giovedì 8 gennaio 2009

0

Corpo, anima e cervello e poi amore, amore solo quello

Di nuovo i social network in cronaca, di nuovo con connotazioni negativi, di nuovo internet come luogo di diffusione di comportamenti diseducativi: la pubblicazione di fotografie di pazienti in stato di incoscienza, messa in atto, tramite Facebook, da un gruppo di infermieri dell’ospedale “Molinette” di Torino ha lasciato campo libero a tutti i tipi di reazione, dall’indignazione allo sconcerto, dal severo giudizio al “così fan tutti su internet”. Né sono mancati i paragoni con il caso di Abu Ghraib, la prigione di Bagdad, dove le torture inflitte ai prigionieri sono state fotografate e inviate a casa come “ricordo” della missione.


Le fotografie scattate dagli infermieri mostrano corpi: come se quella persona sdraiata in barella, finita al pronto soccorso, avesse perso lo status di persona e fosse appunto solo un corpo, da curare, rianimare, riaggiustare e rimettere in stato di coscienza e quindi riacquisire identità di persona, da trattare con dignità. Come se ogni giorno, per farsi coraggio di fronte a una realtà di persone che soffrono, finiscono in ospedale, si ammalano e muoiono in modi diversi, tutti gravi, tutti dolorosi, un buon modo per farsi coraggio fosse quello di non vedere più delle persone, ma solo dei corpi che finiscono di funzionare. E farsi coraggio serve, perché quello dell’infermiere è un mestiere duro, dove la morte e la sofferenza sono una costante, una responsabilità, un esito frequente. Farsi coraggio perché si ha paura, sempre più paura, della morte, della sofferenza, del dolore: uno scherzo, ecco che cosa è sembrato scattare quella foto, metterci una scritta irridente e farla girare tra il gruppo di colleghi presente su Facebook. Ridere di un corpo per non pensare alla persona che è arrivata oggi qui in ospedale, chissà per quale caso o per quale storia.


Garanti e censori sono già intervenuti, a diverso titolo, per giudicare e condannare il gesto: legittimo valutare deontologicamente il comportamento professionale degli infermieri coinvolti, inutile fare paragoni con situazioni di tortura in carcere. Inutile perché non serve a far riflettere, quanto piuttosto a scioccare. Dagli errori si esce cercando di capire le cause, non amplificando le conseguenze. Sarà anche vero che i social network stuzzicano la voglia di mostrarsi e di comparire; però mi sembra più importante riflettere sul percorso di perdita di umanità che una persona può subire in un contesto ospedaliero, che poi porta a questi eccessi. E riflettere (qui il titolo di un articolo sull’argomento scritto dal prof. Leonardo Ancona, recentemente scomparso; chi fosse interessato al testo, può scrivermi) anche su come medici e infermieri, quotidianamente alle prese con la morte, possano sostenere il carico emotivo professionale. Molti sono ottimi professionisti che si prendono cura della persona, malattia e modo di affrontarla incluso; alcuni curano il corpo e basta; alcuni sbagliano.


Un errore lasciare soli medici e infermieri con questo carico emotivo; uno spunto in più per noi tutti: ripensare al rapporto con la malattia, con il dolore e su come sostenere sempre nel malato, fino alla fine, la dignità di essere umano.

0 commenti: