Ogni ragazzo normale, in un periodo della sua vita, prova un irresistibile desiderio di partire e di mettersi a scavare per portare alla luce un tesoro nascosto.
(Mark Twain, Le avventure di Tom Sawyer).
Da oggi un nuovo appuntamento settimanale, la Caccia al Tesoro!
Tutte le persone sono alla ricerca del vero motivo per cui vivere, impegnarci e darci da fare; per noi cristiani, la fede è la molla determinante, che ci spinge nei nostri percorsi di vita; ciascuno di noi però ha trovato Gesù in modi diversi, nella propria quotidianità: chiediamo perciò a ciascuno degli intervistati qual è stato il suo tesoro nel campo (e altri suggerimenti utili per metterci in ricerca...).
Iniziamo con la risposta di Don Pascual Chavez Villanueva, Rettor Maggiore dei Salesiani e IX successore di don Bosco.
Che cosa è il tesoro nel campo? Il tesoro è Gesù, nel senso che tutto il resto è relativo, che Lui è l’unico assoluto, che nei Suoi confronti tutto deve recedere perché Lui possa prendere il posto primario che gli corrisponde; mi auguro che tutti quanti possiamo trovare un legame profondo con Lui perché è l’unico che può comprendere la nostra esistenza e attendere alla nostra ricerca di felicità e di amore.
(Nella foto, il secondo da destra, accanto al quadro commemorativo dell'incontro tra Don Bosco e Michele Magone. Vicino a lui, partendo da sinistra, don Enrico Dal Covolo, Postulatore delle Cause dei Santi della famiglia salesiana, don Giancarlo Avataneo, arciprete della parrocchia Santi Pietro e Paolo di Carmagnola, don Stefano Martoglio, Ispettore Salesiano per il Piemonte e la Valle d'Aosta e Giorgio Mocci, salesiano).
Signore, certo che te ne importa! Al punto che sei realmente morto tu per noi, perché vivessimo sempre con te. Anche quando la vita è nella tempesta siamo fra le tue braccia, e così non dobbiamo più avere paura di nulla.
Oggi è la festa di San Giovanni Bosco! Chiediamo a lui di continuare a ispirare e sostenere il cammino di tanti giovani che cercano Gesù nella loro vita.
Molte volte le persone - e i giovani in particolare - mi chiedono come si possano prendere delle decisioni, quali siano gli strumenti per comprendere la volontà di Dio. Che cosa intendere tra l'altro con questa espressione? Che cos'è la volontà di Dio? Non credo che il Signore prima di tutto voglia qualcosa da me, voglia chiedermi delle cose. Più radicalmente, Lui vuole me. Ecco, vuole conquistare il mio cuore.
Trovate che il suo desiderio sia eccessivo? Chi di noi non si sentirebbe lusingato dall'affetto di qualcuno? Gli innamorati si desiderano, si cercano. Ecco, Dio mi cerca. Le sue proposte dunque si inseriscono in uno spazio di libertà, senza che la mia risposta condizioni la sua apertura verso di me. E' chiaro, amici? Dio non fa delle proposte sotto minaccia. Sta alla porta e bussa. Aspetta. Non se ne va. Tanto meno sfonda la porta. Dunque, che fare per costruire un rapporto con il Signore? Per sapere come vivere sotto la guida dello Spirito? Per lasciarsi guarire e consolare?
Ora mi rivolgo a te che stai leggendo. Ti faccio una proposta. Scegli un testo della Scrittura (ad es. il Vangelo di Marco che ci accompagna nella liturgia quotidiana o una lettera di Paolo...) e prova a farne, in lettura continua, il riferimento della tua preghiera quotidiana. Fatti aiutare da un prete, da una persona consacrata o da un cristiano che abbia confidenza con la Parola di Dio e prova e confrontarti in un cammino di fede condiviso. Vedrai...ne sarai sorpreso!
Da venerdì 6 febbraio ricominciano, nel Seminario Minore di Viale Thovez 45, gli incontri di Sicar (giovani dai 19 ai 35 anni). Dedicheremo tre serate alla meditazione della Lettera ai Galati: "Paolo di Tarso, dalla legge alla libertà". Sei interessato? Qui trovi il programma. E se vuoi puoi mandare una mail per chiedere informazioni o iscriverti.
Domenica sera la comunità del Seminario si trasferirà a Susa per vivere una settimana di esercizi spirituali insieme ai seminaristi di Fossano. Quella degli esercizi spirituali è un’esperienza centrale nella vita del Seminario e può essere riassunta nell’espressione “stare in silenzio davanti al Signore”.
Innanzitutto, “stare”: sostare dopo le fatiche degli esami, riposarsi anche dal punto di vista fisico, fermarsi per un tempo prolungato per poter riflettere e fare un bilancio di quello che è stato e per fare dei propositi per quello che sarà. Ma “stare” è soprattutto restare: rimanere davanti al Signore, cercare di entrare in un rapporto più profondo e personale con Lui.
E lo “stare” si può attuare solo in una condizione di “silenzio”: un silenzio dalle parole che vengono da fuori, per concentrarsi sull’ascolto della Parola che viene dal Signore, ma anche un silenzio delle parole che capita di pronunciare con troppa leggerezza e superficialità. Un silenzio, dunque, che apra all’ascolto, un “silenzio sottile” come quello di Elia sull’Oreb (1Re, 19,9-18), nel quale solo si può davvero sentire la voce del Signore e a partire dal quale si può ritornare alla vita di sempre con una missione nuova, con la certezza della presenza della sua Parola in mezzo alle tante parole che continueremo a sentire.
Vi faccio una confidenza: spesso gli esercizi spirituali sono stati l'occasione per gustare i doni di Dio e prendere delle decisioni importanti. La nostra partenza per Susa è quindi animata dal desiderio profondo di lasciarci stupire dal Signore. ...Vi racconteremo!
"Il regno di Dio è come un granellino di senapa" (Mc 4,31)
La grandezza di Dio sta nel servirsi di ciò che è piccolo, debole e insignificante, ma si lascia riempire e plasmare da lui. Così la debolezza diventa forza, proprio come è avvenuto in Gesù che ha rivelato pienamente la grandezza del suo amore nell’annientamento della croce.
Il granellino di senapa cerca un terreno in cui germogliare. Chi si fa avanti?
Si muore. Non è una novità anche se si fa di tutto per far finta che non accada, o che accada sempre ad altri, lontano. In queste settimane ho accompagnato tante persone nell’ultimo tratto della loro vita, coloro che sono morti, altre volte le loro famiglie dopo che questo è accaduto. Sì perché spesso la morte fa più paura a chi è intorno rispetto a chi sta per morire.
Essere prete è anche questo: avere speranza per chi l’ha dimenticata o perduta, avere fede per chi si aggrappa ad una ritualità che sa più di magico che di incontro con il Signore.
Il sacramento dell’ultimo secondo, la benedizione last minute o a tempo scaduto - non faccio dell’ironia sulle sofferenze altrui - stringe un po’ il cuore perché pensi che avresti potuto spendere ancora una parola con quella persona, per quella persona, aiutarlo a vivere più serenamente l’incontro con il Signore, avresti potuto aprire qualche prigione fatta di sensi di colpa antichi o di rimorsi mai sopiti. Ma spesso, sempre più spesso, è tardi. Uomini e donne se ne vanno al Signore portandosi dietro un fiore di plastica e sorrisi altrettanto finti, rassicurazioni su una guarigione impossibile o semplicemente fiumi di lacrime disperate e, credo, disperanti.
Scriveva nel suo diario verso la morte Maurizio di Gesù Bambino, francescano di Terra Santa morto di un brutto (ma ce ne sono di belli?) tumore: “Siamo ammalati di adultismo cronico e abbiamo bisogno di essere ridotti all'impotenza, per tornare a Te, misura esatta del nostro cammino terreno ed eterno”. Terreno ed eterno.
Io prete ci provo a parlare dell’Eterno alla mia gente, chissà se anche tu puoi trovare il tempo di donare l’eternità a qualche tuo amico?
"Se uno ha orecchi per intendere, intenda!" (Mc 4,23)
La fede è questione di ascolto: ascoltare non significa semplicemente percepire dei suoni e delle voci, ma essere sempre più disponibili a Dio. Il cuore dell’uomo diventa così uno spazio in cui cresce sempre più il sì gioioso a quanto Dio vuole da lui.
Nessun "Sì" è troppo difficile...se ci viene fatta la proposta giusta.
Quanto è importante dire "Ti voglio bene!" Per i bambini, sapere che li amiamo, è importante quasi come l’aria che respirano. Se li stiamo rimproverando, si vede la domanda negli occhi: ma mi vuoi ancora bene? Sì, ti voglio bene, anche se hai combinato un pasticcio, anche se è l’ennesima volta che combini questo pasticcio, anche se ti avevo messo sull’avviso almeno tre volte del pericolo incombente… alla fine, lo so anche io, anche se sono arrabbiata, che ti voglio bene. E te lo dico: non lascio un bambino nel dubbio, non mi faccio prendere dalla tentazione di usare l’affetto come arma per costringere l’altro a fare quello che voglio.
Ricordate? Non ve la prendete troppo a male quando vi dico “vi odio”. Non odio voi, ma il vostro potere su di me. Noi educatori abbiamo un grande potere, quello dell’affetto: non trasformiamolo in arma. Questo potere semplicemente è frutto dell’amore, non è uno strumento coercitivo. Se lo usiamo in questo modo, perderà la sua importanza e farà affievolire l’affetto che lo origina. Non chiediamo più alle persone di cui abbiamo cura “fallo per me”, diciamogli “fallo per te”, perché rimediare ai pasticci combinati, prendere decisioni difficili è prima di tutto utile per il bambino, per l’adolescente. Io adulto sono qui a dirti: nel mio affetto, immutato, puoi trovare quella forza che ora ti manca per rimediare, per decidere. Crescerai, bambino mio, e il mio affetto diventerà una solida roccia di fiducia in te stesso, cui attingere nei momenti in cui serve.
E poi, se non diciamo troppo spesso “ti voglio bene”, se ci scappa di solito “fallo per me”, possiamo sempre cambiare rotta: oggi, adesso, in questo momento, iniziare. Contano molto di più tutte le volte in cui ci si sente amati, che le occasioni in cui come educatori abbiamo sbagliato: perché cambiare rotta è iniziare a chiedere perdono con le azioni, oltre che con il pensiero e il pentimento.
Essere amati, essere nei pensieri di chi si prende cura di noi, è un ricordo incancellabile: scommetto che abbiamo tutti una serie di ricordi così… adesso è il momento di farli nascere e donarli a coloro di cui ci prendiamo cura.
Con pazienza e generosità, senza calcolo e con cuore amante, Dio continua a gettare in ogni uomo il seme della sua Parola. Continua a dare a tutti e a ciascuno la possibilità di incontrarlo e di raggiungere così il senso pieno della vita.
Puoi già vedere qualcuno dei suoi frutti nel tuo "campo"?
Torino. Domenica sera. Due preti, un seminarista e un gruppo di universitari. Non siamo davanti a una birra. Non guardiamo la partita...magari un'altra volta! Ci ritroviamo invece a discutere...del male. Anzi, a chiederci: che cosa c'entra il male con Dio? Come può esserci un Dio se gli uomini sono abbandonati alla violenza del dolore, della malattia e della morte? Vorremmo poterci dire che la sofferenza è una legge della vita, che la morte fa parte del "sistema", che dobbiamo prenderne atto...magari serenamente. Ma...qualcosa non va! Il dolore e la morte sfuggono ai nostri tentativi di addomesticamento, specie quando ci colpiscono sul vivo, quando offendono e lacerano i nostri affetti.
Ci sono poi situazioni che appaiono senza appello. Quando sono gli uomini stessi a infierire sull'innocente, quando stabiliscono lucidamente, scientificamente lo sterminio e la distruzione, quando l'uomo piega la sua intelligenza alla brutalità e al sopruso...che cosa dire? La domanda non è più solo un generico "Da dove il male?", ma "Da dove il male dentro di noi?". Molti si sono chiesti quale fede fosse ancora possibile dopo la tragedia di Auschwitz. Per qualcuno non è stato più possibile credere in Dio. Altri si sono interrogati sul suo silenzio. Per altri ancora il mistero della croce di Cristo ha acquistato una comprensione nuova.
Torino. Domenica sera. Due preti, un seminarista e un gruppo di universitari. Parliamo di male tenendo tra le mani la pagina del vangelo che narra l'agonia di Gesù nel Getsemani (Lc 22,39-46). Il suo dolore, la ricerca della solidarietà dei discepoli, la sua preghiera disperata al Padre, il suo abbandono alla volontà di Dio: ecco, cerchiamo di capire che cosa voglia dire per noi, che cosa voglia dire la sua morte per la storia del mondo.
Ci sentiamo interrogati dal silenzio di Dio. Quel silenzio per noi è come una domanda: Che uomo vuoi essere? Che cosa intendi fare davanti al male? Che posizione prendi? Che cosa vuoi fare della tua storia?
"Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre" (Mc 3,35)
È bello sapere che possiamo essere fratello, sorella e madre di Gesù se, come lui ha fatto, sappiamo dire ogni giorno “Padre” e vivere da figli di Dio. La fede, che diventa obbedienza di vita, ci rende contemporanei e familiari di Cristo.
Hai già deciso quale spazio dedicare oggi alla preghiera?
Cari amici, continuiamo il nostro viaggio sul tema della giustificazione.
...dunque il Vangelo, la buona notizia è che Gesù ci rende giusti, ci mette cioè nella giusta relazione con Dio, atttraverso la sua Pasqua. Ma che cosa vuole dire questo? I modi di esprimere un mistero infinito sono molti e tutti sicuramente limitati. Io ne propongo uno, senza pretendere che sia nè l'unico nè il migliore, ma solamente quello che a me personalmente ha aiutato di più ad affacciarmi all'abisso della misericordia di Dio.
Attraverso il peccato l'uomo ha rotto la relazione con Dio, si è allontanato da lui percorrendo una strada di morte: Dio infatti è la vita e chi si separa da lui, presumendo di poter fare a meno della relazione d'amore con lui (questo è il peccato), si dirige verso le regioni della morte.
Ma Dio non si è rassegnato e ha mandato Gesù a cercarci fino nei baratri più oscuri della disperazione, dell'orgoglio, dell'angoscia, della superbia, della paura. Fino alla morte e alla morte di croce. E Gesù ci offre gratuitamente una relazione, un'alleanza d'amore eterna e indistruttibile: se noi accogliamo questa offerta siamo di nuovo nella giusta relazione con Dio, siamo finalmente giustificati, costituiti giusti. Non abbiamo niente altro da fare: solo dire di sì, lasciarci raggiungere dalle braccia del Padre che desiderano abbracciarci di nuovo e per sempre.
Nessuno poteva rendersi giusto da solo, perchè nessuno poteva rimettersi da solo in una felice relazione con Dio, ma quello che a noi era impossibile, Dio stesso in Gesù lo ha reso possibile: accogliendo l'amore gratuito e incondizionato di Gesù, tutti, e proprio tutti, nessuno escluso, possiamo essere in una felice relazione con Dio e questo si chiama gioia, si chiama pace, si chiama felicità, si chiama vita. In una parola: salvezza.
Questa settimana, il pensiero sul vangelo del giorno è scritto da don Lorenzo, padre spirituale della comunità del seminario.
"Io sto in mezzo a voi come colui che serve" (Lc 22,27)
Il potere di Gesù è amare fino alla morte. La sua grandezza è donare la propria vita; la sua gloria è l’abbassamento fino a noi per prendere su di sé i nostri peccati e farci ritornare amici di Dio.
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.
Non so voi… da quando vivo con un balcone lungo 16 metri (ma largo 1!), esposto a sud est, sogno di vederlo tappezzato di pannelli solari: con le tecnologie finora disponibili non è possibile, ma domani chissà… grazie a questa mia propensione per il risparmio energetico, la buona notizia delle settimana è arrivata quasi da sé: nel corso degli ultimi quattro anni (2005-2008), gli italiani hanno dimostrato un utilizzo più consapevole delle risorse energetiche: in crescita gli accorgimenti sul rispetto ambientale, l’acquisto di elettrodomestici a basso consumo (frigoriferi, lampadine) e l’utilizzo di pannelli solari. E’ un dato confortante, quello emerso dal Terzo Rapporto Annuale dell’Autorità per l’energia elettica e il gas. Il Documento registra anche un tendenziale miglioramento dell’efficienza energetica nel sistema industriale, con l’uso di impianti di cogenerazione, e del settore pubblico, che ha introdotto nuovi sistemi di regolazione automatica dell’illuminazione (Fonte Yeslife.it).
Forse prima eravamo davvero spreconi… ma di sicuro ora siamo migliorati! E in quest’ottica miglioramoci ancora di più! Per risparmiare energia, i consigli di Caterpillar, che da 5 anni organizza la giornata del risparmio energetico, intitolata "M'illumino di meno". Lo scopo è presto detto: risparmiare, ma anche misurare il ribasso dei consumi energetici messi in atto con i comportamenti di tutti gli ascoltatori. Gli anni passati il gap era impressionante: il risparmio equivaleva al consumo giornaliero di due regioni italiane (Umbria e Toscana). Il consiglio è dunque di aderire alla campagna e il 13 febbraio spegnere tuttò ciò che non è indipensabile!
Per risparmiare risorse, i consigli di Eni: un elenco di 24 consigli a carattere generale, che non modificano lo stile di vita, ma utili comunque per risparmiare risorse tutti i giorni (che poi dovrebbe essere l'obiettivo principale, introdurre il risparmio come regola di comportamento e non solo come una tantum)
Se invece siete pronti al risparmio più totale e senza riguardi per le conseguenze, vi lascio riflettere sul motto dell'ecologista inglese di fronte al suo wc: if it's yellow, let it smellow; if it's brown, wash it down!
"Nuove tecnologie, nuove relazioni. Promuovere una cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia."
Cari fratelli e sorelle,
in prossimità ormai della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, mi è caro rivolgermi a voi per esporvi alcune mie riflessioni sul tema scelto per quest’anno: Nuove tecnologie, nuove relazioni. Promuovere una cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia. In effetti, le nuove tecnologie digitali stanno determinando cambiamenti fondamentali nei modelli di comunicazione e nei rapporti umani. Questi cambiamenti sono particolarmente evidenti tra i giovani che sono cresciuti in stretto contatto con queste nuove tecniche di comunicazione e si sentono quindi a loro agio in un mondo digitale che spesso sembra invece estraneo a quanti di noi, adulti, hanno dovuto imparare a capire ed apprezzare le opportunità che esso offre per la comunicazione. Nel messaggio di quest’anno, il mio pensiero va quindi in modo particolare a chi fa parte della cosiddetta generazione digitale: con loro vorrei condividere alcune idee sullo straordinario potenziale delle nuove tecnologie, se usate per favorire la comprensione e la solidarietà umana. Tali tecnologie sono un vero dono per l’umanità: dobbiamo perciò far sì che i vantaggi che esse offrono siano messi al servizio di tutti gli esseri umani e di tutte le comunità, soprattutto di chi è bisognoso e vulnerabile.
L’accessibilità di cellulari e computer, unita alla portata globale e alla capillarità di internet, ha creato una molteplicità di vie attraverso le quali è possibile inviare, in modo istantaneo, parole ed immagini ai più lontani ed isolati angoli del mondo: è, questa, chiaramente una possibilità impensabile per le precedenti generazioni. I giovani, in particolare, hanno colto l’enorme potenziale dei nuovi media nel favorire la connessione, la comunicazione e la comprensione tra individui e comunità e li utilizzano per comunicare con i propri amici, per incontrarne di nuovi, per creare comunità e reti, per cercare informazioni e notizie, per condividere le proprie idee e opinioni. Molti benefici derivano da questa nuova cultura della comunicazione: le famiglie possono restare in contatto anche se divise da enormi distanze, gli studenti e i ricercatori hanno un accesso più facile e immediato ai documenti, alle fonti e alle scoperte scientifiche e possono, pertanto, lavorare in équipe da luoghi diversi; inoltre la natura interattiva dei nuovi media facilita forme più dinamiche di apprendimento e di comunicazione, che contribuiscono al progresso sociale.
Sebbene sia motivo di meraviglia la velocità con cui le nuove tecnologie si sono evolute in termini di affidabilità e di efficienza, la loro popolarità tra gli utenti non dovrebbe sorprenderci, poiché esse rispondono al desiderio fondamentale delle persone di entrare in rapporto le une con le altre. Questo desiderio di comunicazione e amicizia è radicato nella nostra stessa natura di esseri umani e non può essere adeguatamente compreso solo come risposta alle innovazioni tecnologiche. Alla luce del messaggio biblico, esso va letto piuttosto come riflesso della nostra partecipazione al comunicativo ed unificante amore di Dio, che vuol fare dell’intera umanità un’unica famiglia. Quando sentiamo il bisogno di avvicinarci ad altre persone, quando vogliamo conoscerle meglio e farci conoscere, stiamo rispondendo alla chiamata di Dio – una chiamata che è impressa nella nostra natura di esseri creati a immagine e somiglianza di Dio, il Dio della comunicazione e della comunione.
Il desiderio di connessione e l’istinto di comunicazione, che sono così scontati nella cultura contemporanea, non sono in verità che manifestazioni moderne della fondamentale e costante propensione degli esseri umani ad andare oltre se stessi per entrare in rapporto con gli altri. In realtà, quando ci apriamo agli altri, noi portiamo a compimento i nostri bisogni più profondi e diventiamo più pienamente umani. Amare è, infatti, ciò per cui siamo stati progettati dal Creatore. Naturalmente, non parlo di passeggere, superficiali relazioni; parlo del vero amore, che costituisce il centro dell’insegnamento morale di Gesù: "Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza" e "Amerai il tuo prossimo come te stesso" (cfr Mc 12,30-31). In questa luce, riflettendo sul significato delle nuove tecnologie, è importante considerare non solo la loro indubbia capacità di favorire il contatto tra le persone, ma anche la qualità dei contenuti che esse sono chiamate a mettere in circolazione. Desidero incoraggiare tutte le persone di buona volontà, attive nel mondo emergente della comunicazione digitale, perché si impegnino nel promuovere una cultura del rispetto, del dialogo, dell’amicizia.
Pertanto, coloro che operano nel settore della produzione e della diffusione di contenuti dei nuovi media non possono non sentirsi impegnati al rispetto della dignità e del valore della persona umana. Se le nuove tecnologie devono servire al bene dei singoli e della società, quanti ne usano devono evitare la condivisione di parole e immagini degradanti per l’essere umano, ed escludere quindi ciò che alimenta l’odio e l’intolleranza, svilisce la bellezza e l’intimità della sessualità umana, sfrutta i deboli e gli indifesi.
Le nuove tecnologie hanno anche aperto la strada al dialogo tra persone di differenti paesi, culture e religioni. La nuova arena digitale, il cosiddetto cyberspace, permette di incontrarsi e di conoscere i valori e le tradizioni degli altri. Simili incontri, tuttavia, per essere fecondi, richiedono forme oneste e corrette di espressione insieme ad un ascolto attento e rispettoso. Il dialogo deve essere radicato in una ricerca sincera e reciproca della verità, per realizzare la promozione dello sviluppo nella comprensione e nella tolleranza. La vita non è un semplice succedersi di fatti e di esperienze: è piuttosto ricerca del vero, del bene e del bello. Proprio per tale fine compiamo le nostre scelte, esercitiamo la nostra libertà e in questo, cioè nella verità, nel bene e nel bello, troviamo felicità e gioia. Occorre non lasciarsi ingannare da quanti cercano semplicemente dei consumatori in un mercato di possibilità indifferenziate, dove la scelta in se stessa diviene il bene, la novità si contrabbanda come bellezza, l’esperienza soggettiva soppianta la verità.
Il concetto di amicizia ha goduto di un rinnovato rilancio nel vocabolario delle reti sociali digitali emerse negli ultimi anni. Tale concetto è una delle più nobili conquiste della cultura umana. Nelle nostre amicizie e attraverso di esse cresciamo e ci sviluppiamo come esseri umani. Proprio per questo la vera amicizia è stata da sempre ritenuta una delle ricchezze più grandi di cui l’essere umano possa disporre. Per questo motivo occorre essere attenti a non banalizzare il concetto e l’esperienza dell’amicizia. Sarebbe triste se il nostro desiderio di sostenere e sviluppare on-line le amicizie si realizzasse a spese della disponibilità per la famiglia, per i vicini e per coloro che si incontrano nella realtà di ogni giorno, sul posto di lavoro, a scuola, nel tempo libero. Quando, infatti, il desiderio di connessione virtuale diventa ossessivo, la conseguenza è che la persona si isola, interrompendo la reale interazione sociale. Ciò finisce per disturbare anche i modelli di riposo, di silenzio e di riflessione necessari per un sano sviluppo umano.
L’amicizia è un grande bene umano, ma sarebbe svuotato del suo valore, se fosse considerato fine a se stesso. Gli amici devono sostenersi e incoraggiarsi l’un l’altro nello sviluppare i loro doni e talenti e nel metterli al servizio della comunità umana. In questo contesto, è gratificante vedere l’emergere di nuove reti digitali che cercano di promuovere la solidarietà umana, la pace e la giustizia, i diritti umani e il rispetto per la vita e il bene della creazione. Queste reti possono facilitare forme di cooperazione tra popoli di diversi contesti geografici e culturali, consentendo loro di approfondire la comune umanità e il senso di corresponsabilità per il bene di tutti. Ci si deve tuttavia preoccupare di far sì che il mondo digitale, in cui tali reti possono essere stabilite, sia un mondo veramente accessibile a tutti. Sarebbe un grave danno per il futuro dell’umanità, se i nuovi strumenti della comunicazione, che permettono di condividere sapere e informazioni in maniera più rapida e efficace, non fossero resi accessibili a coloro che sono già economicamente e socialmente emarginati o se contribuissero solo a incrementare il divario che separa i poveri dalle nuove reti che si stanno sviluppando al servizio dell’informazione e della socializzazione umana.
Vorrei concludere questo messaggio rivolgendomi, in particolare, ai giovani cattolici, per esortarli a portare nel mondo digitale la testimonianza della loro fede. Carissimi, sentitevi impegnati ad introdurre nella cultura di questo nuovo ambiente comunicativo e informativo i valori su cui poggia la vostra vita! Nei primi tempi della Chiesa, gli Apostoli e i loro discepoli hanno portato la Buona Novella di Gesù nel mondo greco romano: come allora l’evangelizzazione, per essere fruttuosa, richiese l’attenta comprensione della cultura e dei costumi di quei popoli pagani nell’intento di toccarne le menti e i cuori, così ora l’annuncio di Cristo nel mondo delle nuove tecnologie suppone una loro approfondita conoscenza per un conseguente adeguato utilizzo. A voi, giovani, che quasi spontaneamente vi trovate in sintonia con questi nuovi mezzi di comunicazione, spetta in particolare il compito della evangelizzazione di questo "continente digitale". Sappiate farvi carico con entusiasmo dell’annuncio del Vangelo ai vostri coetanei! Voi conoscete le loro paure e le loro speranze, i loro entusiasmi e le loro delusioni: il dono più prezioso che ad essi potete fare è di condividere con loro la "buona novella" di un Dio che s’è fatto uomo, ha patito, è morto ed è risorto per salvare l’umanità. Il cuore umano anela ad un mondo in cui regni l’amore, dove i doni siano condivisi, dove si edifichi l’unità, dove la libertà trovi il proprio significato nella verità e dove l’identità di ciascuno sia realizzata in una comunione rispettosa. A queste attese la fede può dare risposta: siatene gli araldi! Il Papa vi è accanto con la sua preghiera e con la sua benedizione.
Dal Vaticano, 24 gennaio 2009, Festa di San Francesco di Sales.
Ieri sera, noi seminaristi abbiamo partecipato all’incontro ecumenico per i giovani, organizzato in occasione della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Quest’anno l’iniziativa ha come titolo: Essere riuniti nella tua mano (Ez 37,17 ), in riferimento al gesto simbolico dei due legni che devono essere riuniti dal profeta per indicare la riunione della casa di Giuda e di quella di Israele. E anche la preghiera di ieri ha avuto al centro un gesto simbolico, la formazione di una croce con i piccoli legni distribuiti a ciascuno dei giovani: è il segno di una volontà di riconciliazione, del desiderio dell’unità fra tutti i cristiani.
Il dono dell'unità fra cristiani cattolici, ortodossi ed evangelici che lo stesso Signore vuole rinnovare nella sua chiesa, va ricercato non solo nell’amore, ma anche nella verità, come ci ha ricordato una ragazza romena ortodossa nella sua testimonianza. E' Cristo, prima di tutto, la Verità nella quale ciascuno deve poter convergere. La sua Parola è la norma su cui deve continuamente costituirsi l'unità della Chiesa. Come Paolo, i credenti sono chiamati oggi a predicare Cristo, e Cristo crocifisso: è la Croce quel Legno in cui tutti possiamo essere riconciliati, anche al di là dei sospetti e delle divisioni che ancora oggi travagliano il corpo di Cristo. Perchè qui sta il punto: le nostre differenze non rappresentano solo un problema ecclesiale, ma condizionano anche la testimonianza di Cristo al mondo intero. Superare le nostre lacerazioni: questa è la sfida a cui non possiamo sottrarci. Per amore di Dio e della sua Chiesa.
Ne costituì dodici che stessero con lui. (Mc 3,13-19)
Lo "stare con Gesù" non è una fase transitoria nella vicenda dei 12. Nè una scuola nè un tirocinio a tempo determinato. "Stare con Gesù" è l'identità dei 12. E' l'annuncio dei 12. E' la vita dei 12. ...e pure la nostra vita.
Ho predicato poco tempo fa tre giorni di esercizi alle suore del cuore Immacolato di Maria che vivono qui a Beinasco. Vengono tutte dalla Nigeria, molte sono anziane e non si possono quasi muovere da casa, altre – più giovani – fanno servizio alla casa di riposo e qualcuna ci dà una mano con il catechismo.
Mi hanno chiesto di predicare sulla Vergine Maria e l’ho fatto con gioia. Mi hanno chiesto di farlo in inglese – perché non tutte capiscono l’italiano. Ho accettato con meno entusiasmo…
Ma mi ha fatto un gran bene.
Predicare in inglese mi ha costretto all’essenziale, io parolaio del Signore. Parlare una lingua che non è la mia mi ha obbligato a scalare marcia, ad andare più lentamente, a scandire il pensiero, a contemplare le frasi prima di pronunciarle, a condensare il ragionamento nella Parola di Dio, certezza di contenuto e di grammatica.
Quante volte parliamo di Dio, senza aver parlato con Dio; commentiamo la Parola annegandola di parole; tracciamo un cammino senza averlo percorso per primi. Se la Parola ti guida, se l’amore ti sostiene, se lo Spirito ti dà coraggio allora scopri che cosa significhi parlare tutte le lingue del mondo, anche in una piccola cappella bisognosa di restauri, tra un benzinaio ed un centro commerciale. Dear Mary, take care of them, Jesus our Lord bless us all.
Palette e secchielli in borsa oggi: si va a giocare ai giardini! Tutto era cominciato così: va bene, oggi vi porto a giocare con la neve e, arrivati ai giardini, ho distribuito le attrezzature marine (che funzionano benissimo anche per fare i castelli di neve!). Sono rimasta un po’ sul limite a guardare come andavano i lavori di scavo: tutto bene, ma qualcosa mi rendeva un po’ perplessa, che cosa mancava? I bimbi giocano, sono ben coperti, siamo fuori solo da 10 minuti, non hanno ancora freddo, che cosa è che non mi torna? Sono entrata nel prato e mi sono inginocchiata sulla neve vicino a loro e li ho guardati: concentrati a fare buche e riempire secchielli, sereni e concentrati a giocare, senza pensieri.
Potrei farlo anche io, ho pensato e ho iniziato a lanciare delle palle di neve intorno, agli alberi, alle panchine (non c’era nessuno!), così, per vedere come andava la mira e subito i miei figli hanno osservato, avevo iniziato a giocare anche io! Hanno colto al volo l’occasione, facciamo una pallina più grande, dai rotoliamola, ma è enorme, dai ancora, facciamo due pallone e così via… andandocene, un’ora dopo, abbiamo lasciato sul prato due pupazzi di neve di discreta grandezza e due piccolini, “è una famiglia di pupazzi, mamma, no?”.
