Dal Vangelo secondo Giovanni (3,14-21)
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo:
«Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».
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domenica 22 marzo 2009
13
IV Domenica di Quaresima
Pubblicato da
don Gian Luca Carrega
alle
07:00
Etichette:
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13 commenti:
Quello che mi ha colpito del testo di oggi è il cambiamento di traduzione operato dalla nuova versione della Bibbia Cei del versetto Gv. 3,16 che, da "non muoia", diventa "non vada perduto", aprendo così la porta alle più svariate interpretazione del verbo "perdere", confondendo le idee al fedele che cerca di meditare su cosa voleva dire l'evangelista.
dio è solo un virus della mente
L'ultimo commento a firma di reset-italia è del sottoscritto (reset è un sito che curo con amici).
Forse un po' troppo riduttivo, non vorrei appaia come una critica fuorviante, gratuita, offensiva e quant'altro. Quindi ringraziando gli autori di questo spazio innanzitutto per averlo ospitato, sebbene si discosti dal resto, li ringrazio anche per lo spunto che mi hanno fatto sorgere in merito ad un'esplicitazione di quella sintetica affermazione. Ecco il mio pensiero quindi..
Normalmente si immagina il dialogo tra credenti e non credenti come feroce o addirittura impossibile da costruire. Non direi tra 'laici e cattolici' poiché questa categorizzazione mi pare una stortura giornalistica.
Preferisco 'credente e non credente' (poi bisogna vedere pure in cosa si crede e come si immagina questa entità, è facile dire "credo in dio" ma quanti si sforzano per dare un senso a questa affermazione?
Non è certo banale, eppure mi pare che molti si definiscano credenti quasi come fosse un bisogno fisiologico.
Penso alla piramide dei bisogni di Maslow che classifica i bisogno ponendo all'ultimo stadio proprio quelli fisiologici, istintivi e, salendo via via, al primo stadio quello di autostima. Quante volte molte persone sono stimate da tutti ma non da se stessi (la stima degli altri è il penultimo stadio infatti).
Ecco, se il credere in una divinità sta al livello del bisogno fisiologico questo trovo che snaturi la divinità.
Forse per qualcuno la divinità è vista come un'esternalità dalla quale acquisire la stima rispettando le regole? Regole peraltro dettate da individui, non certo dalla divinità... anche questo mi pare che corrisponda a snaturare la divinità poiché in quanto tale non può essere al pari di altri individui.
E' possibile allora fare un salto più in alto e pensare che si tratti di autostima? Quindi immaginando la divinità come parte di se' stessi? Forse è presuntuoso, ma meno banale credere che la divinità pervada ogni cosa al punto che sia anche parte di se' e, per guadagnare la sua stima occorre quindi guadagnare anche la propria.
Ma parlo di una divinità, della necessità di credere insita nel fatto che l'essere umano 'pensa'. Forse, certamente, pensano anche altri esseri animali, ma l'essere umano pensa al punto da chiedersi chi è, dov'è, dove sarà... apparentemente domande che esprimono una certa avidità di conoscenza.
Personalmente sfuggo a queste domande, soprattutto se le risposte devono essere fantasiose. Non mi piace credere nella fantascienza. Posso immaginare un mondo inventato, ma stento a crederlo.
Spesso la storia è fantascienza: se pur è esistita, il fatto che la sua narrazione sia stata, volontariamente o no, modificata, anche pesantemente, mi porta a credere che non corrisponda più alla verità.
Altra discriminante del credere: la verità. Se mi dichiaro credente di una particolare confessione religiosa è come se stessi dicendo a miliardi di altre persone che sono in torto. Mi pare presuntuoso, il dubbio di essere in torto io e non invece un musulmano, un mormone, un induista... mi assalirebbe. Si può avere ragione solo per essere nati in uno spazio su cui si professa una fede piuttosto che un'altra? Dunque la ragione è questione di spazio geografico? O meglio di territorio inteso come spazio geografico dominato? Per la cui dominazione quindi vi sono scontri, guerre, anche feroci, sanguinose... e tutto al fine di far sì che in una porzione di spazio (un luogo) ci sia questo ingrediente culturale piuttosto che quello, a condire la società?
