proprie responsabilità, deve essere uomo e donna del nostro tempo in laboriosa attesa, senza stancarsi di annunciare quella Parola che promette che il Signore, sì, tornerà, e ci troverà ad accoglierlo… E la gioia attesa sarà piena.

sabato 29 novembre 2008

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Luce e tenebre a Mumbai


Alcuni avvenimenti di questi ultimi anni si sono impressi nella nostra memoria anche in virtù di alcune immagini che sono state diffuse da stampa, internet e tv. Le foto dei bambini denutriti del Biafra, la visita in carcere di Giovanni Paolo II al suo attentatore, l'incontro dei leaders religiosi mondiali ad Assisi, il crollo del muro di Berlino, lo studente cinese che si staglia contro il carrarmato in Piazza Tienanmen a Pechino, i bombardamneti notturni (lampi verdi nell'oscurità) su Baghdad nella prima guerra del Golfo, la stretta di mano tra Yasser Arafat e Yitzhak Rabin a Washington in occasione del riconoscimento dell'Olp da parte di Israele, la collisione dell'aereo dirottato contro la seconda torre del World Trade Center di New York, le foto delle torture nel carcere di Abu Ghraib...
Quelle immagini sono vere e proprie icone capaci di evocare in noi ricordi, emozioni, prese di coscienza del male e del bene che sono attorno a noi, che sono dentro di noi.

La rinnovata esplosione di violenza e di terrore che si è abbattutta a Mumbai in questi giorni - con il suo carico di vittime e di feriti - ci ha fatto ancora sperimentare un profondo senso di impotenza e di smarrimento, di insicurezza e di paura. A conclusione dell'anno liturgico la parola di Dio ci ha offerto come dei sottotitoli a commento di quanto stava accadendo. I testi dell'Apocalisse e le pagine escatologiche del vangelo di Luca (cap 21), nell'eucaristia quotidiana, hanno dialogato potentemente con la storia intorno a noi: racconti di distruzione e di persecuzione in cui però si fa strada il progetto di pace e di redenzione di Dio. Le parole stesse del Signore: "Ecco, io verrò presto" (Ap 22,7) non ci ispirano un vago senso di attesa, ma possono protenderci con le nostre scelte a realizzare l'incontro con Lui.

"La luce splende nelle tenebre" (Gv 1,5).
Abbiamo trovato nella vicenda di Mumbai un seme di speranza?
La storia di Emanuele Lattanzi, il cuoco romano penetrato nell'hotel in mano ai terroristi per portare il latte a sua figlia: questa è luce nelle tenebre. L'immagine di un papà che stringe tra le braccia la sua piccola finalmente al salvo: questa è l'icona di amore e di pace, questa è la luce che potremo ricordare nel buio che in questi giorni si è abbatuto su Mumbai.

venerdì 28 novembre 2008

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Il Vangelo della Prima domenica di Avvento

Giovedì sera, in seminario maggiore, abbiamo pregato sul testo del Vangelo della prima domenica d'Avvento (Mc 13,33-37).




Vegliare, stare svegli: è questo l’invito, anzi il comando, che Gesù dà non solo ai suoi discepoli, ma a tutti. Stare svegli, per sentire il rumore del Signore che bussa e aspetta che io apra. Semplicemente stare, fermarsi davanti a Lui e desiderare di essere lì. Non chiudere gli occhi, non chiudere il cuore di fronte alle necessità di chi ci è accanto e anche di chi ci sembra lontano, portare quelle necessità nella nostra preghiera attenta e fiduciosa.
Ma vegliare vuol dire anche impegno, responsabilità; vuol dire svolgere quel compito che il padrone ci ha lasciato partendo, mettere a frutto i talenti che ci ha affidato. E quale grande fiducia ci ha dato quel padrone, che ci ha consegnato la sua casa – e continua ad affidarcela – dandoci il potere di governarla! Non tradiamo quella fiducia, non presumiamo che quella casa sia nostra, ma perseveriamo, attendiamo, desideriamo il ritorno del Padrone! Vieni, Signore Gesù!

Alberto
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Dare fiducia

Ieri, in Seminario Minore, più di 160 ragazzi delle superiori hanno partecipato
al secondo incontro di "Sulla tua Parola", un cammino di preghiera sul vangelo di Marco.

Che cosa vuol dire proporre la Parola di Dio a degli adolescenti oggi? Intanto significa dar loro credito e darne pure alla potenza dello Spirito.


Fare delle proposte dovrebbe essere l'impulso di base di ogni azione educativa ma ho come l'impressione che una certa sfiducia nelle potenzialità delle persone - e dei giovanissimi in particolare - porti a volte ad offrire contributi mediocri, magari giustificati da buone intenzioni e appassionate "preoccupazioni" pastorali. Ad esempio, non è raro sentir dire: "I ragazzi non sono abituati a vivere il silenzio", quindi - mi dico - perchè non dare loro la possibilità di sperimentarlo, di assaggiarne il gusto? Oppure: "Bisogna fare canti giovanili e scegliere dei segni originali", d'accordo!...ma la liturgia e i linguaggi della fede cristiana non ci offrono già molte possibilità, che spesso rischiamo di tralasciare? O ancora: "L'adorazione eucaristica non la capiscono, in parrocchia non si fa mai", ma è così strano sentire il bisogno di stare con qualcuno, senza dirgli niente, solo per affetto? E poi la preghiera ha a che fare solo con la dimensione del "capire"?

E' vero!...non è facile fare delle proposte ai giovani, non si può offrire un momento di preghiera senza tenere conto dei cammini specifici delle persone e non c'è dubbio che la creatività e la cura dell'organizzazione siano requisiti importanti...Ma non si può pensare che tutto sia così difficile e complicato. Non ci si può lasciar bloccare dalla paura che i ragazzi si annoino, non capiscano o non provino interesse per la preghiera, al punto da fare di tutto come per distrarli ed evitare che si debbano scontrare con la fatica di ascoltare che cosa abita dentro di loro e che cosa vuole compiere il Signore nella loro vita.