Giocare insieme, non ci si accorge spesso di quanto sia importante; passare insieme del tempo con i ragazzi dei gruppi senza una finalità definita, solo per giocare insieme; come è difficile lasciare del tempo per momenti senza pensieri, dove veniamo fuori al meglio di noi stessi, come saremmo sempre, come vorremmo essere sempre (Ricordate? Non cercate di apparire infallibili o perfetti. È poi una grande delusione quando scopro che non lo siete).
Sempre però non si può, c’è il tempo delle commissioni con la mamma, c’è il tempo delle attività con l’animatore; però pensarci si può e tenerci del tempo libero per giocare è importante, è vitale, migliora noi e la nostra salute (ci si muove un sacco per fare una palla da pupazzo di neve!). Per essere adulti non soltanto nella statura, ma capaci di tenere un piede nella nostra infanzia, per riportare alla luce le nostre esperienze di gioco, e un piede nel ruolo di genitori per trasmettere ai figli il piacere dell’essere felici, qui e ora, solo per giocare, solo perché siamo insieme.
Rattristato per la durezza dei loro cuori (Mc 3,1-6)
Se una guarigione si realizza e un uomo può tornare a stendere la sua mano malata, un'altra fallisce: gli avversari di Gesù, che egli tenta di coinvolgere, si tengono stretto il proprio cuore insensibile.
Non c'è miracolo che Gesù voglia compiere senza la collaborazione degli uomini.
Provo a continuare la riflessione sulla giustificazione. Siamo ormai arrivati alla terza puntata (e qui la prima e qui la seconda).
Tutti dunque siamo peccatori (Rm 3,9), anzi come dice Giovanni "Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi" (1Gv 1,5). Ma allora come possiamo essere trasformati da peccatori in giusti? Una giustificazione intesa in senso dichiarativo non è possibile per noi e non ci può servire: non si può e non serve a niente falsificare la realtà dichiarando giusto chi giusto non è.
Per nostra fortuna, però, nella Parola di Dio giustificazione ha anche un altro senso, quello costitutivo. Giustificare può anche voler dire costituire giusto, rendere giusto chi giusto non è. Ma chi può giustificare in questo senso? chi può rendere un peccatore giusto davanti a Dio, cioè mettere un peccatore nella giusta relazione con Dio? Solo Dio lo può fare, solo lui può metterci nella giusta relazione con se stesso, e questo vuol dire salvezza, gioia, pace, felicità. E la buona notizia, il vangelo è che questa giustificazione è già stata realizzata e ci è offerta gratuitamente da Dio. Dove? Come? Quando? Nella Pasqua di Gesù.
P.S. Una nota per Laura (l'ultima volta ha lasciato un commento), che però può interessare anche ad altri. La giustizia è certo in relazione con la giustificazione, anche la giustizia tra gli uomini. Se non altro, in prima battuta, possiamo dire questo: se essere giusti davanti a Dio vuol dire essere in una felice relazione con lui, essere giusti davanti agli uomini vuol dire essere in una felice relazione con gli altri uomini. La giustizia insomma è sempre questione di relazione. Le conseguenze che si potrebbero trarre da questa idea sono certamente molte.
In seminario, è stagione di studio: si è aperta la sessione invernale degli esami. I nostri seminaristi si interrogano sulle sfide del nostro tempo.
La scorsa settimana, parlando della fede pensata e della funzione della teologia all’interno del mondo odierno, ho prospettato una “testimonianza inserita attivamente e criticamente nella storia contemporanea”. Ebbene, rispetto a tutto questo sono stato stimolato alla riflessione dall’amara considerazione di ciò che per molti rappresenta l’attuale cultura post-moderna: una percezione che non ci sia più un’unica verità, ma che tutto sia frammentato, senza senso; ciascuno può affermare le proprie idee, perché tanto sono tutte sullo stesso piano e nessuna è più vera delle altre.
Come si può rispondere allora a chi chiede “ragione della propria fede”, se sembra mancare in tanti la richiesta? Come dare un senso al tutto, se non si pone in modo esplicito la domanda sul senso e se si pensa che la totalità e la verità siano qualcosa di opprimente e autoritario?
Penso però che almeno una pista di risposta sia possibile, e proprio partendo dall’interno della cultura post-moderna e della sua frammentarietà. Proprio il frammento può diventare il luogo di scoperta dell’Assoluto. Cristo per primo, infatti, è l’Assoluto che diventa frammento, che diventa fragile e si fa alla nostra portata. Ma allo stesso tempo Egli è un frammento che rivela l’Assoluto, che non rimane nell’orizzonte terreno e non vi fa rimanere neppure l’uomo, il quale viene innalzato e, da frammento quale è, viene chiamato a partecipare della vita divina. Perciò, Cristo, proprio perché è l’Amen che Dio pronuncia dall’eternità, risulta vicino alle aspettative profonde di ogni uomo, anche alle nostre, anche a quelle dell’“uomo del frammento”.
Possono forse digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? (Mc 2,18-22)
Per molte persone la fede cristiana non è sinonimo di gioia. Dipenderà forse da noi? E se fossimo come quegli invitati che rimangono seduti tutto il tempo, che neanche ci provano a fare un passo di danza?
C'è un abito di festa, c'è il vino nuovo. All inclusive: tutto fornito...dal giorno del nostro battesimo.
In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.
Per noi del Tesoro, il sabato è il giorno della Buona Notizia. Anche oggi Angela ci segnala un'iniziativa interessante. Ma mi premeva dire che, nel dolore per la scomparsa tragica di questo missionario, si leva potente la Buona Notizia di una vita spesa per gli ultimi. Ci sono persone che scegliendo di mettere radici tra popoli e terre lontane raccontano la passione di Cristo che ha voluto mettere radici nella storia del mondo, nei cuori degli uomini. Passione testimoniata pure dalla vicenda di suor Maria Teresa e suor Caterina, rapite - sempre in Kenia - lo scorso 9 novembre (di ieri la notizia del progresso nelle trattative per la liberazione).
Intorno a noi ci sono situazioni che caricano il mondo di inquietudini: la tragedia di Gaza, la disperazione del Congo...solo per stare alle notizie più recenti (sappiamo bene che l'elenco sarebbe lunghissimo). E ci sono pure uomini e donne che hanno scelto di farsi carico di queste inquietudini. Tra questi anche molti battezzati. Persone che hanno scoperto nella Pasqua di Cristo il motore della storia.
“Con lo slogan Tocca a Noi -Le cose Non Vanno, Cambiamole Ora - Mtv Italia sarà la prima televisione, nella storia dei media, a farsi carico di progettare, proporre e sostenere un progetto di legge in una delle materie che i giovani sceglieranno tra i temi che loro stessi hanno segnalato, in occasione delle scorse elezioni, come cruciali per il loro futuro”.
Il tema che i ragazzi hanno scelto, votando sul sito di MTV è Scuola e Università, con 110 mila voti; le altre, lavoro, accesso alla politica e ambiente si sono fermate a 74 mila, 45 mila e 65 mila, per un totale di quasi 300 mila voti. “Una volta scritte le proposte (tutte riguarderanno lo stesso tema ma avranno varianti specifiche) verranno sottoposte agli utenti del sito mtv.it, che potranno indicare quale portare alla firma popolare e che tipo di modifiche vorranno applicare. Una volta terminata tale fase le università di riferimento elaboreranno il testo definitivo della proposta di legge tenendo conto di tutti gli spunti che, nel frattempo, i ragazzi avranno suggerito e consigliato direttamente sul sito.A partire dalla primavera 2009, per una durata massima di 6 mesi, ci sarà la vera e propria raccolta di firme organizzata sia con attività on the ground in tutti i capoluoghi d’Italia sia durante tutti gli eventi di Mtv previsti in quel periodo. Il momento culminante della fase di raccolta delle firme sarà l’Mtv Day 2009: raggiunto e superato il numero delle 50 mila firme, l'emittente presenterà la proposta di legge di iniziativa popolare al Parlamento e ne seguirà l’iter parlamentare”. (Fonte MTV Italia)
Proprio ieri il Presidente Napolitano ha parlato di rinnovamento della politica che deve partire dai giovani... la buona notizia è qui, nell’idea che i giovani possano organizzarsi attraverso l’utilizzo degli istituti di democrazia diretta messi a disposizione dalla Costituzione, per progettare e tentare di costruire al meglio il proprio futuro.
