Che cosa succede di là? Sento quanche rumore strano, A dire il vero, mi sembra proprio che stiano litigando, ma preferisco che vengano loro a raccontarmelo, magari trovano un accordo senza che sia necessario il mio intervento… Ma i rumori aumentano e quando sento lo scatolone dei lego che si rovescia, non resisto più e vado nella loro stanza… e li trovo sul pavimento a contendersi la base verde dei lego (la più grande che abbiamo!)
Allora che cosa combinate? Vi ho visto! Detto a volume e tono sostenuto. Mi guardano, il più grande molla la presa, il più piccolo rimane con la base in mano, ma non ha l’aria di sentirla come una vittoria… nessuno dei due dice nulla e sembrano dispiaciuti: inutile proseguire sul tono di rimprovero, mi siedo per terra e inizio a parlare. Gli spiego che possono costruire qualcosa insieme; che possono costruire due cose diverse dividendosi i pezzi; che possono anche cambiare gioco, dopo aver messo a posto lo scatolone. Mi sembrano molto più tranquilli. Me ne vado dalla stanza. Il più piccolo mi segue e chiude la porta della loro camera. Perché la chiudi? Gli chiedo, un po’ sorpresa. Così la prossima volta non ci vedi litigare e non ti arrabbi!
A volte come genitori rischiamo con le nostre reazioni di portare l’attenzione dei bambini sulla cosa sbagliata: che cosa è più grave, litigare o farsi vedere dai genitori mentre si litiga? Indubbiamente litigare, ma se io arrivo da loro infuriata come una Erinni forse divento io la cosa più importante da valutare, in senso negativo però! E i litigi si susseguiranno, ma molto ben nascosti, situazione che mi impedirà, come genitore, di aiutare la risoluzione dei conflitti prossimi venturi… Va bene, eliminerò la frase "ti ho visto"! dal mio vocabolario… ma la cosa migliore che potrei fare è forse capire che i litigi tra fratelli sono abbastanza consueti e che meritano più attenzione che non rabbia…
Per oggi la porta sta chiusa… ma da domani si riapre!
"Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?" (Mt 26,14-25)
La brutalità di questa domanda è sconcertante. Eppure, non c'è da illudersi: Giuda è nostro fratello.
Un anno fa Laura in un commento su questo blog si interrogava sul resto del gruppo: "Com'è stato possibile che gli altri 11 non si fossero accorti del disagio di Giuda, dei suoi sentimenti, del suo complotto?"
"Sono forse io?" chiede ciascuno dei discepoli. Il male verso il quale precipitiamo e lasciamo precipitare gli altri non ha per complice la cecità e l'individualismo che ci opprimono?
Non vogliamo farci fregare dal peccato?! E' ora di lavorare sul dialogo e la comunione.
Quando chiedono a Luigi che cosa faccia nella vita, lui risponde che fa il lavoro più bello del mondo. Le persone sgranano gli occhi, in attesa di una risposta che a loro sfugge. Ma lo sguardo si fa perplesso e sconcertato quando Luigi confessa di insegnare lettere in una terza media. Qualcuno osa ipotizzare: "Ma non preferiresti insegnare in un liceo?", quasi supponendo che quello sia stato un ripiego. Ma Luigi insiste: "No, no. A me piace lavorare con quelli delle medie."
Seguono parole di "stima", persino eccessive per la sensibiltà di Luigi, come se fosse impegnato in una missione umanitaria in Congo. Luigi non ama l'idea di essere apprezzato a discapito dei suoi ragazzi. Perchè disprezzare i preadolescenti? Gli altri sottolineano che a quell'età i ragazzi sono polemici, perennemente incazzati, privi di interesse, superficiali, aggressivi, confusi su tutto, specie su se stessi. E poi non c'è più rispetto per gli insegnanti, i genitori sono latitanti e "in effetti sono la causa di tutto sto schifo". E gli citano statistiche impietose, aggiungono episodi raccapriccianti, racconti di bullismo, razzismo e tutto il peggio possibile purchè finisca in -ismo!
Luigi ascolta. Una volta si arrabbiava. Adesso meno. E con gli occhi che sorridono, dice: "Veramente io mi diverto molto con loro!". A quel punto i più abbandonano il dialogo, ritenendo che Luigi sia probabilmente un folle. Se Luigi si riempisse la bocca di espressioni come "passione educativa", "emergenza sociale", "impegno civile", "progetto formativo", ecc. otterrebbe segnali di consenso dai soliti climatologi del disastro generazionale. E invece Luigi vuole addirittura far credere che ci si possa divertire e provare piacere nello stare con i ragazzini! Ma la frase che più manda in bestia molti suoi interlocutori è: "Io, dai ragazzi, imparo un mucchio di cose". Ok! A questo punto la gente pensa a una farsa, al tentativo di sorprendere con la battuta ad effetto e lo lasciano perdere...
Ma perchè così tante persone non credono alle parole di Luigi?
Posso evitarti una questione inutile? Non chiederti se hai tradito oppure no, se sarai fedele o fallirai. La risposta è semplice: "Non potete fare niente senza di me".
Il Signore dà la sua vita per noi. E tu ragioni ancora sul fatto di non essere ciò che vorresti?!
Per la settimana santa e per la Pasqua interrompiamo il nostro percorso sugli otto pensieri della tentazione e, come è ormai tradizione, ci facciamo gli auguri con alcuni versi che aiutano a pensare e a contemplare. Vi propongo questo componimento di Alda Merini tratto dal suo Poema della Croce (in A. Merini, Mistica d’amore, Frassinelli 2008, pp. 211-212):
Tutti gli uccelli si addensavano intorno a quel fiore di grazia, che era il volto di Cristo che moriva. Tutti gli uccelli avrebbero voluto salvare una spina dall’iniquo compito di entrare nella pelle del Creatore. Tutti gli uccelli a stormo volarono addosso cambiando rotta vertiginosamente verso coloro che l’avevano condannato. Tutti gli uccelli abbassarono il velo sul volto di Maria, affinché non vedesse lo scempio della sua carne. E fu in quel momento che un involontario demonio entrò nel corpo delle donne che gridavano dimenandosi come il vento verso coloro che avevano straziato il corpo del divino amore.
"Tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo" (Gv 12,1-11)
Sta attraversando la barriera dei secoli,
sta tracimando al di là di quel borgo della Giudea
per diffondersi ovunque.
Sta penetrando nei luoghi più lontani e nascosti,
fossero pure sporchi e disordinati.
Riesci a sentirlo?
Oggi pregherò perchè il profumo di quell'unguento
monopolizzi la tua percezione,
faccia cadere le tue difese.
E a seconda di ciò che stai vivendo,
quel profumo
ti stordisca,
ti seduca,
ti faccia arrabbiare,
ti commuova,
ti inebrii,
ti dia forza,
ti vinca.
Soprattutto ti faccia sperimentare
la potenza di vita
che viene dalla Pasqua di Gesù.
Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Luca (Lc 23,1-49)
In quel tempo, tutta l’assemblea si alzò; condussero Gesù da Pilato e cominciarono ad accusarlo: «Abbiamo trovato costui che metteva in agitazione il nostro popolo, impediva di pagare tributi a Cesare e affermava di essere Cristo re». Pilato allora lo interrogò: «Sei tu il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici». Pilato disse ai capi dei sacerdoti e alla folla: «Non trovo in quest’uomo alcun motivo di condanna». Ma essi insistevano dicendo: «Costui solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla Galilea, fino a qui». Udito ciò, Pilato domandò se quell’uomo era Galileo e, saputo che stava sotto l’autorità di Erode, lo rinviò a Erode, che in quei giorni si trovava anch’egli a Gerusalemme.
Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto. Da molto tempo infatti desiderava vederlo, per averne sentito parlare, e sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui. Lo interrogò, facendogli molte domande, ma egli non gli rispose nulla. Erano presenti anche i capi dei sacerdoti e gli scribi, e insistevano nell’accusarlo. Allora anche Erode, con i suoi soldati, lo insultò, si fece beffe di lui, gli mise addosso una splendida veste e lo rimandò a Pilato. In quel giorno Erode e Pilato diventarono amici tra loro; prima infatti tra loro vi era stata inimicizia.
Pilato, riuniti i capi dei sacerdoti, le autorità e il popolo, disse loro: «Mi avete portato quest’uomo come agitatore del popolo. Ecco, io l’ho esaminato davanti a voi, ma non ho trovato in quest’uomo nessuna delle colpe di cui lo accusate; e neanche Erode: infatti ce l’ha rimandato. Ecco, egli non ha fatto nulla che meriti la morte. Perciò, dopo averlo punito, lo rimetterò in libertà». Ma essi si misero a gridare tutti insieme: «Togli di mezzo costui! Rimettici in libertà Barabba!». Questi era stato messo in prigione per una rivolta, scoppiata in città, e per omicidio. Pilato parlò loro di nuovo, perché voleva rimettere in libertà Gesù. Ma essi urlavano: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!». Ed egli, per la terza volta, disse loro: «Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato in lui nulla che meriti la morte. Dunque, lo punirò e lo rimetterò in libertà». Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso, e le loro grida crescevano. Pilato allora decise che la loro richiesta venisse eseguita. Rimise in libertà colui che era stato messo in prigione per rivolta e omicidio, e che essi richiedevano, e consegnò Gesù al loro volere.
Mentre lo conducevano via, fermarono un certo Simone di Cirene, che tornava dai campi, e gli misero addosso la croce, da portare dietro a Gesù. Lo seguiva una grande moltitudine di popolo e di donne, che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltandosi verso di loro, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: “Beate le sterili, i grembi che non hanno generato e i seni che non hanno allattato”. Allora cominceranno a dire ai monti: “Cadete su di noi!”, e alle colline: “Copriteci!”. Perché, se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?». Insieme con lui venivano condotti a morte anche altri due, che erano malfattori.
Quando giunsero sul luogo chiamato Cranio, vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». Poi dividendo le sue vesti, le tirarono a sorte.
Il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».
Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso». Era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, perché il sole si era eclissato. Il velo del tempio si squarciò a metà. Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo, spirò.
(Qui si genuflette e si fa una breve pausa)
Visto ciò che era accaduto, il centurione dava gloria a Dio dicendo: «Veramente quest’uomo era giusto». Così pure tutta la folla che era venuta a vedere questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornava battendosi il petto. Tutti i suoi conoscenti, e le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, stavano da lontano a guardare tutto questo.
(Continua, ma siamo sempre lì, davanti alla scuola materna, 15.35, poco prima dell’apertura pomeridiana, con una mamma della classe del più piccolo).
Giusto, perché questa cosa continua delle punizioni è sfiancante…Non so tu, ma quando mi ritrovo a dire la stessa cosa più di 3 volte, mi prende un nervoso… e finisce che è uguale, sto male a punirli ma anche a ripetere sempre le stesse cose…
E invece dovremmo provare a coinvolgerli, che so tipo, se ci vestiamo subito, invece di metterci un sacco di tempo, possiamo giocare un po’ di più dopo colazione… magari funziona! Il discorso era che loro, da piccoli, desiderano coinvolgersi nelle cose che ci vedono fare e che dovremmo, partendo dalla loro spinta affettiva, lasciarli entrare nella quotidiana gestione della vita, anche per farli crescere…
Certo il problema è il tempo, già abbiamo poco tempo per stare con loro, se poi devi anche stare a spiegare tutto… se gli lasci apparecchiare il tavolo, in genere rischi sempre il bicchiere rotto… eppure, come è che ha detto lo psicologo, è tutto tempo investito, che rispamieremo in futuro, quando loro, da soli, si sentiranno coinvolti e parteciperanno… ma succederà prima o poi?
Beh, non è che ci siano molti investimenti che funzionano in questo periodo… in fondo, questo mi sembra l’unico ragionevole! E forse meno faticoso che ripetere e punire…
"E' conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo" (Gv 11,45-56)
Se accetto di far cadere anche uno solo dei miei principi per convenienza, per paura, per superficialità allora sto scivolando verso l'insignificanza e l'opportunismo.
Ma se i miei principi, le mie idee, la mia fede fossero per me più importanti delle persone, - fosse anche la vicenda di un singolo uomo - allora mi chiedo: "Come posso tradirmi fino a questo punto?"
Gesù non è venuto, non ha predicato, non ha guarito, non è morto, non ha donato il suo Sprito PER DIFENDERE LA LEGGE.
In occasione della domenica delle Palme le nostre chiese si affollano sempre più del solito, molti sono in cerca dell’ulivo benedetto, per molte e diverse ragioni. Mi colpiva da parroco ed ancora oggi da vescovo, come al termine della celebrazione ci fosse una vera e propria ressa di popolo per accaparrarsi il ramo migliore.
Nel nostro tempo, pur così progredito, ciò che rende difficile la vita personale e sociale è proprio l’egoismo, la mancanza di amore, di altruismo, di solidarietà. Quale ricetta adottare? La più efficace e forse: accogliere Gesù che viene a noi mite ed umile di cuore, crocifisso. Sforzandosi di aprirsi a Dio, che è amore e solo amore, impariamo piano piano ad aprirci agli altri, a non averne paura.
"Possa io vedere la tua vendetta su di loro!" (Ger 20,10-13)
Geremia non tace il suo sdegno verso il male e contro chi lo provoca. Toglietevi di dosso censure buoniste. Non cercate di sublimare il testo con interpretazioni accomodanti.
Dentro Geremia - egli soffre nell'intimo e nella carne per le violenze subite dai deboli - matura la speranza che Dio stesso realizzi la sua vendetta.
Ma il Signore compie le nostre preghiere come meglio crede. Noi chiediamo giustizia e il Santo la realizza secondo la propria misura. Che ne sappiamo d'altronde noi peccatori di che cosa sia la vera giustizia?
C'è della rabbia dentro di te che nasce da una sincera sete di giustizia? Non censurarla, non impedirti di accoglierla. Ma affida a Gesù crocifisso il compito di realizzarla secondo la sua giustizia.
Messa delle 18 (quella in cui mi distraggo sempre guardando i più piccoli…), un bimbo è in prima fila con la sua mamma.
Il papà va a leggere l’epistola e lui, tutto contento, lo indica con la mano una, due volte, tre. La mamma sembra non dargli retta ed allora a tutti polmoni erompe, indicando l’ambone, in un sonoro “papà!”.
Sì, è papà, è la sua voce, è lui che ti parla.
Maria, oggi festa dell’Annunciazione, l’avrà sentita così la voce dell’angelo…
Continuiamo ad indicare Papà ai nostri fratelli, a coloro che ci stanno attorno, riconosciamo la sua voce tra i mille rumori e, se necessario, con coraggio e gioia e forza, diciamolo forte: Papà è là ed ha una parola per te!
Rallegrati! La proposta di Dio non richiede a Maria di farsi pensosa o problematica. Neppure la dimensione del sacrificio assume qui una dimensione prioritaria. Prima c'è il dono di Dio.
Rallegrati! Ecco il punto di partenza di ogni discernimento: vuoi compiere anche tu la volontà di Dio? Ecco, la puoi trovare in ciò che ti dà maggiore consolazione.
Rallegrati! Fanne un impegno del tuo cammino. Perchè mettere tante energie per il digiuno, la preghiera e la carità e poi trascurare il compito della gioia?
"I giovani si confessano di notte". E' uno dei ritornelli preferiti di don Maurizio che di esperienza sul campo ne ha maturato parecchia. E quando te lo dice, sorride, perchè la cosa continua a incuriosirlo e a piacergli. Una delle regole di fondo nel rapporto con i ragazzi consiste nel nutrire stima per loro, prenderli sul serio, che poi significa saperli ascoltare e non sottrarsi alle loro provocazioni. E siccome di notte i giovani escono, ballano, amano e aprono il cuore alla vita, perchè non accettare di stare con loro quando scende il buio e osano guardarsi dentro?
Eccoli, a gambe incrociate, seduti per terra nella chiesina del seminario: ragazzi e ragazze delle superiori che consegnano i loro messaggi a Dio. Quando il buio impacchetta le cose nel silenzio, anche Dio esce fuori dal suo nascondiglio per raccogliere le confidenze di chi lo cerca. A quell'ora trova qualche monaco, i genitori che vegliano i loro piccoli, i giovani affamati di vita,
...e chiunque abbia il cuore rivolto a Lui.
Domenica, 2.30 di notte.
Dopo l'ultima confessione, con Maurizio mi avvio verso la sacrestia, mentre ancora qualcuno canta. Lui mi guarda, come divertito, e dice: "Mario, che bello essere preti!!".
La volontà è un'arma spuntata.
Da sola vale poco, diventa volontarismo. L'immagine è quella dello sforzo,
dei muscoli che si contraggono,
dell'autodisciplina, delle palizzate che si alzano.
Ci vuole anche Verità.
Bisogna aprire gli occhi. L'immagine è quella della dilatazione,
del respiro, della pace prolungata,
del gusto ritrovato.
La volontà spinge,
la Verità attira.
Due movimenti diversi, importanti,
complementari.
Di fronte ai tuoi peccati
cerca prima di tutto di smascherare gli inganni
che ti auto-infliggi.
La prima cosa che fa la Verità?
Ti spoglia delle cose inutili.
Ho finalmente sviluppato le fotografie, bimbi, oggi pomeriggio andiamo a prenderle!
Dico ai bambini, sulla strada per la scuola, passando davanti al negozio del fotografo.
Ma ci sono anche le mie dello spettacolo? Chiede il più grande.
Eh, sì, quelle le ha fatte il fotografo, ma le ritiriamo insieme alla mie
E la mia stella, c’è anche la sua foto? Chiede a sua volta il più piccolo Sì, c’è anche la nebulosa rossa di stelle che abbiamo fotografato nel museo, ho fatto sviluppare pure quella.
Segue un silenzio riflessivo: stanno pensando alle fotografie, se le immaginano? Questa cosa non cambia, anche se con le digitali si vede subito la foto, rimane l’attesa dello sviluppo, di vedere come sono venute. Ricordo come aspettavo io i rullini delle vacanze.
Le nostre fotografie sono raccolte in alcuni album facili da prendere: i bimbi possono guardarsele da soli quando vogliono magari chiamarci per leggerle insieme, come se fossero un libro. È una attività da fare in compagnia, utilissima la sera, mentre si prepara cena e la pasta bolle: rilassante, in genere fa ridere e ci ritrova sul divano a pensare a come le cose sono cambiate. I bimbi si rendono conto di quanto sono cresciuti, i genitori di quante giornate sono passate; si possono fare gli album a tema (la nostra famiglia con tutti i cugini, animali che abbiamo visto, i nostri camion…). Sembrano solo foto: in realtà danno ai bambini un senso concreto del mondo in cui sono inseriti, aiutano a ricordare i bei momenti delle vacanze, fanno nascere conversazioni e confronti (specie le foto dei genitori da piccoli…). Non so che cosa ne fate voi… ma non tenete le foto sempre chiuse negli album!
Ps. La nebulosa rossa e una foto del più grande che fa la stellina sono ora attaccate al muro, davanti ai lettini, ben visibili dalla posizione del cuscino…
"Qui non c’è né pane né acqua e siamo nauseati" (Nm 21,4-9)
Il pervertimento del popolo nasce da una sofferenza oggettiva.
Nel deserto non si sta bene.
Si arriva a dubitare delle premure di Dio,
si dimenticano i benefici del passato:
Israele non è più schiavo, d'accordo.
Ma la libertà costa.
Se la tua vita sembra deserto,
e sei nauseato,
e ti mancano pane e acqua,
gli affetti e le consolazioni,
allora potresti provare il fascino del pervertimento.
Preferire alla libertà
la schiavitù delle cose,
del lavoro, delle droghe, del gioco, del sesso... e dimenticare l'amore di un tempo.
Se anche te ne dimenticassi, sappi che l'Amore di Dio
per te rimane immutato.
E dal Suo amore potrai sempre ricominciare.
Come dunque lottare contro il pensiero dell’ira? Per fortuna abbiamo a nostra disposizione alcune indicazioni bibliche molto preziose.
Una prima indicazione la prendo da san Paolo: «Nell’ira non peccate: non tramonti il sole sopra la vostra ira, e non date occasione al diavolo. … Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e maldicenza, con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo» (Ef 4,26-27-31-32). Paolo sa che capita inevitabilmente di arrabbiarsi, ma chiede di arrabbiarsi senza peccare. Si pecca quando la rabbia diventa cieca e distruttiva, quando non si riconosce più l’altro come una persona comunque da rispettare. E Paolo ci invita a fare una cosa molto pacificante: alla sera prima di andare a dormire consegnare al Signore la nostra ira, per poter riposare nella pace. Perché se c’è collera, non c’è pace.
Anche Gesù ha parlato parecchio dell’ira: «Avete inteso che fui detto agli antichi: “non uccidere”; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna» (Mt 5,21-22). Come si può partecipare alla vita eterna, se c’è qualcuno con cui siamo adirati e col quale non vorremmo avere più niente a che fare?
Bisogna dunque imparare a chiedere perdono e imparare a concedere il perdono, imparare a riconciliarsi: questa è veramente questione di vita o di morte.
E lo si può fare guardando a Dio, il Dio paziente e misericordioso, e guardando a Gesù, che ci dice: «imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime» (Mt 11,29). Riscoprire il valore della mitezza, della mansuetudine, anche, perché no, della gentilezza, può essere una buona strada. Certo non è una strada facile: dove nella nostra cultura di oggi si può trovare l’elogio della mitezza? Essere miti e mansueti è per noi un obiettivo importante da raggiungere o non piuttosto qualcosa da cui stare alla larga? Non bisogna sempre essere pronti a reagire a ogni minima offesa? Eppure Gesù diceva: «beati i miti perché erediteranno la terra» (Mt 5,5). Eppure il Primo Testamento fa l’elogio di Mosè presentandolo come «molto più mansueto di ogni uomo che è sulla terra» (Nm 12,3).
Il discorso potrebbe poi allargarsi anche a livello sociale e politico: grazie a Gandhi, un non cristiano, affascinato però da Gesù e dal discorso della montagna, l’azione non violenta come strumento di lotta ha dato prova della sua forza efficace di trasformazione. Ma non è facile credere nella non violenza, perché si ha paura di farsi trovare indifesi di fronte all’altro e di dover pagare di persona. Eppure ci sono stati e ci sono ancora uomini e donne che sono disponibili a rischiare per questo e sono segni della indistruttibile vitalità del vangelo, anche in questo nostro mondo.
"Chi segue me, non camminerà nelle tenebre" (Gv 8,12-20)
La Parola di oggi è movimento.
I tuoi pensieri sono movimento.
I tuoi sentimenti, movimento.
Le tue scelte, movimento.
Perchè se ti lasci "ipnotizzare" dalla tenebra,
- quella fuori di te, quella dentro di te -
tutto è fermo:
stanchezza,
sterilità,
rassegnazione.
"Non esiste vento favorevole
per il marinaio che non sa dove andare" (Seneca)
Fai la tua scelta. Assumiti anche il rischio di sbagliare.
Ma non stare fermo.
E se vuoi fidarti di Gesù, seguilo con tutto te stesso.
Perchè le mezze misure - come puoi vedere - deludono
e non portano da nessuna parte.
In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro.
Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo.
Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.
Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».
Davanti alla scuola materna, 15.35, poco prima dell’apertura pomeridiana, con una mamma della classe del più piccolo.
È stata una serata interessante, qualla di sabato, no?
Sì, lo psicologo (è uno di quei casi in cui repetita iuvant, vedere qui) ha spiegato proprio bene questo problema delle regole e dei bambini… vista come dice lui, non siamo solo noi genitori ad essere poco capaci…
Eh sì, è un problema della nostra società in genere, quello di rispettare poco le regole e poi però di aggiungere divieti su divieti…
Però sai quale è la cosa che mi è piaciuta di più, quella della frase dell’oro, da scrivere sopra la porta delle camerette dei bambini…
Quella dell’allenatore della squadra di canottaggio italiana, che ha vinto un sacco di medaglie, come diceva “abbiamo vinto, perché abbiamo visto l’oro prima del tempo”, ci abbiamo creduto… In effetti è vero, se pensassimo ai nostri figli per incoraggiarli, vedendo tutto quello che di prezioso c’è in loro, per aiutarli a esprimere il loro tesoro, non per farli diventare chissà chi, ma per vederli felici, nel diventare loro stessi… in fondo essere genitori diventa proprio aiutarli a diventare adulti, sviluppando le loro capacità, aiutandoli a credere in loro stessi…
È molto meglio che vedersi solo come dispensatori di punizioni!
Il ricordo di San Giuseppe, il custode di Gesù, lo sposo di Maria, mi aiuta a tornare sull’argomento della santità, così poco frequentato nei nostri discorsi. In cosa consiste la santità di un prete, di un cristiano?
Certamente nell’essere uno strumento idoneo, maneggevole, resistente, disponibile, di facile manutenzione cioè senza pretese, trascurabile e sostituibile senza rimpianti ossia umile. Santi così lasciano il segno nel loro tempo, nei luoghi che hanno frequentato, nelle persone. In un tempo in cui i riflettori sono sempre accesi su tanti protagonismi – forse neppure così meritevoli di tanta attenzione – ho il coraggio di proporvi la gioia del lavoro silenzioso ma efficace nella vigna del Signore. Ci state?
Qualcuno vi ha mai accennato anche solo indirettamente
all'amore tra Maria e Giuseppe?
Di loro si sottolinenano molte virtù:
l'ascolto, la giustizia, la fedeltà,
l'apertura alla volontà di Dio...
Cose fondamentali.
Ma Maria e Giuseppe pure si amavano.
Gesù non ha avuto in casa due "catechisti",
ma una mamma e un papà che si amavano
e l'hanno amato.
Cosa fondamentale.
E' abbastanza chiaro che anche per noi
la cosa fondamentale
è amare?
Capita sulla nostra tavola un frutto, leggo l’etichetta: Ecuador. Viene da lontano, molto lontano.
Per prendere siamo capaci di andare lontano, lontanissimo: un frutto, il petrolio, molte cose preziose o semplici. Ma quanti chilometri, o metri, siamo disposti a fare per dare?
Spesso una strada è già un oceano, l’angolo dell’oratorio un abisso.
In questi giorni di Quaresima, tra qualche digiuno e fioretto, forse potrei proprio fare una bella indigestione di metri per andare da chi non ho voglia di vedere, da chi sono stufo di ascoltare. La mia noia, la sua gioia, un po' di tempo, tutto che diventa la nostra gioia.
Mi ritrovo così,
ostinato nei miei errori,
debole come mai avrei creduto possibile.
Da bambino guardavo i grandi
e mi sembrava che avessero il mondo in tasca.
Oggi sto nella pazienza di Cristo,
che si fa carico di me,
e mi fido della sua misericordia.
Non cerco di essere un altro,
non aspetto di diventare quello che vorrei.
Molto meglio volgere lo sguardo a Lui
e vivere "distratto" da me.
Il carnevale ha portato un cambiamento in casa nostra: una cesta di travestimenti in salotto!
Alla fine del carnevale ci siamo accorti che i costumi, da Bob Aggiustatutto per il più grande e da Soldato per il più piccolo, erano proprio belli… forse perché erano fatti con oggetti veri (il più grande aveva un casco da cantiere e una borsa porta attrezzi, rigorosamente usate e prestate da due nostri amici muratori; il più piccolo un cappello da alpino con molti buchi, spade di plastica e una cintura intrecciata da grande), forse perché si sono divertiti molto, insomma, era difficile metterli via per un anno intero…
Così sono rimasti con noi e sono diventati un po’ il gioco dei mestieri: facciamo che io ero e tu eri? E così si aggirano per la casa, soldati, superman (basta una mantellina rossa!), muratori, idraulici o carpentieri, cowboy e pistoleri (con i costumi dell’anno scorso…).
E forse il senso liberatorio del carnevale di epoca medioevale era proprio questo, essere qualcun altro per un giorno… per i bambini però oggi è ancora diverso: carnevale è un momento dell’anno in cui sperimentare ruoli diversi, a essere, a scegliere chi diventare. Allora, passato il momento della sfilata e del chiasso, possiamo tenerci il bello del carnevale, il vero significato: giocare a immedesimarsi in altri mestieri, ruoli, situazioni. E chissà che non aumenti anche la capacità di comprensione reciproca…
Ps. In salotto, perché lì, davanti ai divani, c’è spazio per fare il teatro, per giocare, tutto quello che si potrebbe fare anche in cameretta… ma in salotto c’è anche mamma che ci vede dalla cucina!
Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore
(Sal 144)
Per quanto "lento",
nel Signore ci sarebbe anche ira.
L'espressione del Salmo (non del Vangelo)
riflette una sensibilità tipica dell'Antico Testamento,
che va letto alla luce del Nuovo (letto, non abolito!).
Se esiste un'ira in Dio
non è forse nel senso che il Signore detesta il male
e non sopporta di vederci soffrire?
UN AMICO parroco, 62 anni, che non smette di divertirsi e dialogare con i ragazzi, mi racconta una pagina di Vangelo.
ALL'INIZIO della quaresima incontra il gruppo di terza media, animatori compresi. E con naturalezza domanda loro: "Di che cosa avete voglia di parlare?". Dopo un paio di minuti, uno dei ragazzi chiede: "Don, come mai quando piango mi vergogno di farlo in pubblico?". Occhi spalancati, orecchie dritte e il dubbio di non aver capito bene: Un ragazzo di terza media confessa di piangere?! Ne parla davanti ai coetanei?! Nonostante la presenza delle "femmine"?!
IL DON prende la palla al balzo e rilancia: "Che ne dite allora se ci diciamo quand'è che ci è capitato di piangere?". Tutti accettano. Nessuno dei ragazzi ride o fa battute.
E si aprono i cuori: "Mi capita di piangere se penso alla morte dei miei genitori".
"Sto malissimo quando mi dicono che sono grassa e faccio skifo".
"Soffro per gli insulti pesanti, quelli a sfondo sessuale, anche se faccio finta che non me ne frega niente...".
"Quando i miei si sono separati, ho pianto per due mesi tutte le sere..."
IMPROVVISAMENTE ci si guarda senza tenere conto delle solite etichette, dei ruoli in cui ciascuno è imbalsamato. Il duro, la secchiona, lo sfigato, la belloccia...non esistono più! O meglio, ciascuno continua a essere se stesso, ma gli altri scoprono cose che mai avrebbero immaginato. Perchè le lacrime detergono, rinnovano. Sono come la crema per togliersi il trucco dalla faccia. Fanno brillare gli occhi. E quando assaggi le lacrime, scopri che "sanno" di sale, hanno la vita dentro: riceverle è come fare una trasfusione di sangue. Lo insegna del resto la risurrezione di LAZZARO. Quando Gesù giunse al suo sepolcro, non poteva che piangere: il miracolo della risurrezione dell'amico inizia proprio dalle lacrime che il Signore ha versato per lui.
Il parroco conclude il racconto con gli occhi lucidi:
"Sai Mario, finito l'incontro di gruppo, tutti abbiamo capito che niente sarebbe stato come prima".
Se donassi le tue lacrime, niente sarebbe come prima.
La domanda sembra retorica.
In realtà, devi conoscere che stai male.
Scoprire la tua malattia.
Smettere di provarne vergogna.
Farti aiutare dalla persona giusta.
E lasciarti curare.
La passione dell’ira è certamente collegata alla difficoltà di accettare gli altri per quello che sono. E a volte basta molto poco: un modo di fare inopportuno, un piccolo gesto sgarbato, una parola mal detta possono innescare un meccanismo che ci riempie di irritazione e di nervoso. E questo riguarda spesso le persone che ci sono più vicine: il marito o la moglie, i figli o i genitori, i colleghi di lavoro o i vicini di casa. Pensate quante liti furibonde avvengono nei condomini: gli altri con le loro caratteristiche diventano insopportabili e non si è capaci di un confronto sereno per trovare delle soluzioni. L’unica soluzione è distruggere l’altro (verbalmente, ma talora anche fisicamente). E le assemblee di condomino si trasformano in risse spaventose. Lasciare spazio all’ira è devastante, soprattutto a quell’ira covata dentro che si gonfia inarrestabilmente. Bisognerebbe avere un duplice coraggio: da una parte quello di esprimersi, di confrontarsi, di far presente all’altro quello che ci sembra che non funzioni, anziché tenerselo dentro e arrabbiarsi sempre di più; dall’altra ci vorrebbe anche il coraggio (e l’umiltà) di accettare un rimprovero, un’osservazione, una correzione, senza per questo sentirsi minacciati dall’altro e dunque in dovere di reagire violentemente. Ma non è facile: quante volte, per esempio, sono dinamiche di questo tipo che provocano una crisi matrimoniale. Una certa cosa del coniuge non ci va, ma non viene esplicitata e affrontata e allora ci si riempie progressivamente sempre più di collera fino a quando non arriverà la classica goccia che farà traboccare il classico vaso. Ma a questo punto è facile che anche il vaso si rompa e non ci sia più modo di rimettere i cocci insieme. Qualche volta invece, e forse anzi abbastanza spesso, l’ira più che agli altri è collegata a noi stessi. In questi casi l’altro, magari il primo che ci capita davanti, serve da pretesto: proiettiamo su di lui la nostra insoddisfazione interiore e sfoghiamo sul malcapitato quanto ci disturba di noi stessi. Se prima si trattava di una incapacità ad accettare l’altro, ora si tratta di una incapacità ad accettare noi stessi: sempre c’è una fatica nel rapporto con la realtà e i suoi aspetti disturbanti. In tutti i casi però, bisogna aggiungere, l’ira non solo distrugge il rapporto con la persone con cui siamo in collera, ma inquina tutta la nostra vita: è un pensiero che ci rode dentro sempre e non ci dà mai tregua. Scrive ancora Evagrio: «il rancore turba l’intelletto nel momento della preghiera. I pensieri irosi sono piccoli di vipera e divorano il cuore che li ha generati». Lasciar spazio all’ira è tenersi una serpe in seno.
"Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino" (Gv 4,43-54)
Ci sono persone che si fidano più delle proprie emozioni
che delle parole del Vangelo.
Espressioni come "mi sento/non mi sento",
"mi piace/non mi piace",
"secondo me"
rischiano di avere un peso specifico enorme
nelle scelte delle persone.
Fidati del Vangelo,
cogli una parola capace di metterti in movimento.
E cammina,
cammina fiducioso.
In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».
Ripartiamo da Gen 2, 15-16: la traduzione che è letta qui tenta di costruire il testo come doveva suonare ad un orecchio ebraico: conoscenza del bene e del male diventa esperimento di tutte le cose che stanno tra il bene e il male, tutte le sfumature. Ma di quale conoscenza stiamo parlando? L’ebraico ha però 2 parole per indicare la conoscenza: dat, che indica la conoscenza empirica, ottenuta per esperimento, simile a quella che fa il neonato che porta le cose alla bocca per conoscerle, ma che facciamo anche noi per esperienza diretta delle cose; e ockmà, conoscenza acquisita attraverso la fiducia accordata per testimonianza ad altri, conoscenza che implica l’affidamento, la fiducia in chi trasmette la conoscenza. La sfumatura di senso è cruciale… *
Istituto Superiore di Scienze Religiose, Fossano, intervallo della lezione di Teologia Fondamentale.
È interessante quella cosa che hai chiesto, sull’educazione dei bambini… sulla conoscenza, non ci avevo mai pensato che in fondo i bambini iniziano a conoscere con il dat… E che noi adulti dovremmo educarli a conoscere secondo l’ockmà, a fidarsi di noi, nel percorso di conoscenza… però ho trovato ancora più interessante la precisazione sull’affidamento reciproco… che iniziare a conoscere come ockmà implica un affidamento, una fiducia reciproca, mia verso il bambino, ma anche del bambino verso di me: insomma, se il bambino o il ragazzo non si affida al genitore, un genitore può dare tutto l’esempio che vuole, ma ne cava poco… Senti però, io non ho figli, ma come può essere che un bambino perda la fiducia nel genitore? In fondo il genitore è pur sempre il primo riferimento… Infatti è qui che, secondo me, il discorso non è più tanto biunivoco… insomma se tu genitore riesci a fidarti di tuo figlio, fin da piccolo, lasciandogli fare le cose che può fare, insegnandogli le cose che è in grado di fare al momento in cui può riuscirci, senza spingerlo e lasciandolo provare e sbagliare, standogli accanto comunque, allora il bambino vede la tua fiducia e può imitarti, inizia il percorso reciproco… altrimenti non ha buoni esempi da imitare... Ah! E tu ci riesci a fare tutte queste cose? Insomma, farle tutte insieme sarebbe da 30, spero di arrivare alla sufficienza…
*trascrizione degli appunti: non so se la grafia delle parole ebraiche sia corretta, ma accetto volentieri correzioni ad hoc!
