giovedì 29 gennaio 2009

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Quando busserò...

Si muore. Non è una novità anche se si fa di tutto per far finta che non accada, o che accada sempre ad altri, lontano. In queste settimane ho accompagnato tante persone nell’ultimo tratto della loro vita, coloro che sono morti, altre volte le loro famiglie dopo che questo è accaduto. Sì perché spesso la morte fa più paura a chi è intorno rispetto a chi sta per morire.

Essere prete è anche questo: avere speranza per chi l’ha dimenticata o perduta, avere fede per chi si aggrappa ad una ritualità che sa più di magico che di incontro con il Signore.


Il sacramento dell’ultimo secondo, la benedizione last minute o a tempo scaduto - non faccio dell’ironia sulle sofferenze altrui - stringe un po’ il cuore perché pensi che avresti potuto spendere ancora una parola con quella persona, per quella persona, aiutarlo a vivere più serenamente l’incontro con il Signore, avresti potuto aprire qualche prigione fatta di sensi di colpa antichi o di rimorsi mai sopiti. Ma spesso, sempre più spesso, è tardi. Uomini e donne se ne vanno al Signore portandosi dietro un fiore di plastica e sorrisi altrettanto finti, rassicurazioni su una guarigione impossibile o semplicemente fiumi di lacrime disperate e, credo, disperanti.

Scriveva nel suo diario verso la morte Maurizio di Gesù Bambino, francescano di Terra Santa morto di un brutto (ma ce ne sono di belli?) tumore: “Siamo ammalati di adultismo cronico e abbiamo bisogno di essere ridotti all'impotenza, per tornare a Te, misura esatta del nostro cammino terreno ed eterno”. Terreno ed eterno.

Io prete ci provo a parlare dell’Eterno alla mia gente, chissà se anche tu puoi trovare il tempo di donare l’eternità a qualche tuo amico?

5 commenti:

Claudia ha detto...

Sto attraversando un periodo in cui sento che la mia Fede ha urgente bisogno di fare un passo avanti per ritrovare la serenità e la gioia che da sempre mi hanno accompagnato, ma che ora non ritrovo. E la morte, la malattia, alcuni eventi famigliari o di persone a me molto vicino mi hanno pietrificata, facendo prevaricare le paure e sto vivendo a metà. So che è un DOVERE rendere Grazie e lo sento anche dentro di me (ho tanti motivi per rendere Grazie) ma nonostante questo l'idea della morte ha spento una luce dentro di me, e mi mancano quella grinta e quella gioia di prima ... Ma che senso avrebbe allora la vita? Sono sicura che nella preghiera e nell'ascolto sarò capace di risalire. Grazie per il Blog.

Francesca ha detto...

Mio padre, quando era ancora in vita diceva che alla sua morte non saremmo dovuti essere tristi, ma felici perchè lui avrebbe raggiunto la casa del Padre... Lui sarebbe stato bene! Al suo funerale, così, abbiamo cercato di mettere canti allegri, che dessero messaggi di Speranza... e che non parlassero di morte, ma di Risurrezione! Ed abbiamo cercato di vivere la sua morte non come una fine, ma come un nuovo inizio per lui...
Vivere così la morte di un proprio caro prende un gusto e una piega tutta diversa.
Adesso mi manca molto mio papà... e spesso sono un po' triste perche' vorrei che fosse ancora qui con noi. Ma la speranza "certa" è che lo rivedro'!

don Luca Peyron ha detto...

Il trapezista affronta il vuoto, si affida al vuoto, perché sa che dall'altra parte due mani lo afferreranno. Lasciare la presa è una sfida grande, la sfida del veder morire una persona o una relazione. Cullare il dolore, evaderne? No. Fermarsi forse, ma per ripartire. Nelle braccia di chi ci aspetta dall'altra parte del vuoto. E già da oggi, ogni istante, spia il nostro volto, per riconoscervi il sorriso di una pace ritrovata. Siete nella Messa che ho celebrato oggi...

herr.proof ha detto...

Io amo (meglio: amerei...) parlare dell'aldila'; non passa giorno senza un mio pensiero a quanto/quanti si trovano di la' del velo...
Se non pensassi alla casa del Padre morirei di crepacuore e di nostalgia.
Ognuno parla per quel che ha nel cuore, che si trova dove e' il proprio tesoro...
Anche per questo sono sempre "fuori posto" (leggi: "spiazzato") nei funerali, specie quelli dove le persone sono piu' addolorate.
"ma se credono, sanno che di la' stanno facendo grande festa... e alla fine le lacrime qua sono solo il segno di quanto egoisticamente (scusate, non voglio offendere alcuno) si vorrebbe trattenere per proprio conforto e tornaconto chi di la' e' chiamato a fare ...altre cose..."

O no?

don Luca Peyron ha detto...

L'amore è dialogo, e la morte interrompe un dialogo vissuto in un modo per aprirne un altro differente. Esiste uno stato intermedio di dolore, di vuoto, di assenza che la sola ragione non riesce a colmare. E' il sabato santo. E faccio fatica a biasimare Maria per il suo dolore il sabato santo...