Che poi sia una emittente televisiva, un mezzo di comunicazione, e non più un luogo di creazione di contenuti, come sono stati i partiti politici, a far partire l’iniziativa, mi sembra interessante per riflettere su quanto i mezzi, gli strumenti di comunicazione si stiano sostituendo sempre più ai contenuti, agli ideali, come aggregatori per le persone. Oppure per riflettere su come i partiti politici si siano progressivamente svuotati di idee, negli ultimi 15 anni, per adeguarsi alle strategie. Ma torniamo alla buona notizia…
Per tutti coloro che hanno tra i 15 e i 25 anni, fatevi un giro sul sito e leggetevi le proposte che arriveranno sul tema della scuola e della università: è una occasione di partecipazione; e poi se le proposte vi convincono, firmate per trasformarle in legge di iniziativa popolare. E chissà che non si mettano così già alla prova gli amministratori di domani di cui parlava il Presidente Napolitano…
Non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori (Mc 2,13-17)
Gesù chiama Levi, ancora seduto al banco delle imposte. Non c'è situazione di peccato che impedisca al Signore di farsi avanti. Anche se qualcuno credesse di non avere più possibilità, il Signore è sulle sue tracce.
A volte la famiglia del Seminario si muove, esce e cerca un po’ di svago: quale posto migliore di un cinema? Mercoledì sera, infatti, alcuni di noi erano in sala con un biglietto per “Il bambino con il pigiama a righe”. Il film, tratto dal romanzo di John Boyne, racconta la drammmatica amicizia tra Bruno, figlio di un ufficiale delle SS, e Schmuel, un bambino ebreo rinchiuso nel campo di concentramento di Auschwitz.
Condivido volentieri con voi qualcosa che mi ha detto e che mi dice questo film. Lo faccio attraverso un’immagine, che mi è rimasta impressa.
La mamma di Bruno, dal giardino di fronte a casa sua, alza lo sguardo verso il cielo e vede salire del fumo. Sente anche un odore affatto piacevole e l'SS di fianco a lei interviene dicendo: “Puzzano anche di più quando bruciano!”. Lei rimane sconvolta.
Anche io lo sono stato. Mentre guardavo l’immagine di quel fumo ho avuto un attimo di tremore perché ho realizzato che quel film raccontava qualcosa di vero: quel fumo c’è stato sul serio.
“Il bambino con il pigiama a righe” è un film drammatico, difficile non farsi coinvolgere, tremendamente arduo bloccare quella sensazione di sconforto, che presto o tardi ti porta a piangere. Tutto ciò, però, rischierebbe di essere puro sentimentalismo, solo brivido...se poi non tentassi di far seguire a questa emozione qualcos'altro.
La grande bestemmia del Novecento, l’Olocausto, qui narrato con grande arte e sensibilità, è un po’ come quel fumo, che la mamma di Bruno vede. In generale la storia è questo: è fumo. Possiamo limitarci a guardarlo da lontano, comprendendo chiaramente il significato negativo che porta, magari possiamo anche sentirci in qualche modo partecipi, ma siamo distanti. Possiamo, invece, decidere di avvicinarci. Ecco che il fumo ci va negli occhi, ci dà fastidio, fa male, brucia e sembra corroderci mentre in noi è viva la coscienza che da un momento all’altro può arrivare la fiamma e, con essa, la vera tragedia. Spesso, personalmente, mi pare di guardare la storia così: distante, sento quel che mi dice. Ma la storia chiede di essere ascoltata, chiede di dare fastidio, di mordere le coscienze e toccare i cuori, chiede di diventare parte di me, come di te.
Perché consiglio un film, di cui, in verità, ho detto così poco? Perché dà la possibilità di varcare i limiti della pellicola con la sua trama, per lasciare che, ancora una volta, la storia ci istruisca. Di più! Ci dia gli strumenti per fare delle scelte.
Non ho visto l’ultimo film di Aldo Giovanni e Giacomo, ma il titolo mi piace molto. Ed all’inizio dell’anno mi fa pensare che possiamo, volendolo, avere il cosmo sul comò.
Un mondo fatto di stelle piccole ma che luccicano: sono i nostri ricordi fissati in una foto, i nostri sogni appuntati su di una agenda, le nostre speranze condensate in un’icona, magari di Maria che è Madre di Dio e dunque nostra madre.
Un mondo che esiste, non virtuale, un modo che aiuta a far esistere, speriamo dunque virtuoso.
Tra i propositi dell’anno nuovo ci può stare quello di avere il cosmo sul comò: occhi e pensieri lucidi che puntino all’essenziale, un cuore aperto per coloro che già amiamo e coloro che hanno bisogno del nostro amore, una fede densa come un granellino di senapa che diventa preghiera concreta ed azione sincera, una speranza che non si spegne ed accende il mondo attorno a noi.
Tutto in ordine, od in disordine non importa, sul comò. A portata di mano, ogni mattina per costruire, mattone dopo mattone, fiore dopo fiore il giardino di Dio.
Stare accanto ai nostri figli in modo sereno quando la situazione intorno (umana, economica, sociale) non fa ben sperare per il futuro. E d’altra parte non dire nulla, fingere una tranquillità inesistente, potrebbe essere ben più triste per i figli che capiscono che qualcosa non va, ma accettano la nostra “commedia” e si piegano alla recita del “tutto va bene” proprio perché ci vogliono bene. Si diventa tutti un po’ più tristi (e un po’ più irascibili, noi adulti, di quella rabbia immotivata che si scatena per un nonnulla)e di tristezza si appassisce, senza riuscire a dare più nutrimento alle piantine che ci crescono intorno. Come al solito, non vale solo per noi genitori: un animatore sfiduciato non potrà incoraggiare il suo gruppo, un genitore insoddisfatto non stimola la crescita dei figli e qui lo dice bene don Mario, che cosa combina un prete!
Che cosa fare, per mandarla via questa tristezza? Continuare a impegnarsi, al massimo delle proprie possibilità. Continuare a fare del proprio meglio, nelle occasioni che la vita ci offre: nel lavoro, nella famiglia, nell’impegno sociale. Guardare in faccia la tristezza e dire: é così che mi sento, ma vado avanti; le cose non funzionano bene come vorrei, io continuo a fare del mio meglio. Senza aspettarmi ricompense, senza lamentarmi. Essere un esempio vitale, generativo é la mia contentezza, la mia gioia.
E poi parlare con le persone cui vogliamo bene: i bambini capiscono molto bene dalla nostra faccia al rientro a casa, che giornata abbiamo avuto. Piuttosto che vivere in una serenità solo metereologica, meglio dire quello che è successo, misurando in base all’età che hanno quello che diciamo. Sappiamo bene che entrare nella vita sociale, con un lavoro, con i propri orientamenti, non è esattamente come ricevere l'abbraccio di papà e mamma: è bene dirlo anche ai nostri figli, un po’ per volta, affronto queste difficoltà, a volte ne traggo delle soddisfazioni, io mi comporto così, cerco di fare sempre del mio meglio. L'augurio di vita di Joan Didion lo dice meglio di me.
Penso che valga la pena provarci: usare bene tutti i talenti, tutti i giorni.
La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. (Mc 1,29-39)
E se oggi Gli parlassi in particolare di qualcuno? Se nella preghiera cercassi il volto del Signore per muoverlo a compassione verso un'altra persona...chi mi verrebbe in mente? Nel mio cuore posso dare spazio alla vita degli altri: un amico, una persona intima, una bambina che ha fame, le vittime di Gaza, il senzatetto incontrato questa mattina...