Il nostro compito è questo: offrire alle persone alcune occasioni per poter riconoscere l'azione dello Spirito che sempre opera nel cuore di ciascuno.
Questo vuol dire dare fiducia ai ragazzi e darne pure a Dio.

giovedì 27 novembre 2008

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Primavera all’improvviso


Ti guardi intorno tra nuvole e rami ghiacciati e dici che è inverno, in effetti lo è. Poi al termine di una Messa dove i tuoi tre (3) chierichetti che hai formato per un anno intero (altri non ne hai trovati) fanno le cose così bene che non puoi che lodarli davanti a tutta la comunità.

Ci provi ancora una volta che non si sa mai, inviti i ragazzi presenti a farsi avanti… Rispondono, in tanti. Ma la sorpresa grande è che i tre si offrono loro, con entusiasmo, ad insegnare a quelli più piccoli come si fanno le cose.

Ecco fatto: hanno capito quei tre, senza dirlo, senza tematizzarlo, cosa è la fede. Un’esperienza di vita che devi trasmettere, che è più importante esserci che saper fare delle cose, che ti devi prendere cura di chi è più piccolo sempre con un occhio alla porta, alla finestre per vedere chi si affaccerà domani.

Ecco questa è la primavera all’improvviso ed ha già il profumo dell’estate, di un raccolto ricco nella vigna del Signore.

mercoledì 26 novembre 2008

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Vito è morto, Viva Vito

Vito è morto. Oggi i suoi funerali hanno visto la partecipazione di moltissimi giovani. Già domenica scorsa avevamo pregato per lui e per i suoi cari: una delle ragazze che ha partecipato al ritiro - qui in seminario - era sua vicina di casa. Abbiamo sentito molti discorsi e visto molte immagini. Qualche parola fuori luogo, come se la morte di qualcuno diventasse meno rilevante delle polemiche e dei dibattiti che da simili eventi vengono innescati, come se il caso o la notizia prevalessero sulla stessa persona. Non che non si debba parlare di scuola, di sicurezza, di giustizia. Purtroppo questi eventi mettono in luce fatti che già sappiamo: lo stato di trascuratezza di molti luoghi pubblici è sotto i nostri occhi quotidianamente, ma tale abbandono è prima di tutto un fatto di rilevanza culturale. Magari fosse solo un problema di risorse economiche o di politiche inadeguate. Forse il nostro malessere è più profondo. Ha a che fare con il nostro atteggiamento nei confronti della vita, con il senso di appartenenza ad una comunità civile, con la nostra (in)capacità di investire sull'umano e sulle sue potenzialità. Le crisi morali (che alcune polemiche strumentali hanno rivelato in questi giorni) debbono inquietarci più di qualsiasi crisi economica (e forse le due cose possono essere in stretta relazione).

Se le indagini e i processi non sono di nostra competenza, noi che cosa possiamo fare? Che cosa ci resta? Le lacrime. Possiamo piangere, molti oggi l'hanno fatto. Piangere è uno degli atti più propriamente umani e spitituali. Le lacrime sono dignità, grido, protesta, desolazione, affetto, purificazione, trasparenza, abbandono, sincerità...Le lacrime esprimono sempre una domanda di senso e di consolazione. Possiamo chiedere di imparare a piangere, possiamo piangere per Vito e per tutte le cose che non capiamo. Non c'è carità più grande che piangere con chi piange (cfr Rm 12,15). Oggi al funerale di Vito e ovunque lo si sia ricordato le lacrime versate sono state appello a Chi ci può consolare, a Chi asciugerà ogni lacrima (Ap 21,4).
Le lacrime sono anche il punto di partenza di ogni uomo e di ogni società che voglia ricominciare. Lacrime non come rassegnazione, ma come riscatto.
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Respect non è solo il titolo di una canzone di Aretha Franklin

Il mio primo figlio aveva più o meno tre mesi, quando un caro amico mi ha chiesto:”Ma se tu dovessi dirmi la cosa più importante che hai capito, ora che sei mamma?”. Non volevo dilungarmi in quegli entusiastici racconti, a volte anche un po’ ripetitivi, dei neogenitori e, cercando di riassumere, me ne sono uscita con “Beh, in due parole, ci vuole rispetto e fiducia, che ne dici?”. Mi ha guardato un po’ interrogativo; “Ho avuto fiducia che imparasse a succhiare il latte da solo e aspetto sempre che si stacchi da solo quando è sazio; per dirti che rispetto e fiducia non sono parolone che si possono usare solo nei confronti degli adulti, ma si possono applicare anche con un bambino, se lo consideri in nuce l’adulto che diventerà, perché tutti diventeremo adulti prima o poi…; inizio con il rispetto e poi vedremo se il buon esempio funziona!”.

Mi spiego meglio? Ogni volta che sono con i miei figli, cerco di rispettare le loro capacità di comprensione (un po’ mi immedesimo in loro, un po’ ripenso a me da bambina) e di avere fiducia che capiranno quello che gli ho detto (se son riuscita a spiegarglielo in linea con le loro capacità!); non dico mai le bugie e se non so qualcosa, prometto di andare a cercarla e di raccontargliela. Come sopra, credo e spero che il buon esempio sia contagioso! Ci avete mai provato?

Non è che sia sempre facile…sia con i propri figli, che con i ragazzi all’oratorio, con i bambini al catechismo, con i chierichetti, con il gruppo degli adolescenti e con gli animatori dell’estate ragazzi: questo elenco per dire che sempre di educazione si tratta, che quando ci troviamo in un ruolo educativo possiamo attingere ad un sapere comune, da sperimentare nelle relazioni con le persone, bambini, ragazzi e giovani adulti. Di questo mi piacerebbe parlare con voi in questi post, di idee e principi per fare educazione, tutti i giorni, nella quotidianità, nella ripetitiva quotidianità, che poi è il vero momento in cui ci si forma.

E, per portare alle estreme conseguenze il discorso su rispetto e fiducia, consiglio la rilettura della parabola del figliol prodigo (Vangelo secondo Luca 15,11-32), per sondare in profondità quanto saremmo disposti a perdonare (e secondo me rimarremmo positivamente sorpresi…). Ci torneremo sopra!

martedì 25 novembre 2008

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La Carità

Da alcuni anni, nella Casa di Viale Thovez, cerchiamo di condividere con altri giovani una riflessione sugli affetti. Ispirati dal testo di Lewis, I 4 amori, nello scorso week-end abbiamo cercato il volto della Carità.
Possiamo raccontarti qualcosa del nostro percorso?