Uno si sente molto in forma,
ha un notevole senso di autostima,
esprime gratitudine a Dio, e disprezzo per chi sbaglia.
Ha una risonanza emotiva decisamente positiva.
L'altro non riesce quasi a parlare.
Ha vergogna di sè.
Si sente povero e soffre nell'intimo.
Ma chiede pietà a Dio, senza mezzi termini.
Quest'ultimo torna a casa giustificato.
Mentre il primo
- che non ha bisogno della misericordia di Dio -
torna a casa tale e quale a prima.
Quando preghi ciò che conta
non è se sei stato bravo
o ti sei sentito bene
o hai avvertito molta pace...
Ciò che conta è consegnare la tua miseria. Senza paura.
Eminenza, mi confidava un parroco, non si trovano più collaboratori. Ma come è possibile, chiedo, non ci sono persone buone e competenti che si possano mettere a servizio? Sì, mi risponde il confratello, ma non hanno più tempo libero.
Cari amici, non abbiamo davvero più tempo libero? Tutto è produrre, correre, vacanze tutto compreso, senza pause, senza soste? Forse, come cristiani, dovremmo aiutarci a vedere le cose, ancora una volta, in modo rivoluzionario. E se provassimo a liberare il tempo, per dare spazio all’Eterno?
"Qual è il primo di tutti i comandamenti?" (Mc 12,28-34)
Mi sorprende accorgermi di quante persone si sentano poco amate.
Ma ancora di più, mi colpisce ascoltare molti giovani
che temono di non essere capaci di amare,
che non riescono a innamorarsi di qualcosa o di qualcuno.
Tutti in realtà hanno il cuore attaccato a qualcosa:
denaro, comodità, beni materiali,
il lavoro, la casa, lo sport,
se stessi, il proprio tormento, i sogni e le aspirazioni.
Soprattutto al cambio di stagione, ma è comprensibile, trovo alla porta della canonica sacchi e borse di vestiti usati. La maggior parte è inservibile, il resto è Provvidenza per i poveri.
Il sacco che ho trovato martedì mi interroga: vestiti lisi, qualcuno sporco, nulla di presentabile.
Cosa è diventato per noi superfluo? L’inutile, l’inutilizzato, l’inutilizzabile? Il prossimo, povero, è solo più una discarica di quel che non ci serve o dei nostri sensi di colpa per quello che abbiamo?
Superfluo significa non essenziale, ed allora il superfluo che dobbiamo per giustizia è tutto quell’amore che gratuitamente abbiamo ricevuto in più, quel tracimare di Provvidenza e di Grazia che ogni giorno ci investe, quell’esserci costante di Dio ad ogni nostra celebrazione, un esserci esagerato, copioso, sovrabbondante.
Se non ci rendiamo conto prima di tutto di questo, saremmo noi a diventare presto superflui nel Regno dei Cieli.
Il risveglio non è proprio rapido, ma, prima il più piccolo, poi il più grande, si alzano.
Allora, dico al più grande, i vestiti di ieri sono sporchi, ti scegli tu pantaloni e maglia dall’armadio? E aggiungi le mutande!
Il più grande si apre l’armadio e sceglie: i colori fanno a pugni, almeno al mio occhio cromatico, per lui è l’accostamento migliore; al più piccolo chiedo, li scegli tu o faccio io? La risposta è variabile, oggi li prenderò io i vestiti; e ci avviamo tutti in bagno per lavarci e vestirci.
Ho deciso di far scegliere loro i vestiti: mi sembra un piccolo passo verso l’autonomia personale, ma molto utile per loro. Ovviamente ci sono alcune piccole regole: dopo 2 giorni i vestiti si cambiano, per quanto belli e preferiti siano! La decisione di scelta deve essere rapida; per quanto possibile ci si veste da soli. Anche per me ci sono alcune regole: non vieto nessun accostamento di colore! E non posso imporre nessun vestito… eccetto il cappello quando fa freddo!
Così capita che la camicia rossa, a righe blu, sta piegata nel cassetto e il più piccolo non vuole metterla mai… però capita solo a quella, chissà perché; capita anche che ci siano 2 o 3 maglie del più grande così consumate, che non credo potranno passare nel guardaroba del più piccolo… Soprattutto non capita quasi mai di avere discussioni sui vestiti, sul vestirsi da soli, sul non mi piace!
Mi sembra importante fare la loro autonomia lasciando che ogni giorno si esercitino su un pezzetto delle loro possibilità, finchè non le avranno sperimentate tutte… ne riparliamo quando saranno adolescenti?
Qualche giorno fa, Fabio, 17 anni, mi racconta un episodio personale. Assieme a due classi dell'ultimo anno del Liceo, partecipa ad un cineforum presso il Carcere di Saluzzo. L'attività extra-curriculare prevede dopo la visione del film un momento di scambio tra giovani e detenuti. Si parla delle difficoltà della vita. Che fare quando le cose vanno male? Fuggire per cercare la felicità altrove o provare ad affrontare i problemi? Il clima dell'incontro si fa sempre più disteso e confidenziale e così - improvvisa - arriva la fatidica domanda: Chi di voi è felice?
Dei 20 detenuti presenti, 20 alzano la mano. Dei 50 ragazzi presenti...solo 4 la alzano. PANICO! Come mai, neanche di fronte a delle persone carcerate, un gruppo di giovani di 17 e 18 anni riesce a percepire il bene che c'è nella propria vita? I carcerati sono sorpresi. I giovani, molto di più. Chi ha alzato la mano racconta il motivo della propria felicità. Un uomo dice: "Mia figlia ha la vostra età. Sta per affrontare l'esame di maturità e questo le permetterà di realizzare scolasticamente un traguardo importante".
Un giovane detenuto: "Ho ancora parecchi anni da scontare, ma mi è nata da poco una bambina. Questo mi fa felice! Il poterla vedere...Sapere che sta bene...".
Un altro ancora: "Tra pochi mesi uscirò dal carcere. Posso ricominciare. Ci sono delle persone che mi aspettano. E' un'opportunità importante..!".
Qualcuno dei ragazzi prende la parola. La tristezza e la gioia possono dipendere da un'interrogazione che va bene o che va male. Da una delusione inaspettata. Da quel pezzo...che ti manca sempre. E se c'è qualcosa di buono, potrebbe sempre "rompersi".
Poi uno studente aggiunge: "Io sono felice perchè mi sento amato e non credo che questo dipenda da un singolo episodio, da un'emozione che va e che viene. Mi sento amato e so che io posso ri-amare oggi, come domani, come sempre".
E tu, amico?
Tu, che sei dentro l'adolescenza o che l'hai superata da molti anni,
tu che vivi libero o in qualche prigione,
che mi dici di te?
