venerdì 16 gennaio 2009

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Il bambino con il pigiama a righe


A volte la famiglia del Seminario si muove, esce e cerca un po’ di svago: quale posto migliore di un cinema? Mercoledì sera, infatti, alcuni di noi erano in sala con un biglietto per “Il bambino con il pigiama a righe”. Il film, tratto dal romanzo di John Boyne, racconta la drammmatica amicizia tra Bruno, figlio di un ufficiale delle SS, e Schmuel, un bambino ebreo rinchiuso nel campo di concentramento di Auschwitz.

Condivido volentieri con voi qualcosa che mi ha detto e che mi dice questo film. Lo faccio attraverso un’immagine, che mi è rimasta impressa.

La mamma di Bruno, dal giardino di fronte a casa sua, alza lo sguardo verso il cielo e vede salire del fumo. Sente anche un odore affatto piacevole e l'SS di fianco a lei interviene dicendo: “Puzzano anche di più quando bruciano!”. Lei rimane sconvolta.

Anche io lo sono stato. Mentre guardavo l’immagine di quel fumo ho avuto un attimo di tremore perché ho realizzato che quel film raccontava qualcosa di vero: quel fumo c’è stato sul serio.

“Il bambino con il pigiama a righe” è un film drammatico, difficile non farsi coinvolgere, tremendamente arduo bloccare quella sensazione di sconforto, che presto o tardi ti porta a piangere.
Tutto ciò, però, rischierebbe di essere puro sentimentalismo, solo brivido...se poi non tentassi di far seguire a questa emozione qualcos'altro.

La grande bestemmia del Novecento, l’Olocausto, qui narrato con grande arte e sensibilità, è un po’ come quel fumo, che la mamma di Bruno vede. In generale la storia è questo: è fumo.
Possiamo limitarci a guardarlo da lontano, comprendendo chiaramente il significato negativo che porta, magari possiamo anche sentirci in qualche modo partecipi, ma siamo distanti.
Possiamo, invece, decidere di avvicinarci. Ecco che il fumo ci va negli occhi, ci dà fastidio, fa male, brucia e sembra corroderci mentre in noi è viva la coscienza che da un momento all’altro può arrivare la fiamma e, con essa, la vera tragedia.
Spesso, personalmente, mi pare di guardare la storia così: distante, sento quel che mi dice. Ma la storia chiede di essere ascoltata, chiede di dare fastidio, di mordere le coscienze e toccare i cuori, chiede di diventare parte di me, come di te.

Perché consiglio un film, di cui, in verità, ho detto così poco? Perché dà la possibilità di varcare i limiti della pellicola con la sua trama, per lasciare che, ancora una volta, la storia ci istruisca. Di più! Ci dia gli strumenti per fare delle scelte.

Carlo

1 commenti:

Laura ha detto...

Il film è bello, si può facilmente comprendere come possiamo venire "uccisi" dalla nostra stessa storia, dalle nostre stesse scelte e a volte chi paga di più non siamo nemmeno noi, ma le persone a cui vogliamo più bene. Possiamo venire anche "uccisi" dal nostro silenzio o dal nostro non prendere delle posizioni. Oppure possiamo non accorgerci che le persone che ci vogliono bene ci danno delle indicazioni per salvarci e la nostra risposta può essere negativa...