Le parole della Sacra Scrittura crescono insieme a chi legge: quanto più profondamente fissi lo sguardo su di esse, tanto più profondamente le comprendi(Gregorio Magno)
In seminario, ci siamo messi alla scuola di Marco. E' lui l'evangelista che ci guiderà nelle prossime settimane del tempo ordinario nella preghiera quotidiana. Nell'eucaristia prima di tutto, poi nel tempo della meditazione personale e infine nella vita. Ma c'è ancora bisogno di dire che preghiera e vita non possono essere cose distinte? Sì!! Ce n'è proprio bisogno! Non perchè ci manchi la "scienza" per affermarlo, ma (come i discepoli descritti da Marco) noi siamo spesso lenti e duri di cuore (cfr Mc 6,42; 16,14)!
In che cosa consiste la peculiarità di Marco? Nel primo versetto, Marco scrive: "Inizio del Vangelo di Gesù Cristo,Figlio di Dio", titolo che si potrebbe parafrasare come "Inizio della buona notizia portata da Gesù e che consiste nel fatto che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio" (Clementina Mazzucco, Lettura del vangelo di Marco, pag. 13). Marco vuole condurci al mistero di Cristo, mistero che muove e orienta la vita: "Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino: convertitevi e credete nel vangelo" (Mc 1,15). Questo annuncio è cosa buona: Gesù è il Figlio di Dio. Il Dio che si è fatto vicino.
La nostra lectio divina consiste dunque non solo nell'accogliere un messaggio, ma nel corrispondervi, stando in compagnia del Signore Gesù (Cum-panis: i compagni sono coloro che condividono lo stesso pane, la stessa sorte).
E' questa l'intimità che ogni discepolo può cercare nel Signore, facendo della lettura continuativa di un vangelo, il respiro che alimenta il cammino quotidiano. Quella sorgente di vita per cui posso dire: Ti so vicino Signore. Ti sei "stretto" accanto a me.
Non dialogare con il male che scopri dentro di te. Lascia che il Signore lo scacci dal tuo cuore. Il male nell'uomo è sempre un intruso. Un impostore. Dio ti libera.
Nell'intervento precedente abbiamo incominciato a parlare della giustificazione, accennando al fatto che questa parola ha molteplici applicazioni nella vita quotidiana, ma che ha anche uno specifico uso teologico. In questo ambito essa concerne la questione della giusta relazione con Dio. Come si fa a essere giusti davanti a Dio, vale a dire come si fa ad essere in una felice e armoniosa relazione con il Signore?
Per tentare di rispondere a questa domanda penso che sia utile distinguere due diversi significati che la parola può assumere anche nel linguaggio biblico. Nel primo di essi giustificazione ha un senso dichiarativo: giustificare qualcuno significa allora dichiarare che quella persona è giusta. E' quanto si verifica ad esempio in un processo: il giudice riconosce l'innocenza di un accusato e lo dichiara giusto. Ma chi può essere dichiarato giusto davanti a Dio?
La Scrittura, tanto del Primo quanto del Nuovo Testamemento, è molto esplicita a questo riguardo. Dice per esempio il salmo 143,2: "nessun vivente davanti a te è giusto". E san Paolo gli fa eco in molti passi, per esempio: "Giudei e Greci, tutti sono sotto il dominio del peccato" (Rm 3,9), oppure "tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio" (Rm 3,23).
Il significato dichiarativo del verbo giustificare non si applica dunque a noi uomini: essendo peccatori, non possiamo essere dichiarati quello che non siamo, cioè giusti. Solo un uomo può propriamente essere dichiarato giusto da Dio: è Gesù, perchè solo lui è l'Innocente, il Santo, il Figlio amatissimo che è nella giusta relazione con il Padre. Per questo solo lui è il Giusto come riconosce Pietro: "Voi avete rinnegato il Santo e il Giusto" (At 3,14); ma anche come aveva riconosciuto prima di lui il centurione romano sotto la croce al momento della morte di Gesù: "Veramente quest'uomo era giusto!" (Lc 23,47). Ma per i peccatori c'è qualche speranza di poter essere giusti davanti a Dio?
In quel tempo, Giovanni proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».
Oggi la buona notizia ha bisogno di voi per arrivare alle persone cui interessa! Conoscete una persona non vedente? Avete un amico o un familiare cieco? Ci sono due piccole buone notizie per loro… tutte dedicate a libri e giornali!
Da un mese il quotidiano Il Tempo pubblica ogni sabato un allegato, alla sua edizione, in braille: si chiama Braille news, ha più o meno 50 pagine. Il giornale, nato un anno fa, deve la sua esistenza a un finanziamento della Regione Lazio (che ha coperto le spese per i macchinari di stampa) e a Caterina Ferrazza, presidente della cooperativa sociale Handy Systems e non vedente, che ha ideato il progetto. Il giornale, tiratura 2 mila copie, viene ora realizzato dalla stessa Caterina Ferrazza e da altri 3 collaboratori, tutti volontari. Per ricevere Braille News nel resto d’Italia, è necessario abbonarsi, telefonando al n. tel. 06.67588386, oppure scrivendo una mail a diffusione@iltempo.it . Il quotidiano Il Tempo non esclude di avviare altre partnership in futuro, con le regioni interessate. (Fonte: Prima Comunicazione, dicembre 2008)
Da quando esistono i file audio (o poco dopo), Radio 3 ha iniziato a mettere a disposizione sul suo sito le puntate della trasmissione “Ad alta voce”: nel corso del programma, ogni giorno per mezz’ora, dalle 9 in poi, vengono letti romanzi classici e moderni, di autori stranieri e italiani. Ultima lettura, “Il giornalino di Gian burrasca”, ma sul sito potrete trovare autori di ogni genere, da Mario Rigoni Stern a Luciano Bianciardi, da Dickens a Wilde. Le letture sono sempre ben realizzate con voci di attori incredibilmente duttili ai vari personaggi del romanzo: l’ascolto è piacevolissimo (il mio preferito del 2008 è “Il giardino dei Finzi Contini” letto da Sandro Lombardi). È possibile inoltre abbonarsi ai feed rss e ricevere il link delle puntate, in modo da poterle scaricare direttamente sul lettore mp3, senza andare sul sito ogni giorno. Anche in questo caso la buona notizia ha bisogno di voi, per caricare il lettore del vostro amico cieco, di nuovi libri da ascoltare. (Fonte: Radio Rai, gennaio 2009).
Buona settimana e una generosa diffusione delle buone notizie!
Sto cercando in queste ore di rimanere aggrappato con tutto me stesso all'esperienza vissuta in Benin. E' nostalgia? Forse un po' sì, lo ammetto. Ma questo sarebbe ancora troppo poco: in Africa non è stata una vacanza, un viaggio certamente. Anche dentro di sè. Perchè ci siamo sentiti visitati. Più che andare noi verso qualcuno, altre persone ci sono venute incontro per offrirci il loro mondo, la vivacità della loro fede, la vita vista da un altro lato. E se non vogliamo vivere dentro schemi ristretti e mediocri, abbiamo bisogno di avvenimenti che allarghino le maglie della vita. Il Vangelo stesso è larghezza, abbondanza, profondità. E' potenza che dilata e che squarcia. E' respiro!
Il Vangelo trova spazio e germoglia dove c'è umanità. Ecco, ne abbiamo incontrata tanta, di umanità! Nei sorrisi accordati senza prudenze, nella disponibilità a darci del tempo, nel regalo di un montone (letteralmente) che la gente di Korontiere ci ha consegnato (perchè i poveri sanno dare), nella simpatia di un Vescovo che ci offriva la sua amicizia, nelle religiose dedite all'assistenza di tanti bimbi abbandonati o ammalati, nello spirito di preghiera di popoli che riescono - in modo naturale - a concepire la trascendenza di Dio, che abita ogni cosa, con una dimensione di canto, di danza, di fraternità.
Ora vi partecipo il timore di scrivere cose belle, ma un po' troppo poetiche. L'Africa non è solo questo, certo! E se scrivessi del nostro viaggio come fosse un romanzo, non farei altro che tradire le persone incontrate, sprecando i doni ricevuti. Qui sta il punto: che cosa fare di questi doni? Forse nulla. Non bisogna usarne. Non dobbiamo lucrarci sopra. Neanche per la vita spirituale. Neanche per motivare azioni solidali. E stando attenti a non fare della nostra esperienza una serie di anedotti, magari credendo di avere capito tutto. Per ora la nostra è...una semplice intuizione. Ma un'intuizione potente.