Se un carcerato sa dare speranza a un giovane,
forse siamo di fronte a un adulto che sta superando a pieni voti il suo esame di maturità.
Non è questione di volontarismo
Non può dipendere solo dalle mie risonanze emotive
Non c'è ragionamento così invincibile da convincere un cuore ferito
Non basta conoscere il Vangelo
Forse se non hai memoria in te
di un'esperienza di vera misericordia,
è difficile offrire perdono ad altri.
Ma ti capiterà di cadere, no?
E allora ti auguro di incontrare qualcuno che ti ridoni vita.
Il quarto pensiero è l’ira. L’ira è qualcosa che ha a che fare da una parte con la nostra aggressività e, dall’altra, con il nostro rapporto con gli altri. Per quanto riguarda l’aggressività vale certamente quello che dicevamo relativamente alla sessualità: l’aggressività è una forza buona, anzi fondamentale per molte cose della nostra vita. L’aggressività serve a esprimere se stessi, a realizzare i nostri desideri e i nostri obiettivi, a resistere di fronte alle difficoltà, a lottare contro le tentazioni, a stabilire dei limiti e dei confini. Eppure, come ogni altra realtà di questo mondo, può essere usata male, tanto perché ne facciamo troppo poco uso, quanto perché non siamo capaci di gestirla e lasciamo che si impossessi totalmente di noi.
Questo è precisamente il caso dell’ira. Evagrio dice che «l’ira è una passione furibonda, che con facilità fa uscire di mente quelli che afferra, inferocisce l’anima e fa evitare ogni compagnia». Giovanni Cassiano raffina l’analisi distinguendo tre specie di collera: «la prima è quella che avvampa interiormente; … la seconda è quella che prorompe in parole e gesti; … la terza è quella che non viene smaltita in breve ora, ma coltivata per giorni e giorni».
La prima specie è dunque un moto interiore al quale non corrisponde però un’espressione esterna: è una collera sotto controllo. Ci si arrabbia, ma ci si trattiene.
La seconda invece è una collera che trova espressione in gesti e parole. Sappiamo bene quanto questo possa essere pericoloso: non solo per i gesti che possono diventare addirittura azioni omicide, ma anche per le parole. Parole dette sotto la pressione della collera di un momento possono provocare delle ferite che faticheranno molto a rimarginarsi o addirittura distruggere una relazione.
Ma certamente la specie più pericolosa di collera è la terza. Essa non trova espressione subito, ma solamente perché cerca il modo e il tempo più adatto per manifestarsi: «la vendetta è un piatto che deve essere gustato freddo», dice il proverbio. E man mano che il tempo passa questi pensieri interni di rancore e risentimento possono farsi sempre più intensi e architettare astutamente e malignamente progetti vendicativi: è il male scientemente premeditato. Ed è quello che ci fa più impressione perché può arrivare a livelli terribili (non voglio citarne nessuno, ma pensate ad alcuni delitti di cui hanno parlato molto le cronache di questi ultimi tempi). Qui si manifesta tutta la diabolicità dell’ira.
Forse non è questa la nostra esperienza comune, ma penso che tutti quanti ci siamo confrontati con un’ira che covava dentro di noi verso qualcun altro, anche senza arrivare a conseguenze così devastanti.
"Padre mio, se il profeta ti avesse ordinato una gran cosa, non l’avresti forse eseguita?" (2Re 5,1-15a)
A volte crediamo di dover affidare a cose complicate la soluzione dei nostri problemi. Saremmo disposti a fare di tutto per cambiare, tranne quella cosa lì.
Piccola, semplice, evidente.
Non bloccarti.
Chiedi la grazia di cambiare lì,
e l'umiltà di ricominciare (adesso).
In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».
Una mattina della settimana, in bagno, prima di svegliare i bambini, ore 6.30.
Mi guardo allo specchio, non è possibile che dopo aver dormito, abbia una aria così pesta! Va bene, mi sono alzata stanotte un paio di volte; va bene, ieri sera ho ancora studiato dopo cena, ma tanto, se non studiavo, avrei letto e fatto tardi lo stesso; va bene, è stata una settimana molto impegnativa (anche se l’ultima settimana tranquilla deve essere stata durante le vacanze di Natale…); va bene tutto, ma si vede anche tutto dal mio aspetto! Pur scoraggiata, eseguo il cursus di pulizia e cura, riepilogando la giornata a venire: bene, la prossima mezz’ora di relax sarà dopo le 22… meglio se stasera vado a letto presto, e vado a svegliare i bambini.
Mi siedo sul pavimento e inizio a chiamarli; il più piccolo mi guarda; poi esce dalle coperte e viene a sedersi in braccio e mi saluta: “Mamma, mammuccia, come sei bella!”.
Avevo dimenticato di guardarmi nell’altro specchio: quello dell’amore delle persone che ci vogliono bene.
La parabola del figliol prodigo (io continuo a chiamarla così)!
Mi piacerebbe sempre pensarmi al posto del figlio minore. Forse lo sono stato. Ma adesso barerei se non accettassi di riconoscermi più vicino al fratello maggiore. Quello antipatico, insomma. Di lui mi spaventa quello che dal mio punto di vista è il peccato più grave: la mancanza di gratitudine. Tremo ad immaginarmi un adulto deluso e incarognito. Arrabbiato con il mondo e con Dio.
Una cosa mi solleva: un Padre che ti supplica di entrare alla festa. E poi azzardo un'aggiunta al testo (d'altra parte la parabola rimane aperta, senza un finale scritto). Io continuerei così: a un certo punto, al Padre si unisce la richiesta di mio fratello. Anche lui, saputo che non voglio entrare in casa, esce ad offrirmi la sua RELAZIONE. E tenta di aprirmi gli occhi: Dio è la mia eredità.
Non sono poche le persone che devo ringraziare per avermi fatto sperimentare, nella fraternità, l'amorevolezza dell'unico Padre!
Anche tu, caro lettore, hai dei fratelli da ringraziare?
la settimana scorsa in Seminario Minore ho guidato un gruppo di diciottenni nell'esperienza degli esercizi spirituali, una proposta a cui sono da tempo affezionato. Continuo a credere che sia importante offrire a questi giovani che si avviano all'età adulta la possibilità di stare con il Signore e di maturare in ascolto della sua Parola scelte forti e vere, che incideranno sulla loro vita futura e sulla sorte della Chiesa e della società in cui vivono.
Oltre alla predicazione e ai momenti di preghiera vissuti insieme, ho accolto i ragazzi che hanno chiesto di potermi parlare personalmente: sono incontri belli in cui ascoltare le loro storie e incoraggiarli a una risposta sempre più generosa a Dio. Un altro momento che sento fondamentale è il momento del dialogo a gruppi in cui ciascuno può esprimersi con sincerità, offrendo le proprie domande, senza nascondere dubbi su temi di fede e di morale. E tutte le volte mi scopro “infiammato” da questi confronti: voglio bene a questi giovani e desidero che possano dare ali alla propria libertà, senza lasciarsi trascinare dalla massa, ma scegliendo con intelligenza e passione di aderire alla chiamata fondamentale che il Signore offre a ciascuno: la santità, la felicità secondo il cuore di Dio.
Sento il bisogno di ringraziare il Signore e ciascuno di quei giovani per l'esperienza vissuta insieme e anche attraverso questo post desidero confermare loro la mia preghiera per il cammino che stanno conducendo.
"Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!" (Mt 21,33-43.45)
Diario 5
Ogni giorno, dopo l'eucaristia, rimango con i miei compagni in cappella. Quaranta minuti di preghiera personale, in ascolto della Parola del giorno. Nel riverbero della liturgia che è stata celebrata.
Non raramente mi sorprendo "assonnato" come i discepoli nel Getsemani. Ci sono ragioni di povertà personale, di stanchezza. E la consapevolezza anche che la preghiera (fuori dalla retorica) non è così connaturale, spontanea, facile. Peraltro, solo in essa riesco a sperimentare la vera pace e la compagnia di Gesù.
Ora - non so bene per quale meccanismo - le pagine che più favoriscono in me la stanchezza e l'assopimento sono proprio quelle più complicate, quelle su cui si stende l'ombra della croce. C'è un mistero di buio, di oscurità che attraversa la vicenda del discepolo. E da questa scena io vorrei sparire. FUGGIRE. Vorrei riscrivere la mia parte.
Quando gli occhi faticano, allora provo a inginocchiarmi e a fissare la croce. Mi aiuta molto.
Dal mercoledì delle ceneri anche le nostre chiese sono in veste quaresimale, essenziali, senza fiori, solo qualche pianta.
Con felice intuizione chi si occupa di questo servizio, nascosto ma essenziale, ha riservato alla cappella dell’adorazione tutti i fiori che le persone ci portano o lasciano in occasione di un funerale.
Questa settimana è un fiorire di primavera e l’accostamento con la Chiesa grande è un capolavoro di teologia!
Non digiuniamo che per preparare la gioia del banchetto del cielo, faccio la strada in salita per guardare lontano ad un orizzonte di vita eterna, mi sporgo verso il mio prossimo perché in Lui, sofferente, incontro la guarigione che viene da quel Gesù che si è incarnato in quelle piaghe.
Mi affaccio al tabernacolo e scopro un’esplosione di vita profumata: sì, la Resurrezione l’aspetto, non è una favola. La vedo, l’annuso. Mi piace.
La povertà! Un prete deve essere povero?
Sì! Come ogni battezzato d'altra parte.
Senza fermarmi a letture metaforiche/spiritualistiche/fantasiose della povertà (più parole usi, più giustificazioni stai cercando!), devo ammettere che la parola povertà richiama in me un senso profondo di libertà e contemporaneamente una grande paura. I preti non sono poveri: lo sappiamo tutti. Non servono gli scandali che arrivano (non raramente purtroppo!) dai fatti di cronaca e da esperienze personali.
Vorrei custodire in me l'intenzione sincera della povertà. E d'altra parte, di uomini e donne che hanno scelto una vita semplice ho avuto esperienza (non uso l'espressione "vita sobria" perchè la percepisco sofisticata, addirittura ipocrita).
Su una questione però non posso ingannarmi. La vita che condurrò non sarà povera: mangio abbondantemente, sto al caldo, ho una macchina, vado in vacanza...Se questa è povertà!! Ma posso cercare i poveri, diventarne AMICO e trovare tra essi quel Gesù che dico di voler seguire.
Mamma, hai visto, ci sono i lego cattivi? Mi dice il più piccolo.
Siamo di nuovo di fronte all’edicola/negozio di giocattoli/cartolibreria della nostra città, (il che non è impossibile, dato che è situata strategicamente sul percorso di ogni bambino/ragazzo, dai 3 ai 18 anni, che vada a scuola, dalla primaria alle superiori… e quindi anche sul nostro pasaggio mattutino!)
Li guardo: simili a gormiti, ma più grandi, articolati e snodati. Tiro un sospiro di sollievo solo quando leggo la scritta relativa all’età consigliata: 7-12 anni mi sembra un traguardo lontano, magari per allora li avrà dimenticati… dimenticavo però che il più piccolo non sa ancora leggere i numeri… Guarda che sono per bambini più grandi, quelli sono lego tecnics, non sappiamo ancora montarli, dice il più grande che invece, lui sì, legge i numeri! Possiamo comprarli? Il più piccolo non fa marcia indietro… Perché ti piacciono tanto? Sono cattivi! Poi me li monti tu e io ci gioco e gli faccio distruggere la scuola! Certo, è la marachella più sognata da generazioni di scolari, ma alla scuola dell’infanzia non è un po’ presto?
Lo guardo: non ti spiacerebbe distruggere la tua scuola, dove ti diverti tanto, tutti i giorni? A me la tua scuola piace, lì fai tanti giochi con i tuoi compagni… Ma se la faccio distruggere a loro, il cattivo non sono io!
Quanta paura fa ai bambini essere I Cattivi! Eppure distruggere, smontare e ricostruire è spesso il gioco preferito: con i lego, con i cuscini, nel gioco “facciamo che io sono e tu sei” dove si cambia spessissimo ruolo… che facciamo noi adulti? Decidiamo di chiudere le porta a tutti i cattivi? Giochi, persone sconosciute, eventi tristi, tutti fuori dalla nostra casetta protetta? Oppure apriamo le porte, per vedere come è fatto quel cattivo che c’è in noi, per conoscerlo e magari insegnargli qualcosa? E quello che c’è nel mondo per capire come è e non imitarlo? Detta così sembra facile, ma non so se ho tanta voglia di trovarmi la casa invasa da lego cattivi! E non so se ho le parole giuste per spiegare qualcosa sui cattivi del mondo…
Però potremmo lasciare i bambini giocarsi i loro ruoli di “cattivo”: con un pupazzo mostro (non la stanza piena, direi…), a distruggere la loro costruzione (sarà mica la scuola?); non verso gli altri bambini ovviamente (!), e proviamo a non prendere di petto questa aggressività tutta a parole (Quante scuole sono effettivamente state distrutte? Poche, rispetto alle espressioni di minaccia pronunciate da innumerevoli bambini!). Cerchiamo di sorridere con loro di queste idee, conservando il tono serio per i veri cattivi…
A parte il fatto che mia madre non è affatto contenta che io sia in seminario, devo però ammettere che le attese dei miei genitori, anche quando me ne discosto, creano in me un senso di pressione. Liberarsene - se ci riesco - fa male. E' cosa buona che i propri cari sperino nella felicità dei figli. Ma io non devo realizzare i loro progetti. E in un certo senso, neanche i miei. Ma quelli di Dio.
Che senso ha che sia io a chiederGli ciò che voglio?
No, no!
Nella preghiera e nelle scelte concrete faccio spesso così. Impongo al Signore la mia verità, i miei punti di vista. E sono abilissimo a costruire dighe per difendermi dalla potenza del Vangelo. Ma oggi vorrei chiedere a Dio di sopraffarmi. Perchè voglio che sia Lui a VINCERMI.
Cari amici, in questi giorni sono DISCONNESSO e lontano da Torino, per i miei esercizi spirituali. Trascorro questa settimana in un monastero benedettino. Per ricordarmi per Chi vivo.
Tra le tante cose di cui dovrò rendere conto a Dio ci sono anche questi giorni di riposo, che non tutti possono permettersi. Ci unisce, come sempre, l'ascolto della Parola e la comune ricerca del Signore.
Spero che riusciate a trovare, nel corso dell'anno, una sosta per stare con Lui. Intanto, in questi giorni, Gli parlerò anche di voi.