Ci ritroviamo invece a discutere...del male. Anzi, a chiederci: che cosa c'entra il male con Dio? Come può esserci un Dio se gli uomini sono abbandonati alla violenza del dolore, della malattia e della morte? Vorremmo poterci dire che la sofferenza è una legge della vita, che la morte fa parte del "sistema", che dobbiamo prenderne atto...magari serenamente. Ma...qualcosa non va! Il dolore e la morte sfuggono ai nostri tentativi di addomesticamento, specie quando ci colpiscono sul vivo, quando offendono e lacerano i nostri affetti.

Ci sono poi situazioni che appaiono senza appello. Quando sono gli uomini stessi a infierire sull'innocente, quando stabiliscono lucidamente, scientificamente lo sterminio e la distruzione, quando l'uomo piega la sua intelligenza alla brutalità e al sopruso...che cosa dire? La domanda non è più solo un generico "Da dove il male?", ma "Da dove il male dentro di noi?". Molti si sono chiesti quale fede fosse ancora possibile dopo la tragedia di Auschwitz. Per qualcuno non è stato più possibile credere in Dio. Altri si sono interrogati sul suo silenzio. Per altri ancora il mistero della croce di Cristo ha acquistato una comprensione nuova.
Torino. Domenica sera. Due preti, un seminarista e un gruppo di universitari. Parliamo di male tenendo tra le mani la pagina del vangelo che narra l'agonia di Gesù nel Getsemani (Lc 22,39-46). Il suo dolore, la ricerca della solidarietà dei discepoli, la sua preghiera disperata al Padre, il suo abbandono alla volontà di Dio: ecco, cerchiamo di capire che cosa voglia dire per noi, che cosa voglia dire la sua morte per la storia del mondo.
Ci sentiamo interrogati dal silenzio di Dio.
Quel silenzio per noi è come una domanda:
Che uomo vuoi essere? Che cosa intendi fare davanti al male?
Che posizione prendi?
Che cosa vuoi fare della tua storia?

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