E dunque? Potremmo lasciarci afferrare dalla gratitudine, lasciarci muovere dalla ricerca dell'umanità, lasciarci spogliare dai nostri schemi. E se, per esempio, provassi a chiedermi quando incontro una persona, quando mi metto in preghiera, quando affronto il solito impegno: "Posso fare diversamente? Posso offrire qualcosa di inedito? Conosco tutto di me? Sto dando tutto di me? Posso essere un po' più "africano"? Più umano? Più ispirato dal Vangelo? Forse sì!...e non per volontarismo. Ma per gratitudine...e con un po' di creatività! Scegliendo anche di approfondire, di studiare, di conoscere meglio le lingue, di leggere il Vangelo senza troppi filtri. Scegliendo di diventare amico delle persone straniere che stanno tra di noi. Scegliendo pure di conoscere sul serio la nostra società, le nostre radici, la nostra chiesa locale. Anche per restituire ad essa giovinezza e passione per la missione.
Per questo ci appare così chiaro il desiderio di coltivare l'amicizia con la Chiesa di Natitingou e con il nostro Janvier. Il desiderio di pensare a una vita stabile...eppure in movimento, radicata qui...eppure disponibile alla partenza. Una vita nelle mani di Colui che ha amore per gli uomini. Per i piccoli in particolare.
Gennaio, tempo di esami per i seminaristi: esami di teologia, esami sulla nostra fede. Ma perché degli esami? La fede non dovrebbe essere un’esperienza di relazione in un rapporto personale con il Signore Gesù? Certo, ma solo una fede pensata evita il rischio di diventare un cieco moto dell’animo puramente soggettivo, un sentimento che può essere tanto intenso quanto effimero. E allora è innanzitutto per questo che noi seminaristi studiamo teologia: per “pensare” la nostra fede, così che questa riflessione possa alimentare la preghiera e a sua volta la preghiera possa essere fonte viva per una vera teologia.
Inoltre, una fede pensata può anche essere più facilmente condivisa e trasmessa agli altri, alle persone a cui saremo affidati e che chiedono ragione della propria fede o del proprio desiderio di fede. Ed è per questo che “pensare” la fede comporta anche il confronto con le attese e le domande dell’uomo di oggi, per poter esporre quella stessa fede degli apostoli – Gesù Cristo è lo stesso, ieri, oggi e sempre – attraverso una testimonianza inserita attivamente e criticamente nella storia contemporanea.
La nostra esperienza in Benin è stata una vera Epifania. Janvier ha celebrato la prima messa proprio in questa solennità liturgica, che in Benin era anticipata, rispetto al nostro calendario, alla domenica precedente. Ha presieduto l'eucaristia davanti al suo popolo (i Lambà), ancora lontano dalla fede in Cristo, eppure attento e partecipe alla vicenda di questo figlio diventato cristiano e ordinato sacerdote. Ma anche per noi, partiti da Torino, l'incontro con il Benin è stato Epifania, rivelazione di Dio che ama e che salva tutti i popoli. Nell'omelia della messa di ordinazione, Mons. Pascal rivolgendosi a Janvier e a Fabienne, ha sottolineto che il prete deve essere uomo di preghiera, povero tra i poveri e...simpatico! Un prete antipatico "è una catastrofe ambulante". "La simpatia verso le persone nasce da un'esperienza interiore di entusiasmo (dal greco "Dio dentro di te"). Il prete capace di relazione "è come l'ape che gira di fiore in fiore per cogliere il polline e farne miele". Il prete antipatico è fastidioso "come le mosche che girano intorno alla spazzatura". Parole chiare, vero? Ce le teniamo strette!
Qui, nel commento di don Andrea al precedente post, trovate una ricca testimonianza del nostro viaggio. E qui trovate l'album fotografico di Beppe (altre 579 foto): ci sono anche le immagini dell'ordinazione e della prima messa. Chissà se riusciamo a farvi percepire un po' del gusto che l'Africa ci ha regalato!
Di nuovo i social network in cronaca, di nuovo con connotazioni negativi, di nuovo internet come luogo di diffusione di comportamenti diseducativi: la pubblicazione di fotografie di pazienti in stato di incoscienza, messa in atto, tramite Facebook, da un gruppo di infermieri dell’ospedale “Molinette” di Torino ha lasciato campo libero a tutti i tipi di reazione, dall’indignazione allo sconcerto, dal severo giudizio al “così fan tutti su internet”. Né sono mancati i paragoni con il caso di Abu Ghraib, la prigione di Bagdad, dove le torture inflitte ai prigionieri sono state fotografate e inviate a casa come “ricordo” della missione.
Le fotografie scattate dagli infermieri mostrano corpi: come se quella persona sdraiata in barella, finita al pronto soccorso, avesse perso lo status di persona e fosse appunto solo un corpo, da curare, rianimare, riaggiustare e rimettere in stato di coscienza e quindi riacquisire identità di persona, da trattare con dignità. Come se ogni giorno, per farsi coraggio di fronte a una realtà di persone che soffrono, finiscono in ospedale, si ammalano e muoiono in modi diversi, tutti gravi, tutti dolorosi, un buon modo per farsi coraggio fosse quello di non vedere più delle persone, ma solo dei corpi che finiscono di funzionare. E farsi coraggio serve, perché quello dell’infermiere è un mestiere duro, dove la morte e la sofferenza sono una costante, una responsabilità, un esito frequente. Farsi coraggio perché si ha paura, sempre più paura, della morte, della sofferenza, del dolore: uno scherzo, ecco che cosa è sembrato scattare quella foto, metterci una scritta irridente e farla girare tra il gruppo di colleghi presente su Facebook. Ridere di un corpo per non pensare alla persona che è arrivata oggi qui in ospedale, chissà per quale caso o per quale storia.
Garanti e censori sono già intervenuti, a diverso titolo, per giudicare e condannare il gesto: legittimo valutare deontologicamente il comportamento professionale degli infermieri coinvolti, inutile fare paragoni con situazioni di tortura in carcere. Inutile perché non serve a far riflettere, quanto piuttosto a scioccare. Dagli errori si esce cercando di capire le cause, non amplificando le conseguenze. Sarà anche vero che i social network stuzzicano la voglia di mostrarsi e di comparire; però mi sembra più importante riflettere sul percorso di perdita di umanità che una persona può subire in un contesto ospedaliero, che poi porta a questi eccessi. E riflettere (qui il titolo di un articolo sull’argomento scritto dal prof. Leonardo Ancona, recentemente scomparso; chi fosse interessato al testo, può scrivermi) anche su come medici e infermieri, quotidianamente alle prese con la morte, possano sostenere il carico emotivo professionale. Molti sono ottimi professionisti che si prendono cura della persona, malattia e modo di affrontarla incluso; alcuni curano il corpo e basta; alcuni sbagliano.
Un errore lasciare soli medici e infermieri con questo carico emotivo; uno spunto in più per noi tutti: ripensare al rapporto con la malattia, con il dolore e su come sostenere sempre nel malato, fino alla fine, la dignità di essere umano.
Parole, parole, parole, rumori, campanelli, telefoni, cellulari, auto.... Siamo immersi in un mondo di suoni, più o meno gradevoli ed utili che ci frastornano e confondono... ieri mattina, aprendo la chiesa di S.Giacomo e fermandomi un momento davanti al tabernacolo c'era solo il silenzio ad attendermi con Gesù.
Irreale quasi, un silenzio profondo, avvolgente, un silenzio in cui ascoltare.
Abbiamo bisogno di questo silenzio, per poter stare in mezzo alle parole ed ai suoni, per apprezzare le cose che un amico ti dice o le fatiche che un parrocchiano ti urla o piange addosso. Silenzio per fare ordine, silenzio per dare un senso al disordine; silenzio per annunciare la Parola, silenzio per custodire le parole; silenzio per discernere tra le voci, silenzio per essere una voce autorevole e vera.
Oggi è già diverso, le auto sfrecciano di nuovo intervallate dai mezzi spalaneve, il campanello suona a ripetizione, piove e non nevica più. Ma quella sensazione di ieri, sospeso tra questo tempo ed il tempo senza tempo, mi resta dentro, mi chiama. A fare un po' di silenzio, ogni tanto. Buon ascolto.