Prova a chiederti che cos'è l'amore, che cos'è la carità.
Ora immagina di giocare, immagina di essere un bambino, prova a farti piccolo. Quel bambino sta guardando te, l'adulto che sei diventato e ti dice: "Giochi con me?" Quel piccolo ti fa una proposta e ti dice un suo desiderio, ti dice: "Io vorrei...". Poi ti guarda ancora, e finalmente ha il coraggio di dirti: "Io ho paura di...".
Stai ascoltando questo bambino? Sai fargli spazio?
"Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il Regno dei cieli" (Mc 10,14)

Quel bambino è lo stesso che un giorno scoprì che nella vita e dentro il suo cuore abitava qualcosa di grande. Quel bambino un giorno cominciò a parlare con Dio, scoprì - con l'aiuto di qualcuno - che l'amore aveva un nome, era il Signore.

Per venirci incontro Dio stesso si è fatto piccolo, si è fatto uno di noi, piccolo come noi (Lc 2,10-12). Gesù, il Figlio, ci viene incontro per condurci al Padre. Viene verso di noi come fratello, come piccolo. E' mosso da un affetto, vuole muovere i nostri affetti.

La capacità di volere bene ha a che fare con uno spazio interiore, lo spazio del cuore. Se amare vuol dire uscire da sè per andare incontro ad un altro, l'accesso a questa esperienza, la porta da aprire per andare incontro all'altro, è nel profondo di se stessi. Dentro di noi abita il Dio che si è fatto piccolo, che si è fatto ubbidiente (Fil 2,5-8). Dalla sua carità siamo spinti per cercare e servire il piccolo che è nascosto nella storia di ogni uomo.

lunedì 24 novembre 2008

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L'elezione: lo stile di Dio

Per capire qualcosa di più sull’elezione e per non intenderla secondo i nostri criteri di esclusione e alternativa trovo molto illuminante un riflessione di Paul Beauchamp, grande esegeta francese morto qualche anno fa, riguardo all’elezione di Abramo in Genesi 11-12.
Ve la riporto per esteso: «L’elezione non è né assurda né oscura. Inventiamoci per un momento un altro testo: «Dio dice a tutti gli uomini: “Amo tutti gli uomini”». Noi saremmo nell’immaginario e nell’insignificante: nessuno ascolta o non si muove nessuno. Poniamo allora che: «Dio dice a qualcuno: “Amo tutti gli uomini, diglielo”». Non è abbastanza. Rimarremmo vittime di un’astrazione: sarà sufficiente agli uomini il venire a sapere di essere amati, e su che cosa si baserà l’inviato per dare questa informazione? In realtà con Abramo Dio dice a un individuo: «Ti amo e quindi mi prendo cura di te e voglio che tutti gli uomini lo sappiano e che, sapendolo, ti benedicano». (P. Beauchamp, Cinquanta ritratti biblici,Cittadella, Assisi, 2004, p. 35).

Dio sceglie gratuitamente una persona (o un popolo) e la riempie della sua benedizione per mostrarci attraverso una immagine viva, concreta, reale la sovrabbondante gratuità del suo amore e per far giungere a noi e a tutti quella stessa benedizione. Qualcuno è benedetto perché tutti siano benedetti. Qualcuno è l’eletto perché tutti sappiano di essere gli eletti. Dunque nessuna gelosia o invidia, ma al contrario benedizione per l’eletto: attraverso di lui, scelto senza alcun merito da parte sua (e che quindi non dovrebbe inorgoglirsi o credersi superiore agli altri, rischio, ahimè, sempre possibile) noi veniamo inondati di quella stessa benedizione e di quello stesso amore.

domenica 23 novembre 2008

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Il Regno di Dio è in te


Il regno di Dio, secondo la parola del nostro Signore e Salvatore, non viene in modo da attirare l'attenzione e nessuno dirà: Eccolo qui o eccolo là; il regno di Dio è in mezzo a noi (cfr. Lc 16, 21), poiché assai vicina è la sua parola sulla nostra bocca e nel nostro cuore (cfr. Rm 10, 8). Perciò, senza dubbio, colui che prega che venga il regno di Dio, prega in realtà che si sviluppi, produca i suoi frutti e giunga al suo compimento quel regno di Dio che egli ha in sé. Dio regna nell'anima dei santi ed essi obbediscono alle leggi spirituali di Dio che abita in loro. Così l'anima del santo diventa proprio come una città ben governata. Nell'anima dei giusti è presente il Padre e col Padre anche Cristo, secondo quell'affermazione: «Verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14, 23).

(Origene, La preghiera)

sabato 22 novembre 2008

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Omelia Cristo Re: giudizio e resposabilità

Carissimi amici,
per prepararci a celebrare e a vivere la Domenica
da oggi abbiamo anche la video omelia di don Paolo Padrini. Grazie don Paolo!


venerdì 21 novembre 2008

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Lectio divina


Ieri sera in Duomo noi seminaristi abbiamo partecipato alla Lectio divina organizzata per i giovani a livello diocesano e presieduta dal Cardinale Arcivescovo. Grazie all'aiuto del coro del Duomo di Chieri e alla guida di don Maurizio De Angeli, siamo stati chiamati a riflettere sull'episodio della conversione di Paolo, così come egli la racconta alla folla che lo ha fatto arrestare (At 22,3-13).

Dopo il rito battesimale dell' Effatà (Apriti!), con il quale abbiamo aperto l'orecchio interiore per poter accogliere nell'ascolto la Parola di Dio, l'Arcivescovo ha contestualizzato il passo letto e lo ha poi collegato con l'esperienza di ciascuno, introducendoci così al momento della meditatio: "Questa sera Gesù mi vuole incontrare e anche a me chiede: Perchè mi perseguiti? cioè: Perchè mi trascuri? Perchè non presti ascolto alla mia Parola? E anche noi come Paolo dobbiamo chiedere: Che cosa devo fare, Signore?".

Dopo l'oratio, si è passati al momento della contemplatio, molto intenso e raccolto, con lo sguardo di tutti rivolto al Crocifisso. A chiudere la lectio è stato un gesto di affetto compiuto da ciascuno nei confronti del Vangelo intronizzato sull'altare. Un bel momento di preghiera in comunione con la Chiesa diocesana, tanto che l'Arcivescovo ci ha confessato: "Durante il momento della contemplatio, ho contemplato Gesù nelle vostre persone".

Alberto

giovedì 20 novembre 2008

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La macchina del tempo

Sono tornato, o meglio sono uscito dalla macchina del tempo perché un pellegrinaggio in Terra Santa è un tuffo nell'Eternità passando per il presente. Era la prima volta da prete ed è bello sentirsi a casa dove il tuo Signore era di casa. Celebrare la Messa dove Lui ha celebrato la vita, ascoltare la Parola dove la Parola ha ascoltato il cuore dell'uomo.

Ho contemplato lo stesso cielo, gli stessi deserti spelacchiati, le stesse acque che Lui ha disceso, toccato, attraversato. Puoi pensare di esserne sopraffatto ed invece l'essenziale di tutto quello che ti circonda ti apre alla speranza, dà senso ad ogni stanchezza, rende ragione di tutto, soprattutto di quello che appare meno ragionevole ed accettabile.

Ritorno rocambolesco tra funzionari israeliani scortesi, aerei cancellati, ritardi e bagagli smarriti. Ma anche questa è stata una profezia: quanto il Signore ha seminato nel cuore di un giovane prete resta e porta frutto, per lui e per la sua gente, lasciando da parte ciò che non è essenziale. Sono tornato, per ripartire, con la mia gente. Con ciascuno di voi.

mercoledì 19 novembre 2008

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Il prete anticamorra

Capita che giornali e tv parlino di preti. Per motivi assai evidenti, ogni giornalista cerca qualcosa che "faccia notizia". Nel bene e nel male.
Recentemente è stata oggetto di alcuni servizi televisivi la vicenda di don Luigi Merola, ex parroco di Forcella, che vive da alcuni anni sotto scorta a causa delle posizioni che ha assunto contro la camorra. La notizia in questo caso è assolutamente rilevante: il giovane prete ha ricevuto - alcuni giorni fa - la lettera di un ex-camorrista che confessa di avere avuto il mandato di ucciderlo per il suo impegno contro l'organizzazione malavitosa.
Cito direttamente dal sito di Videocomunicazioni:

“Ti conoscevo - si legge in un passaggio della missiva scritta a penna e lunga sette pagine - conosco la tua testardaggine e il tuo coraggio, sei una persona che dava e dà fastidio al male e purtroppo era capitato a me di eliminarti e spegnerti ma fortunatamente ciò non è successo perché quel giorno quando sono entrato in chiesa tu stavi spiegando il passaggio del Vangelo sul figliol prodigo e non me la sono sentita di portare a termine il mio compito anche se sapevo le conseguenze alle quali sarei andato incontro”.

Nel rendere nota questa lettera, in occasione di un convegno organizzato dal Pd a Caserta, don Luigi documenta il pentimento di un'anima, che a partire da questo episodio ha potuto innescare un percorso di redenzione.
Domenica scorsa, nell'edizione di mezzogiorno di Studio Aperto, oltre a questo servizio su don Luigi, è stata presentata la storia di un ragazzo, giovane promessa del basket italiano, che ha deciso di lasciare la carrierra di sportivo per entrare in seminario. Il notiziario sembrava dipingere con simpatia la storia di un ragazzo che coglieva in questa scelta la propria strada verso la felicità.
Due storie molto diverse. Certamente due belle storie. Meno male!
Allo stesso tempo, mi dico che è bene tenere una certa "distanza di sicurezza", non di fronte a queste vicende o alle persone che ne sono protagoniste, ma di fronte al racconto mediatico (provenga dalla carta stampata, dalla tv o naturalmente da un...blog!). E questo sempre, nel bene e nel male. Certamente i preti - come tutti - nel rendere ragione delle cose in cui credono, sono chiamati a una testimonianza onesta, ma la Parola di salvezza che un prete annuncia sarà sempre più grande della propria balbettante coerenza. Anzi, è proprio sintomatico della radicale gratuità di Dio il fatto che Egli si affidi alla nostra debolezza.

Il racconto giornalistico - quello televisivo in particolare - assume per certi versi i contorni della fiction, anche nel senso migliore del termine. E le fictions stanno dentro alcuni canoni, prima di tutto comunicativi e artistici. Come avviene, ad esempio, per i film che possono essere di genere drammatico, comico, brillante...e possono avere per protagonisti mostri o eroi.
La vita, invece, è per definizione una commistione di generi. Può essere allo stesso tempo carica di ricchezze e afflitta da povertà, eccezionale e prosaica, banale e appassionante. Come la vita di un prete, come la vita di tutti. La bellezza delle nostra vita sta nella verità che stiamo cercando, nelle relazioni di amore che tentiamo di coltivare, nella consapevolezza che siamo nel cuore di Qualcuno e anche nella pazienza di vivere il tempo feriale, senza lasciarsi convincere o abbruttire dalle cadute o dalle delusioni.

Rimane il fatto che abbiamo bisogno di buone notizie. Ecco perchè vi propongo volentieri il video che racconta la storia di don Luigi e che trovate qui.

martedì 18 novembre 2008

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Pregare è respirare

Oggi, Don Ennio ci ha guidato nella meditazione comunitaria. Nella vita di ogni battezzato, nella vita di un sacerdote c'è un'attività fondamentale: la preghiera. E questa preghiera deve nutrirsi di un alimento che gli viene dalla trama di ogni giornata: la Parola di Dio.

La Parola di Dio ha l’apparenza di una parola umana ma, in realtà, la forza che la pervade è la forza stessa di Dio: “Così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata” (Is 55,11). La Parola di Dio ha il potere di creare nuove tutte le cose in chi la ascolta. Smuove, ferisce, interpella, ma per svegliare, curare, restaurare. Per chi si dispone a leggere e ascoltare la Parola di Dio è molto importante che lo faccia innanzi tutto con il cuore. Ciò comporta un’ascesi, un grande dominio sulla ragione, la sensibilità e l’immaginazione; addirittura è necessario un vero e proprio digiuno spirituale. Siamo chiamati ad un cammino di profonda semplificazione: il seme della Parola ha bisogno che ci facciamo "vuoto", che rendiamo disponibile "un grembo", che offriamo uno spazio all'incontro con l'Altro.

Avete già provato la sensazione di essere stati profondamente ascoltati da qualcuno? Avete nella memoria il ricordo di alcuni momenti in cui, condividendo un intenso silenzio con una persona cara, avete assaporato l'eperienza di non essere soli, di poter entrare in contatto, in intimità con il respiro di un altro?
Quando questo è capitato, non vi siete sentiti improvvisamente vivi, veri...al posto giusto?

Così, anche nella fatica dell'attesa, l'ascolto della Parola può improvvisamente illuminarci, ferirci come una spada.
Rimaniamo allora impressionati interiormente, ci sentiamo rivestiti del potere della Parola...Ci rendiamo conto che Dio stava lì e noi non lo sapevamo. Il nostro cuore dormicchiava, ed ecco che improvvisamente la vita divina - che è nella sua Parola - inizia a far breccia nel nostro cuore e a farvi vibrare un’eco della sua stessa vita. Il nostro cuore coglie il senso profondo della Parola e nello stesso tempo si riconosce come un essere nuovo, ricreato davanti a Dio nella forza stessa della Parola: il testo della Scrittura si trasforma in dialogo orante in cui il credente si rivolge a Dio con il “tu”.

Di fronte alla preghiera, nessuno può credere di essere un esperto: tutti siamo sempre all'inizio.
Come i discepoli, anche io oggi posso relazionarmi al Signore chiedendogli: "Insegnami a pregare!" (cfr Lc 11,1). Buffo, no?! Inizio la preghiera con una...preghiera, con la preghiera di essere aiutato a pregare.
A volte sembra difficile pregare. Ma esiste difficoltà maggiore di vivere senza pregare?

lunedì 17 novembre 2008

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Elezione di Dio e leggi razziali

17 novembre 1938: lo stato italiano fascista emana i Provvedimenti per la difesa della razza italiana. È uno dei momenti più tristi della storia del nostro paese: l’antisemitismo diventa legge dello stato. Sarebbe sbagliato e falso intendere quanto avvenne in quei momenti solo come un cedimento di Mussolini e del fascismo al fascino perverso di Hitler, come certa pubblicistica e certa politica odierne vogliono farci pensare, nascondendo sotto questa interpretazione una nostalgica apologia del ventennio. In realtà con questo atto il fascismo svela pienamente la sua natura maligna, che già si era manifestata (e non bisogna dimenticarselo) con molti altri azioni liberticide e violente (una fra tutte l’omicidio di Giacomo Matteotti).

Partecipando la settimana scorsa alla presentazione di un libro, dedicato alla tragica storia di un giovane ebreo, profondamente segnata dalle leggi razziali, ho ascoltato una domanda del pubblico che chiedeva quali sono le ragioni vere e profonde dell’antisemitismo. Certamente si potrebbero dire molte cose, ma a me pare che le radici ultime di questo abominevole fenomeno, da un punto di vista teologico, vadano cercate nella elezione di Dio a favore di questo popolo.

Sì, Israele è il popolo eletto da Dio e per un mondo segnato dal peccato questo è insopportabile (si può leggere opportunamente a questo riguardo Sapienza 2,12-20). Perché il peccato ragiona in termini di alternativa (se lui è l’eletto, allora io non posso esserlo) e in termini di esclusione (se lui è l’eletto, allora io sono escluso). Se Israele è il popolo eletto, allora non può esserlo la razza ariana e la stessa semplice esistenza di Israele diventa intollerabile e deve essere fatta sparire dalla faccia della terra (la soluzione finale). La storia, d'altra parte, non è nuova: da Abele a Gesù, nostro fratello e Signore, l’eletto di Dio viene sempre rifiutato. Per il peccato non c'è altra strada percorribile: eliminare l’eletto per prendere il suo posto. E, se mai fosse possibile, eliminare anche chi ha fatto l’elezione e ha scelto non me, ma un altro. Per questo l’antisemitismo è in realtà anche rifiuto di Dio e per questo la sua origine è satanica, viene cioè da Satana, l’avversario di Dio, il principe di questo mondo e il bugiardo fin da principio.

Ma se il peccato ragiona e agisce così, qual è invece il senso autentico della elezione divina? Proveremo a dirne qualcosa in una prossima puntata.

domenica 16 novembre 2008

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Beppe e Luca diaconi!



Solennità della Chiesa locale: la nostra comunità è in festa. Nella Cattedrale di San Giovanni Battista, il Cardinale Arcivescovo ha conferito l'ordine del diaconato ai nostri Beppe e Luca. Con loro ci sono anche tre diaconi permanenti e un nuovo presbitero: don Silvio della Fraternità dei monaci diocesani apostolici. Benediciamo il Signore

sabato 15 novembre 2008

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Festa della Chiesa locale

"La dedicazione della casa di preghiera è la festa della nostra comunità. Questo edificio è divenuto la casa del nostro culto. Ma noi stessi siamo casa di Dio. Veniamo costruiti in questo mondo e saremo dedicati solennemente alla fine dei secoli. La casa, o meglio la costruzione, richiede fatica. La dedicazione avviene nella gioia.
Non diventiamo tuttavia casa di Dio se non quando siamo uniti nella carità. Volendo dunque Cristo Signore entrare e abitare in noi diceva quasi nell'atto di costruire: "Vi do un comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri" (Gv 13,34)". (Sant'Agostino)

venerdì 14 novembre 2008

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Alla Sua presenza

Ieri sera, qui in seminario, ci siamo riuniti per un tempo prolungato di adorazione eucaristica: un tempo di silenzio e di ascolto, di quel silenzio in cui solo Dio può parlare, di quell’ascolto in cui solo si può recepire la voce di Colui che ci chiama alla comunione con Sé. È davvero dolce e soave sostare, fermarsi dopo una giornata intensa e deporre davanti al Signore tutto quello che siamo e viviamo, le nostre preoccupazioni, le difficoltà, le gioie semplici, le persone che ci stanno a cuore, le riflessioni e i sentimenti che ci portiamo dentro; dimenticare tutto questo, o meglio trasfigurarlo alla luce splendida di quel Pane che ci dà la vita in abbondanza; adorarLo con amore, immergendoci nell’oceano della sua pienezza, per poi ritornare alle nostre attività con una gioia e una forza nuove e vivificanti.




Nella nostra preghiera avevamo un’intenzione particolare: due nostri compagni, Beppe e Luca, si stanno preparando - in questa settimana di ritiro - ad accogliere la grazia che il Signore donerà loro domenica prossima attraverso l’ordinazione diaconale. Abbiamo pregato per loro, perché possano spezzare il pane della Parola nelle comunità a cui sono affidati, attendendo di ricevere presto anche il dono del presbiterato.