Troppo banale, mi torna in mente il discorso sulla piramide dei bisogni, una divinità non può ridursi a uno scontro fra assetati di notorietà e potere. Se è divina dev'essere necessariamente altro, forse niente.
Proprio il fatto che alcuni uomini in alcune società (condite quindi con particolari ingredienti) siano così avidi, mi porta a credere che il loro dio non sia in realtà la 'divinità' alla quale l'uomo sia portato naturalmente a credere.
Viceversa, sia un prodotto confezionato per essere venduto alla società ai fini di mantenere ferma una struttura sociale (ma anche economica, politica e in definitiva culturale) che sia funzionale al privilegio di una o poche classi sociali su altre.
Certe regole, scritte e riscritte da uomini e spacciate come sacre, sono eloquenti a tal fine. Eppure masse di individui che si credono credenti le osservano senza mai porsi un dubbio: non sarà che anziché guadagnarmi la stima di una divinità, ammesso che esista, così facendo non sia solo schiavo di un'idea.
Molti ministri del 'culto' sanno trasmettere ad arte il terrore derivante dal non essere schiavi di quell'idea.
Mi collego ad una nuova scienza, la memetica, che prendendo spunto dalla genetica, chiama le idee 'memi', ritenuti unità di trasmissione culturale, come lo sono i 'geni' per la trasmissione biologica.
Un tempo si credeva che l'essere umano volesse dominare le idee, viceversa la memetica dice il contrario: sono le idee che puntano a dominare le menti, insediandosi e riproducendosi. Fecondità, replicazione e fedeltà sono infatti tre caratteristiche fondamentali perché le idee si propaghino indefinitamente restando immutate. Come un virus.
Il dio in cui credono molti lo vedo solo come un'idea diffusa e riprodotta ad arte da professionisti della strutturazione sociale. Il fatto che non si discuta, che non si critichi, che non si personalizzi l'esperienza, che esistano tante chiese, tante confessioni religiose che, come avidi partiti politici, vogliono i fedeli solo per loro e puniscano chi tradisce, mette in luce il controsenso del significato che mi piace dare alla spiritualità: il tentativo di ricerca individuale di una logica al cosmo. Evidentemente questo supera l'organizzazione temporale, le storielle, i fattarelli mitici e soprattutto il terrore. Il cosmo non conosce bontà e cattiveria, questi sensi sono nella mente dell'uomo, spesso sono dei virus della mente. Altrimenti non si spiega come mai c'è chi uccide presumibilmente a fin di bene e chi invece ritiene l'omicidio un male assoluto.
Pensare liberando il pensiero da virus è difficile, anche il fatto stesso di credere che esistano dei memi può essere un virus mentale che si è insediato (e può essere modificato o scomparire con l'ingresso di nuove informazioni).
Ecco il mio punto di vista, scettico verso le chiese, compresa quella cattolica (con tutto il rispetto per gli individui che ne fanno parte, evidentemente non sono degli automi privi di pensiero autonomo). Forse la confessione cattolica, più di altre cristiane, è una realtà più opprimente, per questo, essendo stato battezzato contro la mia volontà come cattolico, a un certo punto della vita, naturalmente, mi sono allontanato e non ho alcun senso di colpa. In fondo credo che il battezzo sia valso per me, come per molti altri, come un rito culturale piuttosto che spirituale e l'affiliazione alla chiesa una dimostrazione di potere temporale per quest'ultima piuttosto che un atto di fratellanza. Come si può essere fratelli se si è considerati gregge alla stregua di un pastore? Se si privilegia l'intercessione di una gerarchia organizzata secondo regole militari piuttosto che una parità di fatto delle anime (se esistono) a prescindere del ruolo che temporalmente i loro corpi svolgono nella società?
Troppa ipocrisia per credere, troppa lontananza dal concetto di spiritualità al quale voglio credere. E se sbaglio mi assumo la responsabilità. Ma sono certo che, rispetto ai dogmi cattolici, non compio alcun errore. Rispetto gli esseri viventi e questo mi basta, ma non anche le storture mentali di alcuni, dalle quali mi difendo - e per questo rischio di essere etichettato come un paccatore, un senzadio, un apostata, un demonio. Tutto frutto di virus mentali funzionali ad altri, in un quadro organico che è sacrilego alterare. Ma è un quadro evidentemente terreno, che non ha nulla di divino. Le 'fedi' trascendono il campo di azione, vanno nello sport, nelle arti, nella politica, e si propagano con le stesse regole delle fedi religiose, mitizzando emblemi chiave (spesso nella loro assenza, dunque emblemi frutto di narrazioni altrui) per finalità economiche. Le guerre sante, gli scontri fra ultras, il terrorismo politico, l'odio razziale, il nazionalismo... sono tutte espressioni delle estremizzazioni della fede. Anche l'ateismo spesso segue regole religiose per diffondersi, tanto che molti atei lo osservano religiosamente. Nulla di sacro evidentemente, ma solo vicende minute e spazio-temporalmente circoscritte, che non sono altro che un riposizionamento di poteri nello scacchiere sociale. Come dei piccoli terremoti.
non capisco questa definizione che manco rispetta l'opinione dei lettoridi reset-italia(vd.risultati sondaggio), spero comunque un giorno abbia la Grazia di ricevere il dono della Fede...e non dico nient'altro perché straparlerei...
Se fosse un virus... sono proprio contenta di esserne ammalata! Per me è un balsamo del cuore e lo sento tanto vicino a me in questi giorni di primavera e di gioia.
caro Paolo (in questo blog c'è un'abbondanza di Paolo), non ti sembra di partire dal presupposto che le persone siano religiose solo perchè hanno una qualche mancanza? Sia essa di natura intellettuale, affettiva, culturale...forse psicologica. Non ti sembra un modo di procedere un po' riduttivo? sei stato battezzato e poi hai fatto le tue scelte. Altri sono stati battezzati e hanno fatto le loro scelte, nel mio caso quella di decidermi per la fede cristiana. Scusa ma ti sento un po' dogmatico nelle tue posizioni. Guarda che una persona credente ha anche i suoi dubbi e con questi si misura quotidianamnete. La fede mi aiuta a essere tollerante proprio perchè non faccio di nessuna idea o persona un assoluto. Solo a Dio riconosco il ruolo di Assoluto. Per molti cristiani, lo vedo anche dai commenti su questo blog, la fede ha ache fare con l'esperienza dell'amore. Io sono innnamorato del Vangelo e di Cristo...Le tue parole mi aiutano a mettere a fuoco meglio le cose in cui credo, spero che anche tu ti lasci un po' provocare dall'esperienza di chi crede.
Dopo aver letto il commento di Reset-Italia.net ho chiesto all'autore (Paolo Margari) di offrirci un pensiero più articolato...e così ha fatto (grazie!). E grazie a tutti quelli che vorranno intervenire scegliendo la strada del dialogo sereno.
Caro Paolo hai scritto un intervento molto lungo ma a me ronza nella testa l'espressione "virus" del tuo primo commento. Mi piacerebbe farti vedere la mia comunità parrocchiale: l'esperienza di fede che condividiamo. Almeno conosceresti la sincerità delle nostre intenzioni e delle nostre scelte e forse non useresti più quell'espressione. Ciao!
Non sapevo prima d'oggi cosa fosse un meme.
E ti ringrazio perchè é sempre bello imparare una cosa nuova... poi però bisogna vederne l'uso che ne fa.
Esiste anche un altro bel libro che affronta il rapporto tra Fede e Scienza da un'angolazione un po' diversa..."Perchè io credo in colui che ha fatto il mondo" di grande Antonio Zichichi...
Ti dirò che qui c'é solo un tentativo di dimostrare l'esistenza di Dio ma sono esposti una serie di concetti che sono lì a testimoniare come sia impossibile negarne l'esistenza.
Come dire che é difficile credere ma é più difficile non credere !
Ciao a tutti,
poiché la discussione che è sorta in questa circostanza è nata da un mio post, credo sia doveroso intervenirvi, perché non sembri che io getti il sasso e poi nasconda la mano. Ringrazio Paolo M. per avere chiarito il suo pensiero: il suo contributo ha sicuramente arricchito la discussione e spinge ad allargare la questione. Per non tediarvi, mi limito a riprendere 3 aspetti.
