Prima di provare a dire qualcosa su alcuni possibili modi per tentare di affrontare il pensiero della superbia, vorrei fare un piccolo supplemento sull’invidia. L’invidia non compare nell’elenco degli otto pensieri di Evagrio, ma è invece presente nel catalogo occidentale dei vizi capitali. Forse si potrebbe definire l’invidia una superbia mancata.
Mentre il superbo pensa di non avere limiti e difetti, l’invidioso ne è ben consapevole e ne soffre, pensando che invece gli altri non ce li abbiano. L’invidioso si rattrista perché vede che qualcuno ha qualcosa che lui non ha, e per questo detesta l’altro desiderando che sia privato del suo bene. Come se il bene dell’altro sottraesse qualcosa a lui, lo facesse valere di meno. La diversità e la preziosità dell’altro non sono un arricchimento per me, ma la mia rovina. I suoi doni e talenti li vorrei eliminare, perché mi diventano insopportabili, anche perché non sono capace di riconoscere il mio talento, la mia diversità e la mia preziosità. In realtà l’invidioso più che detestare l’altro, detesta se stesso, non riuscendo ad accettarsi per quello che è, come persona debole e limitata.
Se sul piano dei rapporti interumani l’invidia vuol dire non accettare il limite e la diversità di ciascuno, sul piano del rapporto con Dio vuol dire non riconoscere la libertà e l’amore di Dio nel distribuire i suoi doni e coltivare un’immagine perversa del Signore. Anche per l’invidioso Dio rischia di diventare un nemico che vuole più bene all’altro che a me.
Il complesso di superiorità della superbia e il complesso di inferiorità dell’invidia sono in definitiva le due facce di una stessa medaglia.
Come combattere questi pensieri devastanti?
Il primo rimedio è sicuramente ancora una volta l’umiltà, ma di questo abbiamo già detto parlando della vanagloria.
Un secondo rimedio consiste certamente nell’esercitarsi nella capacità di dire grazie e di chiedere perdono e di chiedere per favore. Chiedere aiuto agli altri vuol dire riconoscere di aver bisogno di loro e quindi di non essere autosufficienti. Chiedere perdono vuol dire riconoscere di aver sbagliato e di non essere quindi perfetti (ricordate Fonzie, il protagonista di Happy Days, che non riusciva a pronunciare queste parole: “ho sbagliato”?). Dire grazie vuol dire riconoscere che quello che abbiamo non dipende solo da noi stessi, ma ci è stato regalato anche da altri. E questo è molto importante: nella vita ci sono cose senza prezzo che non potremo mai ripagare; solo una vera e sincera gratitudine è la risposta adeguata a quanto non ha e non potrà mai avere ricompensa adeguata.
Suggerirei anche di leggere qualcuno dei libri di Jean Vanier, laddove parla del dono che le persone più vulnerabili possono fare a chi si sente forte e inossidabile. E magari, ancora di più, tentare di imparare a frequentare queste persone non tanto per offrire assistenza, quanto piuttosto per creare legami di comunione e di amicizia.
Infine l’altro grande rimedio contro la superbia è il timore di Dio. Non il timore servile, non la paura di fronte a una potenza arbitraria, ma il riconoscimento di chi è lui e di chi sono io, di chi è il Creatore e di chi è la creatura, di chi è l’Amore e di chi è il peccatore. «Il timore del Signore è gloria e vanto, gioia e corona di esultanza. Il timore del Signore allieta il cuore, dà gioia, diletto e lunga vita. Il timore del Signore è dono del Signore, esso conduce sui sentieri dell’amore. Chi teme il Signore avrà un esito felice, nel giorno della sua morte sarà benedetto. Principio della sapienza è temere il Signore» (Sir 1,11-14).