Alberto

giovedì 13 novembre 2008

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Il Signore libera i prigionieri

"Il Signore è fedele per sempre,
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri". (Sal 145)


La liturgia del giorno ci svela il senso profondo delle cose: rivela quell'essenziale invisibile agli occhi, di cui parlava Il Piccolo Pricipe.

Oggi suor Maria Teresa e suor Rinuccia, le suore cuneesi rapite in Kenia ormai 4 giorni fa, non potranno partecipare all'eucaristia, non potranno ascoltare questi versetti del salmo 145 nè le parole di Gesù che, annunciando la presenza del Regno di Dio in mezzo agli uomini, dice di sè che "prima è necessario che egli soffra molto e venga ripudiato da questa generazione” (Lc 17,20-25).
Ovunque adesso si trovino, crediamo che la parola di fedeltà e di amore dello Sposo stia risuonando nei cuori di queste donne, che hanno deciso di condividere la loro esperienza di fede con gli oppressi che vivono in Kenia e in Somalia.
Suor Maria Teresa e suor Rinuccia ci svelano oggi "il senso delle Scritture": ecco la carità e la saggezza che illuminano il Vangelo, che sono Buona Notizia.




Oggi in comunità ci stringiamo intorno a Carlo, il diacono permanente che da 16 anni si prende cura di noi e della casa dove viviamo: esattamente 25 anni fa incominciava il suo ministero nella Chiesa di Torino.
La sua testimonianza ci racconta ancora una volta la bontà e la fedeltà del Signore.

mercoledì 12 novembre 2008

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Cercare la felicità

"Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce" (cfr Lc 17,11-19)

Dieci lebbrosi vengono guariti, ma è come se uno solo si lasciasse salvare, colui che - tornando indietro e ringraziando Gesù - gode pienamente, gusta fino in fondo la potenza di quell'incontro. Questa mattina don Francesco, presiedendo l'eucaristia, ci ricordava - con le parole di Sant'Agostino - che la fede nasce da un incontro: "In manibus nostris sunt codices, sed in oculis nostris sunt facta" (Nelle nostre mani ci sono codici, abbiamo la Scrittura, ma nei nostri occhi ci sono fatti). E ci vuole un cuore semplice per poter vedere i fatti che il Signore compie nella nostra vita e di questo godere.

Ieri un caro amico, riflettendo sulla sua storia, mi diceva: "Sento il bisogno di chiedere perdono per non aver goduto appieno della bellezza della vita"...mi è sembrata una confidenza molto bella, molto ispirata! Chissà se, fuori da ogni narcisismo, prendiamo sul serio lo stesso desiderio di Dio di farci felici? Mi sono tornate in mente le parole di Borges, che scrisse: "Ho commesso il peggior peccato che uno possa commettere: non sono stato felice".
Maurizio Chiodi, in un suo saggio, parla della felicità come di "un'ospitalità riuscita", che libera l'individuo dalla morsa soffocante della sua autosufficienza. La felicità - continua Chiodi - può essere paragonata "alla fragranza di un limpido legame, dentro il quale ti sai accolto, perdonato e riconosciuto nella trasparenza del tuo desiderio; mediante il quale ti vedi strappato agli affanni della tua realizzazione assoluta e alla melanconia dei tuoi inevitabili smarrimenti".

Ecco un'altra parola importante:...legame! "Se si presta attenzione alle cose che contano, si scopre che l'attesa di felicità resta pur sempre l'attesa di "legami umani", che rendono riconoscibile alla vita la sua destinazione e il suo compimento. E' la gioa condivisa della folla evangelica che trova casa sulla sponda del lago e nella dedizione del Maestro: la gioa di un vincolo autentico che continua a tenerti in vita, a fissarti come un chiodo alla parete, nel tempo difficile delle tue miserie; l'evidenza di un vincolo per il quale vale la pena vivere".



Nel cammino di Sicar, una proposta di preghiera per i giovani della nostra diocesi, stiamo condividendo la lettura della vicenda di Giuseppe (Gen 37-50), un uomo che è capace di sognare, che non si lascia bloccare dalle miserie della vita, che riesce ad amare anche i fratelli che lo rifiutano. In questo ascolto comune della Parola di Dio, stiamo cercando la possibilità di un incontro con Colui che ha un sogno per la vita di ogni persona.

martedì 11 novembre 2008

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Parlarsi bocca a bocca

Don Lorenzo sta guidando in comunità una riflessione sulla Parola di Dio a partire dal testo della Dei Verbum, la costituzione dogmatica sulla Divina Rivelazione del Concilio Vaticano II. La prima cosa che colpisce molto è il desiderio di Dio di parlarci come ad amici (Es 33,11; Gv 15,14-15) per raccontare se stesso, per esprimersi, per consegnarsi a noi. In Lui c'è una volontà di relazione e di intimità con gli uomini, che nasce dall'abbondanza del suo amore, del suo cuore. Dio non vuole prima di tutto insegnarci qualcosa, dare prescrizioni o presentarsi come legislatore: vuole rivelarsi per farci sperimentare il suo affetto e per introdurci nella sua stessa vita. Con il suo amico Mosè, Dio parlava faccia a faccia, bocca a bocca (Nm 12,6-8), perchè per mezzo del profeta tutto il popolo potesse lasciarsi sfamare dalla provvidenza del Signore. Ma è con Gesù che risplende pienamente l'intenzione di Dio di essere una cosa sola con noi: Dio ha posto definitivamente la sua tenda nel cuore della storia.

