La passione dell’ira è certamente collegata alla difficoltà di accettare gli altri per quello che sono. E a volte basta molto poco: un modo di fare inopportuno, un piccolo gesto sgarbato, una parola mal detta possono innescare un meccanismo che ci riempie di irritazione e di nervoso. E questo riguarda spesso le persone che ci sono più vicine: il marito o la moglie, i figli o i genitori, i colleghi di lavoro o i vicini di casa. Pensate quante liti furibonde avvengono nei condomini: gli altri con le loro caratteristiche diventano insopportabili e non si è capaci di un confronto sereno per trovare delle soluzioni. L’unica soluzione è distruggere l’altro (verbalmente, ma talora anche fisicamente). E le assemblee di condomino si trasformano in risse spaventose.
Lasciare spazio all’ira è devastante, soprattutto a quell’ira covata dentro che si gonfia inarrestabilmente. Bisognerebbe avere un duplice coraggio: da una parte quello di esprimersi, di confrontarsi, di far presente all’altro quello che ci sembra che non funzioni, anziché tenerselo dentro e arrabbiarsi sempre di più; dall’altra ci vorrebbe anche il coraggio (e l’umiltà) di accettare un rimprovero, un’osservazione, una correzione, senza per questo sentirsi minacciati dall’altro e dunque in dovere di reagire violentemente. Ma non è facile: quante volte, per esempio, sono dinamiche di questo tipo che provocano una crisi matrimoniale. Una certa cosa del coniuge non ci va, ma non viene esplicitata e affrontata e allora ci si riempie progressivamente sempre più di collera fino a quando non arriverà la classica goccia che farà traboccare il classico vaso. Ma a questo punto è facile che anche il vaso si rompa e non ci sia più modo di rimettere i cocci insieme.
Qualche volta invece, e forse anzi abbastanza spesso, l’ira più che agli altri è collegata a noi stessi. In questi casi l’altro, magari il primo che ci capita davanti, serve da pretesto: proiettiamo su di lui la nostra insoddisfazione interiore e sfoghiamo sul malcapitato quanto ci disturba di noi stessi. Se prima si trattava di una incapacità ad accettare l’altro, ora si tratta di una incapacità ad accettare noi stessi: sempre c’è una fatica nel rapporto con la realtà e i suoi aspetti disturbanti.
In tutti i casi però, bisogna aggiungere, l’ira non solo distrugge il rapporto con la persone con cui siamo in collera, ma inquina tutta la nostra vita: è un pensiero che ci rode dentro sempre e non ci dà mai tregua. Scrive ancora Evagrio: «il rancore turba l’intelletto nel momento della preghiera. I pensieri irosi sono piccoli di vipera e divorano il cuore che li ha generati». Lasciar spazio all’ira è tenersi una serpe in seno.
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lunedì 15 marzo 2010
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QUATTRO: l’ira. Una serpe in seno.
Pubblicato da
don Ferruccio Ceragioli
alle
07:25
Etichette:
La voce di Abacuc,
Teologia
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1 commenti:
Infatti secondo me è collegata non solo ad accettare gli altri per quello che sono, ma pure noi stessi!!!
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