1) le parti nel dialogo: accolgo volentieri il rifiuto di Paolo M. di restringere la faccenda in termini giornalisti “laici/cattolici”. E rilancio: anche le categorie credenti/non credenti sono inadeguate. Personalmente ho una certa avversione per le definizioni in senso negativo: ateo, non credente, agnostico, ecc. Io penso che le opinioni di una persona non possano essere racchiuse nel “dire no a qualcosa”, ma nelle convinzione profonde che la persona esprime. Per fare un esempio: antijuventino può essere un granata, un interista, un romanista, ecc. Io preferisco considerarmi un tifoso del Toro (sigh!) più che un antijuventino… Questo spiega anche perché il dialogo tra credenti e non credenti sia più difficile rispetto al dialogo tra le diverse religioni: mentre le religioni di solito sono accomunate da libri sacri o tradizioni che le identificano anche verso l’esterno, l’etichetta “non credente” è un ombrello che raggruppa punti di vista personali spesso molto diversi tra loro. Per sapere cosa pensa un mussulmano mi basta (si far per dire!) leggere il Corano, ma per conoscere l’opinione di Paolo M. devo dialogare di persona, perché il suo punto di vista non è codificato. Perciò mi perdonerà se fraintendo il suo pensiero o non sono in grado cogliere tutta la profondità dei suoi ragionamenti, perché non ho familiarità con i termini che usa.
2) la verità: qui mi pare necessario fare una distinzione tra quello che si crede come vero e quello che si vuole imporre come tale. Le critiche verso alcuni atteggiamenti passati e presenti della Chiesa (ma non solo) nel costringere altri al proprio punto di vista possono essere più che leciti. Però mi sembra che il fatto che le mie opinioni possano contraddire, almeno parzialmente, quelle di altri sia una inevitabile e dolorosa necessità. Non c’è nessuna affermazione, neppure la più innocua che ci trovi tutti d’accordo. Chi vive in un condominio sa benissimo com’è difficile mettersi d’accordo! Io a 20 gradi ho freddo, i miei vicini stanno in maniche corte. Io dico che fa freddo e oggettivamente sento freddo, loro spengono i termosifoni perché hanno caldo. Chi ha ragione? Possiamo trovarci d’accordo sul dato scientifico (ci sono 20 gradi), ma in disaccordo sulla valutazione (è caldo o è freddo?). Non sono un buon polemista: non godo nel trovare il difetto nel ragionamento dell’altro per dimostrargli che ha torto. Quando sento freddo mi faccio sempre lo scrupolo di pensare che a qualcun altro va bene così. Però non posso evitare di tremare e di battere i denti…
3) il desiderio: beh, qui si entra davvero nel difficile. Non sarà il nostro desiderio, il nostro bisogno di essere rassicurati ad avere creato Dio? Dio non è che la proiezione dei nostri pensieri? Non lo posso escludere per principio. Però mi fa riflettere quello che dice Silvano Fausti sul rapporto che esiste tra cibo e fame: è il desiderio (fame) a creare l’oggetto (cibo) o piuttosto l’avere sperimentato la bontà del cibo a farmelo desiderare ancora? A me basta sentire la parola “carbonara” per risvegliare un certo languorino (anche in Quaresima…). Ma so che questo capita perché sento ancora il sapore dei pezzi di pancetta in mezzo ai denti, perciò il mio desiderio nasce dal ricordo di una esperienza che ho fatto. Questo naturalmente non mi esime dal dover continuamente purificare la mia idea di Dio. E’ possibile, anzi probabile, che gli uomini col tempo tendano a modificare a proprio piacimento l’immagine di quel Dio che si è dato loro a conoscere e così il dio in cui credono oggi somiglia davvero a una loro proiezione. Su questo sono perfettamente d’accordo con Paolo: se la divinità somiglia troppo agli uomini è facile che sia una loro astrazione e come gli dei olimpici non merita grande considerazione. Se invece li mette in discussione e li provoca, se li chiama a uscire continuamente dal nido delle loro certezze e li spinge a rendere conto delle loro debolezze, allora il discorso si fa decisamente più interessante.
C'è del vero in quello che dice Paolo di Reset-Italia.net, una vera e propria lezione di rara teologia con il quale mi complimento.
Sì, Dio rischia di essere un virus mortale in molte menti umane. Il termine "virus" non è bello, ma rende bene l'idea di un dio contagioso costruito dall'uomo a sua immagine e somiglianza.
Il dio mammona, potere, successo e bellezza sono alcuni esempi di virus contagiosi costruiti dall'uomo e che albergano nelle menti degli uomini in attesa di essere scacciati da colui che è.
"Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui." Cosa vuol dire? C'è un virus nel mondo, soprattutto nelle menti degli uomini, e Dio manda Gesù che fa da vaccino contro il virus. Usiamo quindi Gesù per vaccinarci tutti e salvarci.
Don Gian Luca, bello il tuo intervento, io penso che a volte sia necessario trovare il difetto nel ragionamento altrui, non per goderne, ma proprio per dimostrargli che ha torto e che sbaglia, perché chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio. Cosa vuol dire? Se il ragionamento di una persona ha un difetto, questo va messo in luce, perché appaia chiaramente che sta sbagliando, non per condannarlo, ma per salvarlo e fargli capire che la verità è opera di Dio.
Ci può essere una mancanza di carità nel dimostrare che una persona ha torto, ma la salvezza della persona che ha torto e che sbaglia è la ragione per cui Gesù è stato inviato in mezzo a noi.
è un piacere dialogare con tutti voi, ho letto a seguire degli spunti molto interessanti quindi spero davvero di non aver offeso nessuno ma di aver stimolato un dialogo proficuo per tutti illuminato da un profondo rispetto reciproco.
forse alla chiesa spesso manca proprio un bel dibattito, è questo che allontana i fedeli (premetto: da piccolo facevo il cherichetto dai francescani, i miei sono credenti, insomma non vengo da un passato demoniaco o anticlericale).
e 'credo' che nella chiesa non tutti siano uguali, come un po' in tutte le società, ma purtroppo il marcio mi pare che prevalga sempre... quel vecchio detto secondo cui "la moneta cattiva scaccia quella buona" resta sempre in agguato.
è proprio una profonda ipocrisia quella che incontro in molti sedicenti 'fedeli', i quali predicano malaccio e razzolano peggio, a mettere in discussione la struttura, a prescindere dalla credenza nel divino inteso secondo le scritture della religione in questione.
non mi piace una religione che divide, la religione arrogante e presuntuosa, quella assolutista e acritica. probabilmente mi piace tutto il resto della religione
da non credente non avrei neppure ragione (e diritto) a bestemmiare e non lo faccio se non come interiezione. viceversa noto che i più ferventi bestemmiatori, non solo a parole ma anche con l'esempio di vita che quotidianamente offrono, sono coloro che si ergono a fedeli modello. quelli che godono del senso del peccato, trovando in esso una sorta di ribellione (da cosa poi?)
pensiamo ai sedicenti partiti cattolici? mi riferisco a certi punti di vista totalizzanti che vengono imposti a tutti come norma morale degli uomini nella loro dinamica sociale, superando l'individualità.
le ipocrisie sul divorzio, sul tradimento, sul sesso... sono tali in quanto spesso sono i predicatori a peccare prima e più del gregge di pecorelle fedeli (le pecore non sono fedeli che io sappia, semmai quelli sono i cani ai quali, poveretti, nel gergo comune si da' sempre un'accezione negativa).
a proposito di memetica, aaron lynch in un lavoro molto interessante (thought contagion) descrive possibili modalità di trasmissione dei memi.
se volete approfondire qui è possibile leggere qualcosa proprio sulla diffusione parentale (soprattutto a pag. 120) in un lavoro di francesco ianneo che introduce in italia tale scienza (o protoscienza ma spero non pseudoscienza):
http://books.google.it/books?id=V76R020391oC&pg=PA112&lpg=PA112&dq=aaron+lynch+diffusione+memi&source=bl&ots=_K1tVGR8DP&sig=rjD5wqb1wtXKK3IMh4x10mw2fVw&hl=it&ei=-9THSfiTIo2PsAbLlJHRCw&sa=X&oi=book_result&ct=result#PPA119,M1
un caro saluto a tutti e ancora un ringraziamento per gli acuti interventi che sono seguiti al mio, è bello dialogare su tematiche religiose senza pretese, è segno del 'desiderio' di ricerca che forse è innato nell'essere umano e, in quanto tale, lo connota rispetto agli altri esseri animali. ma resto dell'opinione che in merito sia da evitare qualsiasi punto di vista assolutista trasmesso acriticamente e tenuto in vita con una serie di liturgie e credenze condivise che diventano facilmente convinzioni di massa.
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