Non è forse questa l'intimità che si cerca nella preghiera? Prima ancora di chiederGli qualcosa o di offrirGli la mia lode, prima di qualsiasi necessità, prima del mio stesso bisogno di cercare la Sua presenza, c'è il Signore stesso che desidera stare con me.

lunedì 10 novembre 2008

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Elezioni ed elezione

Il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti è Barack Obama: è questo lo straordinario risultato delle elezioni americane. Per la prima volta un afroamericano, un uomo dalla pelle scura, figlio di un kenyano e di una donna bianca, è alla guida di una nazione che tanto ha pesato e tanto continua a pesare, in positivo e in negativo, sulle sorti del nostro mondo. È indubbiamente un segno di speranza in un panorama contemporaneo per altro spesso desolante. Questo è stato il volere degli elettori, che hanno fatto una scelta che sarebbe apparsa impossibile fino a non molto tempo fa. Ma evidentemente i criteri di questa stessa scelta sono cambiati. Non voglio assolutamente canonizzare Obama prima del tempo, ma queste elezioni mi hanno fatto pensare a un’altra elezione. È un’elezione che ha un solo elettore e i cui criteri di scelta sono ancora più sorprendenti di quelli utilizzati dai cittadini americani in questa ultima consultazione. Ce ne parla, tra gli altri, il libro del Deuteronomio con queste parole rivolte al popolo di Israele:

«Tu sei un popolo consacrato al Signore, tuo Dio: il Signore, tuo Dio, ti ha scelto per essere il suo popolo particolare fra tutti i popoli che sono sulla terra. Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti, non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli – siete infatti il più piccolo di tutti i popoli -, ma perché il Signore vi ama e perché ha voluto mantenere il giuramento fatto ai vostri padri» (Dt 7,6-8).

Dio è l’elettore, Israele l’eletto, e i criteri di questa scelta sono paradossali: non la grandezza, non la forza, non il successo, ma qualcosa di misterioso che ha la sua sorgente nell’amore e nella fedeltà di Dio. Ma a quale scopo avviene questa elezione? E quali sono le sue conseguenze? E che cosa ha da dire a noi? Sono temi assai ricchi, ma anche impegnativi: proprio per questo vale la pena tentare di dirne ancora qualcosa nei prossimi post.

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Qualcosa di nuovo

"Se un tuo fratello pecca, rimproveralo; ma se si pente, perdonagli. E se pecca sette volte al giorno contro di te e sette volte ti dice: Mi pento, tu gli perdonerai”. (cfr Lc 17,1-6)


Quando hai perdonato qualcuno, gli hai restituito la vita: hai fatto qualcosa di nuovo.
Quando perdoni, Dio ti partecipa la sua paternità: come i padri che amano i figli ...per farne dei padri!
Perdonare e ringraziare sono gli atti più sublimi dell'amore: nel pentimento e nella richiesta di perdono si esprime la dignità dell'uomo.
Il vero scandalo non sta tanto nell'aver sbagliato, ma nel non ammettere le proprie colpe, nel rinunciare a chiedere e ricevere perdono.




Si è aperta per noi una settimana importante! Beppe e Luca stanno facendo gli esercizi spirituali: domenica alle 16 in duomo riceveranno il diaconato. Un dono grande...si rinnovano per noi le promesse del Signore!

domenica 9 novembre 2008

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La meraviglia del ritorno

Questa notte si vola in Terra Santa, con il mio vescovo, con un po' di preti del mio presbiterio. La prima volta da sacerdote nei luoghi di Gesù. Quel Gesù che ti stupisce giorno per giorno nei granelli di senapa con cui condisce il ministero di un prete. Ho imparato che il Figlio ama fare sorprese, tutto suo Padre che ha inventato i gigli del campo e li ha profumati di Spirito Santo quando ne leggi nel vangelo e ti aiutano a vivere. So che il Figlio mi aspetta a casa sua con qualche sorpresa, con un incontro, con... non lo so.. lascio fare a Lui, che dite? Al mio ritorno vi racconterò il mio piccolo magnificat di una settimana. Un signora, ieri sera alla Messa delle 18, mi ha chiesto di portarla nel taschino, con me. Sì, ti porterò con me Teresa, e porto tutti voi là dove ogni cosa ha avuto inizio.

sabato 8 novembre 2008

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Conoscerai la sua grande misericordia

"Rimuovi da te l'incertezza e non dubitare assolutamente di chiedere a Dio, dicendo in te stesso: come posso chiedere e ricevere dal Signore avendo io peccato molto contro di lui? Non pensare così, ma con tutto il tuo cuore rivolgiti al Signore e pregalo con fermezza, e conoscerai la sua grande misericordia, perché non ti abbandonerà, ma compirà la preghiera della tua anima. Dio non è come gli uomini che serbano rancore, ma egli non ricorda le offese ed ha compassione per la sua creatura. Tu, intanto, purifica il tuo cuore da tutte le vanità di questo mondo e dai vizi che ti sono stati prima detti, e chiedi al Signore. Riceverai tutto e sarai esaudito in ogni tua richiesta, se chiederai con fermezza al Signore". (Il Pastore d'Erma, XXXIX)

venerdì 7 novembre 2008

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Cacciare i venditori

Ogni giovedì in seminario condividiamo la preghiera della lectio divina sul testo del Vangelo che verrà proclamato nell'eucaristia domenicale successiva. Ogni settimana un seminarista, a turno, offre alcuni spunti per preparare il cuore all'incontro con il Signore e, dopo un ampio tempo di silenzio, condividiamo i frutti della meditazione personale. Non è solo un'esperienza comunitaria di ascolto, ma l'essere fatti comunità dalla Parola di Dio e dal suo Spirito di Vita.
Alberto, uno dei seminaristi, prova in queste poche righe ad offrire un'eco dell'incontro vissuto ieri sera:



Dal Vangelo secondo Giovanni (2,13-22)

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme.
Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete.
Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!».
I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.


È sempre difficile meditare su brani che presentano un Gesù diverso dal solito, non “mite e umile di cuore”, ma deciso e irruente, quasi aggressivo, come quello della cacciata dei venditori dal Tempio. Ma, riflettendo un po’ di più, si capisce che quello non è l’arrabbiarsi di qualcuno che egoisticamente vede violati i propri diritti su un luogo: è l’arrabbiarsi dell’innamorato che vuole distogliere l’umanità dal mercanteggiare nella casa di Dio, del Figlio che vuole che si adori il Padre “in spirito e verità”. È il Tempio della Nuova Alleanza che si incontra con quello dell’Antica; è il nuovo Santuario, dono di grazia, in cui non servono più vittime, perché Gesù ha dato se stesso in sacrificio una volta per tutte sulla Croce e fa risorgere il tempio del suo corpo dopo tre giorni.

Non tutti, però, comprendono questo: i Giudei si sentono giustificati dalla Legge a mercanteggiare nel Tempio, la loro casa di Dio, con un’autorità che li legittima a spadroneggiare, con un legalismo che rischia di trasformarsi in durezza di cuore e insensibilità all’arrivo di Gesù.

Siamo sicuri di non essere anche noi qualche volta venditori abusivi nel Tempio, gente che presume di parlare e agire nel nome di Dio? O di non essere mai andati direttamente da Lui a mercanteggiare? Lasciamoci rovesciare i banchi e cacciare fuori da Gesù, per poi mirare meglio al suo sguardo e avere anche noi la forza di agire di fronte ai venditori, agli usurpatori che vediamo dentro e fuori di noi.

giovedì 6 novembre 2008

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In attesa dell'aurora

Molto della vita del prete, appena fuori del seminario, credo che si possa leggere così: stare in attesa dell'aurora. Vedere sbocciare la vita quando battezzi, accompagnarla all'incontro con Gesù e poi immergere i tuoi ragazzi nella gioia dello Spirito, stare accanto a chi soffre e piange, guidare una famiglia che nasce, dire arrivederci in Paradiso ad un uomo che muore.

Stare in attesa dell'aurora con ciascuno di loro, per ciascuno di loro: l'aurora di una fede che possa splendere, di una speranza che brilli alta nel cielo, l'aurora di un amore che viene a scaldare il freddo di tante notti annidate nei cuori.

Scrivo alla fine di una giornata fatta di tanti incontri e storie, di un'ultima riunione finita ora. Stanco e già con la mente a domani, a quella mamma che viene a parlarmi di suo figlio, al povero che busserà alla porta, alla Messa che celebrerò portando all'altare la giornata che sarà.

E vedendo l'aurora che già, almeno un po', si sarà fatta giorno.
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I preti e noi

Dal febbraio scorso ogni mercoledì su Avvenire viene pubblicata la rubrica "Preti e noi" del professor Vittorino Andreoli, psichiatra veronese molto attento ai fenomeni sociali e culturali in cui ci muoviamo. Gli interventi sono arricchiti dai commenti degli stessi lettori, preti compresi, che contribuiscono ad allargare il dibattito sulla figura del sacerdote in relazione alle dinamiche del nostro tempo. La rubrica ha guadagnato molto interesse, anche per lo stile franco e affabile dello stesso Andreoli, che tra l'altro dice: "Non sono credente, ma voglio bene ai preti. Tutti devono voler loro bene. Sono figure importanti per tutti. E io voglio che siano felici". Una prospettiva interessante, vero? Uno studioso, un uomo di scienza, un "professionista" della psiche che si interessa dell'uomo che c'è in ogni prete, che ha stima della sua specifica missione e dei rapporti che stabilisce con gli altri (di cui Andreoli parla come "noi", mettendosi dentro, senza rimanere alla finestra).
Anche nella puntata pubblicata ieri su Avvenire, Andreoli, parlando di preti caricati da incombenze burocratiche, è preoccupato dalla situazione di quanti, lavorando più con le carte che con le persone, rischiano di deformare la propria identità perdendo il contatto pastorale con le anime loro affidate: "
L’importante è aver chiaro ciò che anche un non credente intuisce, e cioè che tra un foglio di carta e un’anima c’è una distanza abissale. E comunque, se proprio le carte occorre trattare, sarà bene allenarsi per saper scorgere da sotto le righe la vita delle anime. È questo il legame vitale per un sacerdote, questa la relazione che lo sospinge alle fonti. Tacerlo per buona creanza o per convenienza non è un servizio, non è un atto d’amore. E siccome io amo i preti, allora consentitemi di essere schietto: le carte non lo deformino, non lo soffochino."
L'avrete capito: per noi del seminario, questi sono stimoli preziosi...

mercoledì 5 novembre 2008

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Yes, we can!

Anche in seminario abbiamo seguito i risultati delle elezioni americane, come se si stesse decidendo qualcosa che ci riguardava in prima persona. A ragione si dice: siamo tutti un po' americani.
Al di là delle appartenenze politiche, nell'aria si respira un grande desiderio di svolta e le parole che Barack Obama ha pronunciato la notte scorsa davanti ai suoi sostenitori a Chicago toccano le corde di chi sa che se la musica cambia negli States, tutto il mondo ballerà qualcosa di diverso. "Niente è impossibile in America": così il neopresidente salutava l'elezione ormai certa, riscaldando i cuori di chi spera che Obama realizzi quel cambiamento che la sua stessa storia personale sembra anticipare. Ieri mattina, nell'eucaristia qualcuno di noi ha pregato per la drammatica situazione del Congo e qualcuno per il popolo americano chiamato alle urne: scenari diversi eppure molto vicini. C'è veramente da sperare e da lavorare perchè ogni uomo e ogni popolo avverta la sua sorte strettamente legata a quella di ogni altro uomo e di ogni altro popolo. Mi chiedo: non siamo chiamati in questi giorni a essere tutti anche un po' congolesi? "Niente è impossibile a Dio" (Mc 10,27) dice Gesù ai suoi discepoli: per questo nell'eucaristia chiediamo a Lui di fare di noi degli uomini di buona volontà, dei figli che fanno della pace la missione della loro vita.

martedì 4 novembre 2008

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Cercare un volto

Ogni martedì, dopo la messa, don Ennio e don Lorenzo si alternano per proporre una meditazione a tutta la comunità. Oggi don Ennio ha continuato il suo itinerario sulla vita di preghiera: un'esperienza che nasce nell'intimo della persona, che mette in dialogo il cuore di Dio con il cuore dell'uomo. Tra le altre cose, don Ennio ci ha proposto un passaggio del Messaggio finale del Sinodo sulla Parola: "La parola eterna e divina entra nello spazio e nel tempo e assume un volto e un'identità umna, tant'è vero che è possibile accostarvisi direttamente chiedendo, come fece quel gruppo di Greci presenti a Gerusalemmme: "Vogliamo vedere Gesù" (Gv 12,20-21). Le parole senza un volto non sono perfette, perchè non compiono in pienezza l'incontro, come ricordava Giobbe, giunto al termine del suo drammatico itinerario di ricerca: "Io ti conoscevo per sentito dire, ora i miei occhi ti vedono (Gb 42,5)".

lunedì 3 novembre 2008

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Incominciare

Per qualcuno è addirittura il sottotitolo della vita,
la possibilità che ti viene data ogni giorno di...